IL MERIDIONE CAMBIA IL MODO DI FARE AGRICOLTURA

Mancanza idrica e caldo record, al Sud si coltivano meno agrumi e più frutti tropicali. L’emergenza climatica che investe tutto il bacino del Mediterraneo, coinvolge drasticamente il settore agricolo del Meridione.

AMBIENTE
Francesca Franceschi
IL MERIDIONE CAMBIA IL MODO DI FARE AGRICOLTURA

Mancanza idrica e caldo record, al Sud si coltivano meno agrumi e più frutti tropicali. L’emergenza climatica che investe tutto il bacino del Mediterraneo, coinvolge drasticamente il settore agricolo del Meridione.

Siccità, temperature primaverili in inverno e bombe d’acqua in estate. In due parole: emergenza climatica. Negli ultimi cinquant’anni sono aumentate le condizioni siccitose in Europa meridionale quali conseguenza dei cambiamenti climatici in corso. Anche nel nostro Stivale aree sempre più estese vengono frequentemente colpite da mancanza idrica generando un aggravarsi degli impatti negativi sui sistemi naturali, agricoli e socio-economici.

Negli ultimi decenni, la scarsità di precipitazioni e le temperature elevate hanno contribuito a portare l’attenzione sugli impatti non solo socio-economici e ambientali degli eventi siccitosi, ormai non più localizzati soltanto in aree geografiche costantemente afflitte da carenza idrica, ma anche sui cambiamenti che hanno coinvolto drasticamente il settore dell’agricoltura.

Nessuno è immune. Neppure il Meridione che, già dallo scorso secolo, sta facendo i conti con un clima estremo causato dalla tropicalizzazione che sta investendo diffusamente tutto il bacino del Mediterraneo. In particolare, lo evidenziano anche Wired.it e Coldiretti, il clima della Sicilia è diventato talmente estremo da avviare un processo di trasformazione della macchia mediterranea in aree tropicali con fioritura di piante fuori dal proprio habitat naturale.

Meno agrumi e più frutti tropicali quindi? Pare proprio così. Ecco che da terre di ulivi e agrumi, la bella Trinacria ha modificato le sue colture – nonché i metodi di coltivazioni – per adattarsi al cambiamento climatico abbandonando le storiche tradizioni locali.

Benvenuti papaya, mango, kiwi e avocado. Fonti ufficiali dimostrano che nel giro di cinque anni la coltivazione di frutti tropicali e subtropicali in Sicilia è passata, numeri alla mano, da pochi ettari ad oltre 500 a discapito delle colture di agrumi. E il mercato è in crescita soprattutto se si pensa che sono sempre più numerosi gli italiani che amano gustare, non solo per il famoso brunch ormai italianizzato, frutti tropicali chiedendo di acquistarli nel loro Bel Paese.

Perché? Perché l’Italia è da sempre sinonimo di elevata qualità, sicurezza e salute dentro e fuori dal piatto. E Coldiretti lo conferma in quanto “il fenomeno della frutta tropicale italiana, spinto dall’impegno di tanti giovani agricoltori, è un esempio della capacità di innovazione delle imprese agricole territoriali nel settore ortofrutticolo”.

Ad uno dei primi posti si classifica la produzione di avocado diventata ormai un must nella bella Sicilia. Alle pendici dell’Etna sono sempre più in crescita le cooperative e le neonate aziende agricole che optano per questo frutto in passato solo coltivato in aree tropicali come Brasile, Perù o Messico ma oggi molto in voga sia in Sardegna che in Sicilia.

Moda o salute? La seconda senza dubbio. Senza rinunciare ad una oggettiva e sfiziosa qualità. L’avocado è il frutto dell’albero omonimo, appartenente alla famiglia delle Lauraceae, è infatti un ottimo alleato per la salute. Prima tra tutti quella del cuore. Presenta al suo interno fibre e acidi grassi, è ricco di cibi grassi monoinsaturi e possiede una discreta quantità di minerali e vitamine, tra cui la vitamina A, E, C, potassio, calcio, ferro e magnesio.

Ma non è tutto. L’avocado è anche ricco di fibre, che aiutano a migliorare la funzione intestinale. Protegge poi le cellule dal danno ossidativo, grazie al suo discreto apporto di vitamina E. Riduce il rischio di cancro, ma anche di sviluppare la sindrome metabolica, una patologia caratterizzata dalla coesistenza di fattori, tra cui dislipidemie, ipertensione e iperglicemia.

Una sola curiosità? Non matura mai sull’albero. Questo grazie ad un enzima inibitore presente nella pianta. Biologi e scienziati sembrano concordi nel dire che si tratti di una caratteristica sviluppata dalla natura per proteggere il frutto dai danni dovuti alle alte temperature.

Ma attenzione! Questo frutto deve restare sull’albero abbastanza a lungo per avere il giusto livello di olio e proprietà organolettiche. Lo sanno bene i tantissimi coltivatori siciliani che hanno avuto questa intuizione buona negli ultimi quarant’anni e che hanno scommesso sul recupero dei terreni e su un nuovo modo di fare agricoltura in Sicilia. E la scommessa, a giudicare dai dati, dai giovani agricoltori e dai sempre più puntuali studi, pare proprio che sia stata vinta.