IL LAVORO DEL FUTURO HA BISOGNO DI SMART-WORKER PIÙ CONSAPEVOLI

La pandemia e il lockdown hanno insegnato che lavorare da remoto non significa necessariamente rimanere soli nella propria abitazione. L’ambiente si rinnova, con impatti decongestionanti dal punto di vista del traffico e dell’inquinamento tutti da esplorare, ma sicuramente positivi.

AMBIENTE
Enrico Presilla
IL LAVORO DEL FUTURO HA BISOGNO DI SMART-WORKER PIÙ CONSAPEVOLI

La pandemia e il lockdown hanno insegnato che lavorare da remoto non significa necessariamente rimanere soli nella propria abitazione. L’ambiente si rinnova, con impatti decongestionanti dal punto di vista del traffico e dell’inquinamento tutti da esplorare, ma sicuramente positivi.

Se lo smart-working fosse una struttura ricettiva, quale sarebbe? Un piccolo agriturismo di campagna, lontano dal clamore dei luoghi affollati. Un luogo in cui ci si rigenera perché si torna ad essere padroni del proprio tempo senza interferenze esterne, uno spazio in cui riordinare le idee, riorganizzarsi e trovare un nuovo punto di equilibrio, magari distesi all’ombra di un albero frusciante.
Questo era lo smart-working. Già, perché il lavoro agile nel nostro ordinamento è stato istituito con la L. 81 del 22 maggio 2017, quindi quasi tre anni prima della pandemia. Con il Covid tutto è cambiato in maniera repentina e quella nicchia pensata per pochi è diventata forzatamente la casa di milioni di lavoratori.
Con la conversione in legge del cd. “Decreto Riaperture” (D.L. n. 52/2021), la data di scadenza dello smart-working nel settore privato è stata posticipata al 31 dicembre 2021 e anche il pubblico impiego potrà fruire dello smart-working emergenziale fino a fine anno.

Senza soffermarci sugli aspetti tecnici (imprescindibili come le fondamenta di un palazzo, ma un po’ noiosi), bisognerà capire come verrà regolamentato il lavoro agile nel prossimo futuro. Di certo quell’angolo di paradiso che era l’agriturismo di campagna nel frattempo è diventato giocoforza un supermega villaggio turistico, con lavoratori stipati in ogni angolo e giornate organizzate nei minimi dettagli. E così, un’epocale innovazione riguardante il rapporto di lavoro subordinato è diventata il rimedio per arginare il caos derivante dal lockdown imposto dalla pandemia. Per carità, l’istituto si prestava e in molti casi ha permesso risultati ragguardevoli. Ma ciò che è nato allo scopo di incrementare la competitività, agevolare la conciliazione dei tempi di vita/lavoro e proiettarci in un futuro senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, andava solo perfezionato e invece rischia di essere snaturato.

Il mondo del lavoro italiano, con tutti i limiti delle generalizzazioni, è tradizionalmente conservatore per ciò che riguarda i rapporti gerarchici datore/lavoratore, ma radicalmente riformista quando si parla di liberalizzazioni. Così da una parte continua a concepire esclusivamente il lavoro di stampo fordista, dall’altra ritiene le tutele nei confronti dei lavoratori come un inutile orpello, un insostenibile privilegio da cancellare rapidamente.
Una contraddittoria confusione che ha portato lo smart-working ad essere assimilato al telelavoro, ma le parole sono importanti, come ci ricorda la scena di un famoso film. Il telelavoro infatti altro non è che una prestazione lavorativa svolta al di fuori del contesto aziendale; con il lavoro agile cambia la filosofia manageriale, il lavoratore subordinato acquisisce autonomia e responsabilità, flessibilità e possibilità di auto-organizzare la propria prestazione lavorativa in funzione degli obiettivi da centrare. Lavorare da remoto non significa necessariamente rimanere da soli nella propria abitazione, ma poter accedere a biblioteche, spazi pubblici o privati, coworking, hub aziendali. L’ambiente di lavoro si rinnova, con impatti decongestionanti dal punto di vista del traffico e dell’inquinamento tutti da esplorare, ma sicuramente positivi.
Infatti a pensarci bene ciò che si sposta è proprio il baricentro del lavoratore, che finalmente riesce a trovare un nuovo punto di equilibrio: il lavoro da ragion di vita diventa parte essenziale dell’esistenza, perché rimette al centro l’uomo. Non è poco, è un po’ come rigenerarsi sotto un albero frusciante in un piccolo agriturismo di campagna.