IL FALLIMENTO DELLA COP 26 E LE SUE CONSEGUENZE REALI

La notizia che a causa cambiamenti climatici probabilmente non sarà più possibile organizzare le olimpiadi invernali rende attuale la frustrazione di quel che poteva essere fatto.

AMBIENTE
Alessio Ramaccioni
IL FALLIMENTO DELLA COP 26 E LE SUE CONSEGUENZE REALI

La notizia che a causa cambiamenti climatici probabilmente non sarà più possibile organizzare le olimpiadi invernali rende attuale la frustrazione di quel che poteva essere fatto.

Le Olimpiadi Invernali di Pechino, che si sono concluse il 20 febbraio, hanno segnato l’avvio di un inquietante “conto alla rovescia”. Secondo uno studio, dell’Università di Waterloo riportato ed approfondito anche dalla nostra redazione, mancherebbero esattamente 14 edizioni delle Olimpiadi prima di arrivare all’impossibilità di poterle riorganizzare, almeno nei luoghi che le hanno ospitate fino ad ora. Solo Sapporo, in Giappone, di qui al 2080 manterrebbe le condizioni climatiche idonee ad ospitare un evento per il quale sono necessari freddo e neve. Una notizia che non stupisce, soprattutto chi segue da vicino la questione dei cambiamenti climatici e le conseguenze che il riscaldamento globale comporterà per il nostro pianeta nei prossimi anni.

Il clima cambia, siamo noi a non cambiare

Il clima sta cambiando, ormai è chiaro anche a chi non ci voleva proprio credere. C’è chi sostiene che non dipenda dall’uomo, ma si tratta di una minoranza sempre meno convinta. La scienza, con voce quasi univoca, lo grida da anni: i cambiamenti climatici dipendono dalle attività dell’essere umano, dall’inquinamento, dallo sfruttamento senza limiti del pianeta. Per provare ad attenuare i danni (ormai tornare indietro non è più possibile), bisogna che l’uomo modifichi le proprie abitudini, il proprio modo di abitare la Terra. Ecco perchè sarebbe stato fondamentale un esito diverso della Cop 26, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si è tenuta a Glasgow, in Scozia, dal 31 ottobre al 12 novembre 2021. Un appuntamento che avrebbe dovuto essere decisivo, e che invece ha – di fatto – ulteriormente rimandato alcune decisioni che sarebbero state improcrastinabili già dieci anni fa.

La conferenza di Glasgow: storia di un fallimento

Gli obiettivi a cui si doveva giungere con la Conferenza di Glasgow erano chiarissimi: contenere l’aumento del riscaldamento globale a 1,5 gradi e per farlo azzerare le emissioni di Co2 entro il 2050. Per arrivare a questo risultato sarebbe stato necessario introdurre immediate moratorie sull’utilizzo del carbone: per abbattere del 45% le emissioni entro il 2030 (step propedeutico all’azzeramento entro il 2050) era indispensabile partire subito. Ogni decisione riguardo la gestione del carbone è invece stata rimandata all’anno prossimo. E, in ogni caso, la formulazione finale dell’ accordo a cui si è giunti al termine dei lavori dice quasi tutto: l’intenzione espressa infatti e di “ridurre gradualmente” l’uso del carbone. Non di “eliminarlo gradualmente”, come ci si attendeva. Le lacrime e le scuse di Alok Sharma, il presidente di Cop 26, già importante figura politica inglese (molto vicino a Boris Johnson), sono state l’emblematica conclusione di un vertice che avrebbe dovuto cambiare il mondo e che invece ha deciso di non decidere, e quindi di non cambiare nulla.

L’equilibrio impossibile tra ambiente e profitto

A condannare al sostanziale fallimento la Cop 26 è stata la volontà di alcuni paesi a non voler rinunciare a nulla di quello che ritengono sia loro dovuto. Nello specifico è stata l’India a spingere per ottenere, con successo, la modifica della dichiarazione finale per la quale il carbone sarà ridotto e non eliminato: ma sarebbe miope ed ingeneroso attribuire ad una sola nazione, per quanto molto rilevante per popolazione e potenza economica, l’insuccesso di un vertice mondiale. La verità è che, se davvero si vuole lavorare a tutela dell’ambiente e quindi di noi stessi, i cambiamenti vanno fatti a partire da subito. Nella vita di tutti i giorni come nelle scelte politiche ed economiche dei leader mondiali. Altrimenti l’alternativa già ce l’abbiamo davanti agli occhi: dire addio per sempre alle olimpiadi invernali, alla settimana bianca, alle stagioni per come le abbiamo sempre conosciute. Dovremo accettare come normali gli sconvolgimenti metereologici, le estati torride, la siccità, gli enormi flussi migratori che, dai paesi che diventeranno inabitabili, si riverseranno in Europa, in Nord America, dove sarà possibile vivere. Non è catastrofismo: sta già avvenendo, siamo all’inizio. Per evitare che finisca male, servirebbe agire subito.