IL GIORNALISMO AMBIENTALE CHE MUOVE IL CAMBIAMENTO

Intervista a Rosy Battaglia, giornalista investigativa, che ha vinto il premio della Fondazione Caponnetto per le sue inchieste ambientali entrate nel rapporto Ecomafia 2020 di Legambiente.

APPROFONDIMENTO
Tempo di lettura:10 Minuti
Susanna Bagnoli
IL GIORNALISMO AMBIENTALE CHE MUOVE IL CAMBIAMENTO

Intervista a Rosy Battaglia, giornalista investigativa, che ha vinto il premio della Fondazione Caponnetto per le sue inchieste ambientali entrate nel rapporto Ecomafia 2020 di Legambiente.

Battaglia ce l’ha nel cognome e da giornalista investigativa è sul campo a combattere da anni, sui temi dell’ambiente e dell’inquinamento. Rosy Battaglia, premiata pochi giorni fa a Firenze dalla Fondazione Caponnetto con il riconoscimento OmCom – Osservatorio Mediterraneo Criminalità Organizzata e Mafia – destinato a chi, in campi diversi, combatte in difesa della legalità e della giustizia sociale, ha visto le sue inchieste entrare, dal 2020,  nel rapporto Ecomafia di Legambiente. Rosy ha ‘inventato’ in Italia un metodo giornalistico nuovo. Fatto di ricerca e racconto, ma anche di attivismo civico, sul territorio, a fianco delle comunità travolte da scandali ambientali. Sulla scia di questa visione è nata l’Associazione Cittadini Reattivi di cui Rosy è l’anima, che pone sullo stesso piano la necessità del giornalismo che va a fondo e svela ciò che rischia di restare sepolto, la capacità di far emergere nuove consapevolezze sull’ambiente,  la salute dei cittadini,  la forza di spingere al cambiamento e la ricerca di giustizia per territori funestati da danni ambientali, rimasti senza soluzione.

Contenta di questo premio?

Sì, è un riconoscimento che arriva in un momento particolare della mia carriera. A conferma della bontà del lavoro fatto sull’informazione ambientale, alla ricerca della verità, contro mafie e corruzione.

Cosa vuol dire fare giornalismo ambientale?

Vuol dire far capire la complessità di questi temi. Parlare di inquinamento, di cambiamento climatico, di aria, terra, acqua, richiede competenze che devono essere maturate e approfondite, a maggior ragione ora che questi temi vanno per la maggiore e in tanti spacciano un’informazione non attendibile. Ringraziamo la generazione Fridays for Future che è molto preparata, attenta, che interroga con le giuste domande il mondo dei media e sta dando esempio su come questi temi dovrebbero essere affrontati dall’opinione pubblica.

Fare giornalismo su questi temi ha un impatto sui comportamenti?

Sì, è quello che cerco di fare anche con articoli divulgativi. Si può comunicare con semplicità temi complessi, basta essere chiari, basarsi su dati e fatti incontrovertibili, soprattutto indagando e ricostruendo con precisione le vicende. I cambiamenti nei comportamenti individuali devono essere promossi. Ad esempio sull’inquinamento dell’aria ci deve essere uno sforzo collettivo, politico e di ciascuno di noi. Anche per questo, con Cittadini Reattivi, ho cercato di raccontare le buone pratiche civiche di chi non si è arreso e sta provando, ogni giorno a cambiare lo status quo.

Quali battaglie puoi dire di aver vinto?

Una battaglia vinta è sul diritto di sapere, quella con cui siamo arrivati alla legge 97/2016 (il cosiddetto FOIA, ndr), per l’accesso alle informazioni della pubblica amministrazione. È una vittoria di Cittadini Reattivi e delle trenta organizzazioni della società civile che diedero vita alla campagna FOIA4Italy. Un altro tema è il monitoraggio civico che oggi è diffuso e che io ho praticato tra i primi nel mio lavoro. Oggi è un metodo usato da tante associazioni e che permette a cittadini e giornalisti di venire a conoscenza di dati e informazioni per controllare l’operato della pubblica amministrazione.

Casi concreti in cui l’accesso ai dati ha consentito di saperne di più?

Nelle inchieste su amianto, rifiuti e siti contaminati abbiamo aperto la strada all’accessibilità e alla pubblicazione di banche dati ambientali da parte delle istituzioni che per molto tempo, a dispetto della Convenzione di Aarhus, li avevano tenuti oscuri ai cittadini. Una battaglia che non è ancora finita e che abbiamo esteso anche ai dati sanitari, come è emerso drammaticamente durante la pandemia, anche insieme alla campagna nazionale Datibenecomune.

Battaglie per le quali, appunto, sei ancora in campo?

Brescia, Casale Monferrato, Taranto, la valle del Sacco, la Terra dei Fuochi. Luoghi dove il legame con la comunità è diventato forte. In molti mi chiedono aiuto. Mi impegno con grande responsabilità ma a volte c’è anche il sentimento di sentirsi sopraffatti. Durante la pandemia abbiamo cercato di stare vicini a tutti e l’European Journalism Centre ci aveva dato un finanziamento per lavorare a fianco delle comunità. Il Covid non ha fatto sparire l’inquinamento. Ma per sostenere un progetto di giornalismo civico indipendente c’è bisogno di risorse e di editori che credano nel nostro lavoro. In mancanza dei quali dobbiamo rivolgerci ai cittadini e in Europa. L’approfondimento giornalistico di qualità resta fondamentale, ce lo confermano le nostre comunità, ogni giorno.

Il modello Cittadini Reattivi, fatto di giornalismo civico è valido?

Il modello è valido, eccome! Abbiamo rilanciato la scuola di cittadinanza reattiva, collaboriamo con Università e Ong condividendo un metodo che può avere un forte impatto sulla società italiana. Ma in Italia, un tale progetto ibrido, fatto di attivismo e giornalismo non è facile da inquadrare. Siamo più compresi all’estero, in Europa e in America. Informiamo e formiamo coscienze civiche per la legalità, come abbiamo fatto per il whistleblowing con il progetto ReattiviX.

Realizzato grazie ad un grant del Digital Whistleblowing Fund, con cui abbiamo creato un portale per le segnalazioni anonime. Per noi giornalisti è importante dedicarci alla cultura civica e far crescere le competenze dei cittadini e della stessa Pubblica Amministrazione. Tutto il lavoro fatto finora è un patrimonio comune di un’associazione aperta a collaborare con chi abbia voglia di contribuire al cambiamento e alla costruzione di una società più giusta e sostenibile.

E poi nel tuo percorso c’è anche il cinema e un riconoscimento importante.

Sì, il mio secondo documentario sulle lotte contro l’inquinamento prodotto dalla Caffaro a Brescia, e per le bonifiche ambientali, è stato selezionato come uno dei migliori film ambientali dal festival CinemAmbiente che sarà a Torino dai primi di ottobre. Si intitola ‘Io non faccio finta di niente’ è un film-inchiesta autoprodotto dal basso, girato da me con la videocamera a mano, in tanti anni di “consumo delle scarpe”. È una grande soddisfazione.