IL PROGETTO LUPPOLO MADE IN ITALY

Puntare su questa pianta per creare opportunità per l’agricoltura e produrre birra 100% italiana. In Umbria una filiera che vuole far crescere il mercato per evitare d’importare la quantità che serve a soddisfare il bisogno nazionale.

AMBIENTE
Domenico Aloia
IL PROGETTO LUPPOLO MADE IN ITALY

Puntare su questa pianta per creare opportunità per l’agricoltura e produrre birra 100% italiana. In Umbria una filiera che vuole far crescere il mercato per evitare d’importare la quantità che serve a soddisfare il bisogno nazionale.

Alla produzione di birre agricole interamente italiane mancava un solo ingrediente, il luppolo. Ora grazie ad un progetto, Luppolo Made in Italy che affonda le sue radici, in Umbria dove come recita lo slogan del progetto “la filiera del luppolo ha trovato il suo cuore: l’Umbria” questo sogno si sta concretizzando. Ciò permetterà di fare un passo in avanti rispetto ad oggi, dove il mercato del luppolo nella Penisola dipende quasi esclusivamente dall’estero.
Il luppolo, specie erbacea della stessa famiglia della canapa, conosciuto principalmente per essere uno degli ingredienti della birra è una coltura tipica soprattutto di Germania, Repubblica Ceca per rimanere in Europa, di Stati Uniti e Cina per cambiare continente, dove raggiunge una superficie complessiva di circa 63000 ettari. Nel nostro paese è presente soprattutto in forma spontanea mentre coltivazioni sono per lo più a carattere sperimentale su superfici esigue che richiedono di importare dall’estero circa 4100 tonnellate all’anno per soddisfare il fabbisogno soprattutto per la produzione birraria.

Far crescere il mercato del luppolo in Italia, incrementare la presenza di birre agricole e creare importanti sinergie tra realtà agroindustriali del nostro Paese sono le motivazioni che hanno dato l’avvio al progetto che punta a mettere in piedi una filiera del luppolo 100% made in Italy, o meglio 100% made in Umbria, dato che l’idea è partita circa 8 anni fa dal territorio della Val Tiberina, tra i comuni di Città di Castello e Citerna in provincia di Perugia. Capofila del progetto di cui a Perugia nei giorni scorsi è stata presentata l’associazione di imprese che ne sono alla base, è il 45 enne imprenditore Stefano Fancelli, presidente della rete Luppolo Made in Italy e dell’omonima società. Della rete fanno parte aziende agricole umbre, tra queste il Lombrico Felice del giovane imprenditore Luca Girolamo Stalteri, Spazzavento, Talacchio, la Rondine a Meccarello nel comune di Città di Castello, il Barbarossa di San Giustino, Tenuta i Cantalupi di Bevagna, che si occuperanno della coltivazione (anche del posizionamento nel segmento dell’agricoltura biologica) e il birrificio Cento Litri di Baschi in provincia di Terni dell’utilizzo della materia prima.

Ciò che caratterizza “Luppolo Made in Italy è la strutturazione organica di tutte le fasi della filiera a partire dallo sviluppo delle conoscenze scientifiche alla base della coltura, che vede la sinergia con il Centro per la ricerca sulla birra (Cerb) dell’Università di Perugia con il Prof. Giuseppe Perretti, e del CNR IBBR di Perugia che ha avviato un attività di mappatura genetica del luppolo selvatico presente in Umbria allo scopo di sviluppare nuove varietà italiane, e che si occuperà anche della tracciabilità e della certificazione oltre che della produzione in serra. Altri fondamentali attori della filiera che fanno parte della neo costituita ATS (associazione temporanea di scopo), il gruppo cooperativo Agricooper di Citerna, attiva nel settore della tabacchicoltura (dal campo all’essiccazione), Deltafina multinazionale impegnata nella trasformazione e commercializzazione del tabacco e Confederazione Italiana Agricoltori.

Il coinvolgimento dei soggetti citati ha lo scopo di creare una filiera quanto più completa possibile in grado di dare vita a un modello ancora oggi difficilmente riscontrabile in Italia nel settore luppolicolo e di competere con realtà produttive ben più strutturate come Germania e Stati Uniti. La Partnership con consolidate realtà del settore tabacchicolo permetterà, da una parte di sfruttare la rete di aziende che fondano sul tabacco la loro ragion d’essere e che intendano cimentarsi con una coltura innovativa come il luppolo, dall’altra di sfruttare i mezzi tecnici e le infrastrutture già esistenti adattandole alla luppolicoltura (competenze agronomiche, forni di essiccazione ecc).
Pieno sostegno al progetto anche da parte della Regione Umbria con la misura 16.2.1 del piano di sviluppo rurale volta a sostenere progetti pilota e lo sviluppo di nuovi prodotti, pratiche, processi e tecnologie realizzati da reti e poli di nuova costituzione. L’intento è creare un vero e proprio distretto produttivo interregionale, nel quale le aziende condividano personale, materiali, mezzi tecnici ed infrastrutture della filiera. L’organizzazione di filiera si occupa anche del reperimento dei finanziamenti del piano di sviluppo rurale, il contratto di filiera sottoscritto al Ministero delle Politiche Agricole Forestali, e del distretto agroalimentare di qualità.

Per chiudere il cerchio la filiera Luppolo Made in Italy prevede il ritiro la commercializzazione del prodotto, sottoscrive accordi con produttori di birra, aziende farmaceutiche e cosmetiche e collabora con i birrifici indipendenti artigianali e allo scopo di sostenere nel suo complesso la filiera brassicola italiana sottoscrive accordi con Assobirra ed Unione Birrai.
Per il momento è stata prodotta in tiratura limitata e a scopo didattico una birra 100% made in Umbria grazie all’ azienda il Lombrico Felice e al birrificio 100 litri di Baschi.
Come sottolineato dal Presidente di Luppolo Made in Italy, Stefano Fancelli, è un sogno che si stà trasformando in realtà e ai 3,5 ettari sperimentali coltivati in Umbria si vuole dar seguito con l’obiettivo di raggiungere 150 ettari con l’avvio di nuovi impianti già a partire dall’anno prossimo e rappresentare un modello di sostenibilità sociale, economica ed ambientale, cogliendo la domanda di luppolo italiano che potrebbe portare l’Italia a conquistare tra il 2 – 5% del mercato mondiale per una superficie che nel corso dei primi 10 anni potrebbe raggiungere i 1000 ettari.