IL NATURAL FASHION È INTIMO. MA NON TOSSICO

Nel Regno Unito è in corso un progetto di due donne anglosassoni per la realizzazione e colorazione di biancheria intima con materiali naturali. Mentre in Italia si studia l’utilizzo delle proprietà coloranti del mais per il settore tessile e non solo.

AMBIENTE
Pamela Preschern
IL NATURAL FASHION È INTIMO. MA NON TOSSICO

Nel Regno Unito è in corso un progetto di due donne anglosassoni per la realizzazione e colorazione di biancheria intima con materiali naturali. Mentre in Italia si studia l’utilizzo delle proprietà coloranti del mais per il settore tessile e non solo.

La biancheria intima creata e tinta con materiali naturali e completamente biodegradabile non è un segreto. È piuttosto il nuovo trend ispirato a un modello di consumo responsabile, naturale, nel rispetto dell’ambiente e della salute. Tra le più recenti iniziative per produrre biancheria intima ecosostenibile spicca il progetto Pants from Plants, realizzato nel Regno Unito grazie alla collaborazione di due donne, Debbie Mitchener e Alice Holloway che hanno messo a fattor comune le loro competenze e sensibilità per la salute sia del pianeta che umana, puntando su articoli di intimo realizzati e colorati con prodotti naturali.

Debbie è la fondatrice di Cordwainers Dye un laboratorio nei pressi del Queen Elizabeth Park a Londra, specializzato in prodotti artistici (tessili e non solo) trattati con coloranti esclusivamente naturali. Nel distretto di Brixton, invece, Alice ha fondato il Little Black Pants Club che offre un servizio di lingerie su misura ispirato a un concetto di industria della moda rigenerativa. Un approccio basato sul rispetto di valori fondamentali: salario dignitoso per i dipendenti, la limitazione degli sprechi (garantita da un servizio esclusivo di ordinazione) e un modello di economia circolare.

Colorare in modo naturale la biancheria non è particolarmente complicato, né dispendioso. Servono piante tintorie, ad esempio tanaceto, calendula, semi di guado e finocchio e uno spazio dove poter eseguire la colorazione del materiale. Dopo aver raccolto i fiori delle piante, selezionate in base dei colori desiderati, questi vengono depositati su un panno arrotolato strettamente per facilitare l’assorbimento dei colori e la creazione del motivo. Si procede quindi con la bollitura dei fiori, poi si dispone il colorante sul tessuto, si ritaglia il modello e si conclude con la cucitura.Il prodotto che ne risulta ha un colore vivido e duraturo ed è sicuro sia per l’essere umano che per l’ambiente, essendo privo di sostanze tossiche. Una volta concluso il suo ciclo di vita, lo si pianta nel terreno e lo si lascia biodegradare naturalmente.

I danni ambientali
Il contrasto all’inquinamento prodotto dai capi d’abbigliamento non è più procrastinabile. Ogni anno nel Regno Unito finiscono nelle discariche circa 235 milioni di articoli per un valore di circa 140 milioni di sterline (l’equivalente di 164 milioni di euro). Si tratta di indumenti economici di scarsa qualità, prevalentemente sintetici e che in media vengono indossati 14 volte prima di esser gettati nella spazzatura. Di questi una gran parte è costituito da biancheria intima: slip, boxer, reggiseni fatti di poliestere, nylon, lycra e tinti con coloranti commerciali derivati da combustibili fossili. Prodotti che rilasciano microplastiche durante il lavaggio e non si decompongono. Si calcola che circa il 10-15% di questi coloranti viene rilasciato nell’ambiente, inquinando terreni e acque: basti pensare che nella grande produzione industriale una parte del colorante non si lega ai tessuti, ma viene perso nel flusso delle acque reflue.

I danni alla salute
I coloranti artificiali sono nocivi anche per la salute umana, oltre che per il pianeta. Maggiormente utilizzati rispetto ai naturali perché più economici e veloci da ottenere, non sono un fenomeno recente: il primo colorante sintetico, la mauveina, fu scoperto accidentalmente nel 1856 dal chimico e imprenditore inglese William Henry Perkin. La maggior parte dei coloranti contenuti nei capi di abbigliamento sono azoici, prodotta chimicamente a partire da ammine aromatiche e enzimi o batteri cutanei. Tali organismi possono indurre una scissione di questi coloranti con conseguente rilascio e penetrazione nell’organismo di ammine aromatiche, sostanze cancerogene. Per questo motivo l’Unione Europea nel 2002 ha emanato una Direttiva con la quale ha proibito una ventina di ammine aromatiche e vietato l’impiego di tutti i coloranti azoici in grado di rilasciarle. Sostanze chimiche contenute nei coloranti permangono sui tessuti che compongono gli abiti; se sono assorbite dalla pelle possono causare dermatiti da contatto (irritative o allergiche) ma anche alterare e danneggiare il sistema endocrino. La nocività dei coloranti è dovuta anche alla presenza di metalli pesanti (cadmio, piombo, mercurio, cromo VI e nichel).Tra quelli considerati più pericolosi ci sono i cosiddetti “dispersi” (il nome deriva dalla modalità di tintura della fibra, per dispersione) che non si sciolgono in acqua, ma si disperdono creando legami stabili con le fibre naturali mentre si legano meno stabilmente con le fibre sintetiche. Inoltre, essendo liposolubili possono essere più facilmente assorbiti attraverso la cute, aumentando il rischio di insorgenza di allergie. Non è raro trovarli coloranti nei capi di abbigliamento in particolare in quelli prodotti e importati dall’Asia, spesso attraverso canali di vendita non ufficiali come mercati rionali o via web.

Se le norme europee per regolamentare l’utilizzo dei coloranti non mancano, tuttavia l’ampia disponibilità e convenienza economica di indumenti che da questa area geografica arriva in Europa invoglia all’acquisto.  Senza far troppa attenzione ai prezzi eccessivamente bassi e alla mancanza dell’etichetta, elemento necessario in cui indicare la composizione e il tipo di materiali presenti. Ma anche trascurando buone abitudini come quella di lavare sempre gli abiti dopo l’acquisto e prima di indossarli per eliminare parte dei componenti aggiunti al tessuto, tra cui i coloranti, così come microrganismi indesiderati. Suggerimenti importanti, in particolare quando si compra biancheria intima.

L’iniziativa di Debbie e Alice per incoraggiare la produzione di biancheria biodegradabile e naturale è senza dubbio intrigante e grazie a una campagna di crowdfunding sta ricevendo un ampio sostegno nel Regno Unito e oltre.

Il colorante naturale derivato dal mais
L’impiego dei coloranti naturali nell’abbigliamento suscita interesse anche in Italia dove lo scorso aprile è stato avviato un progetto che ha coinvolto il mondo accademico e aziendale. Si chiama “Pastel” e ha come capofila l’Università Statale di Milano, affiancata da FlaNat Research, attiva nell’estrazione e utilizzo di pigmenti, da Color System, specializzata nella tintura con coloranti naturali e da un consorzio di imprese e università Italbiotec con un ruolo di coordinamento e divulgazione. Della durata di due anni e mezzo, il progetto mira a sviluppare coloranti in modo naturale e, al tempo stesso, a rilanciare la produzione della granella di mais, valorizzandone una caratteristica, da molti ignorata: la capacità di accumulare pigmento.Il gruppo ha scoperto che dal tutolo, la parte interna e spugnosa della pannocchia, attraverso il processo di estrazione si possono ricavano antocianine che sono naturalmente ricche di pigmenti e quindi possono venire impiegate in ambito tessile (oltre che farmaceutico e veterinario). Dando nuova vita a un componente come il tutolo, che normalmente viene spezzettato e abbandonato sul terreno.Ecco che lo scarto diventa risorsa, impiegabile anche nella filiera del fashion, con un ridottissimo impatto sull’ambiente: ciò che non viene estratto del tutolo è riutilizzato per le lettiere degli animali e come compost.

Concludendo è lecito chiedersi: questa nuova tendenza potrà offrire un pret à porter a costo contenuto e con un guadagno in salute per tutti, ambiente e umani? É presto per dirlo. Tuttavia si intravvedono soluzioni innovative e win -win per settori apparentemente distanti come moda e agricoltura. Come ci ricorda Roberto Pilu, docente di Miglioramento genetico delle piante e coordinatore della ricerca nell’ambito di Pastel: per affrontare la crisi l’agricoltura deve essere più competitiva. Se i prodotti in arrivo dall’estero costano meno, ci si può specializzare in prodotti di qualità e si possono percorrere strade alternative per valorizzare le materie prime e accettare la sfida della sostenibilità”.

Il video di presentazione del progetto Pastel