IL SOGNO “ZERO RIFIUTI”

Ciclo dei rifiuti e sostenibilità ambientale: la distanza che ci separa da raggiungerli. Il traffico di quelli tossici tra la Campania e la Tunisia ci ricorda quanto siamo indietro rispetto una corretta gestione. Ma gli esempi virtuosi da seguire ci sono: anche in Italia

AMBIENTE
Alessio Ramaccioni
IL SOGNO “ZERO RIFIUTI”

Ciclo dei rifiuti e sostenibilità ambientale: la distanza che ci separa da raggiungerli. Il traffico di quelli tossici tra la Campania e la Tunisia ci ricorda quanto siamo indietro rispetto una corretta gestione. Ma gli esempi virtuosi da seguire ci sono: anche in Italia

Migliaia di tonnellate di scarti inquinanti e tossici esportati dall’Italia alla Tunisia: questa notizia, che a stento viene riportata dalla stampa italiana, ha invece una valenza importante. Addirittura simbolica. Intanto perché in Tunisia è deflagrata come una bomba, portando addirittura all’arresto del ministro dell’Ambiente, insieme ad altri funzionari pubblici: conseguenze politiche (e non solo) molto importanti che non hanno avuto praticamente alcuna risonanza al di qua del Mediterraneo. Eppure sapere che centoventimila tonnellate di rifiuti stoccati in container sono stipati nel porto di Sousse, a costo di 26mila euro al giorno che non si sa chi pagherà, dovrebbe essere importante come notizia. Invece no: ad occuparsene solo una consigliera regionale campana (i rifiuti partono dalla provincia di Salerno), una deputata, una senatrice, un parlamentare europeo e quattro o cinque testate giornalistiche. Una storia – e ce ne sono tante – che meriterebbe spazio ed attenzione e che invece tende a sparire nella tempesta perfetta della bulimica ma poco attenta informazione italiana. 

Ma c’è un altro motivo che dovrebbe spingerci a seguire con più attenzione questa vicenda: attraverso le vicissitudini dei rifiuti campani è possibile rendersi conto dello stato di salute della nostra capacità di gestire i rifiuti. Guardiamola così: la Campania è una regione storicamente in sofferenza rispetto la gestione dell’immondizia. A partire dal dramma della Terra dei Fuochi fino ad arrivare alla Crisi dei Rifiuti tra il 1994 al 2012, chi vive su quei territori ha pagato un prezzo molto alto a causa delle enormi difficoltà che l’incapacità di gestire il ciclo dei rifiuti in maniera virtuosa ha creato nel tempo.  Eppure, nonostante il livello di comprensione accumulato nel tempo, per liberarsi dei rifiuti la soluzione è ancora spedirli da qualche altra parte.

Ma esistono modelli virtuosi di gestione dei rifiuti”, o parliamo di mere aspirazioni inattuabili sul piano della realtà? In verità ci sono, e sono applicati con efficacia anche in Italia: purtroppo in maniera residuale. Stiamo parlando della strategia di gestione dei rifiuti “Zero Waste” (Rifiuti Zero, appunto), un approccio che punta a riprogettare – letteralmente – la vita ciclica dei rifiuti che non sono più scarti ma “materie prime seconde” pronte al riutilizzo. In pratica l’oggetto non cessa mai di avere una funzione: o in quanto oggetto stesso, o come materiale con cui l’oggetto è costruito. La strategia Zero Waste, teorizzata e divulgata tra gli altri dall’accademico statunitense Paul Connett, prevede – volendo schematizzare – quattro punti fondamentali: l’eliminazione dell’incenerimento dei rifiuti, contestuale all’organizzazione di un sistema di raccolta che aumenti la quantità di materiale differenziabile e ottimizzi la qualità del materiale da riciclare; l’incremento dell’utilizzo, o meglio del riuso, del materiale riciclato; l’incentivazione ad applicare scelte individuali che vadano ad abbattere la produzione dei rifiuti (scegliere la riparazione degli oggetti piuttosto che la sostituzione o l’utilizzo di prodotti alla spina); il sostegno a livello industriale ed istituzionale della progettazione e della produzione sia di prodotti totalmente riciclabili, riutilizzabili e riparabili sia di strategie di riutilizzo (ad esempio il “vuoto a rendere”). Un approccio che certamente comporta una forte adesione da parte delle collettività all’interno delle quali è applicato, ma che non è assolutamente utopico. L’approccio “Rifiuti Zero” è applicato in tutto il mondo con successo: ad esempio in Europa – secondo il report “Lo stato dei comuni zero rifiuti 2020” di ZeroWaste Europe –  l’1,77% della popolazione vive in una città a rifiuti zero. Nei prossimi 5 anni, l’obiettivo è arrivare al 10%. 

La percentuale può apparire bassa: ma stiamo comunque parlando di quasi dieci milioni di europei. E se davvero entro il 2025 sarà centrato il target del 10% della popolazione di riferimento, staremo parlando di oltre 50 milioni di persone a rifiuti zero. Sarebbe davvero un cambio di passo sostanziale. E l’Italia? Nonostante le pessime notizie che arrivano dalla cronaca, qualche motivo di speranza lo abbiamo. Il merito è di un comune medio-piccolo della Toscana: Capannori.Quarantamila abitanti, in provincia di Lucca, nel 2007 è stato il luogo dove – di fatto – è partito il progetto Rifiuti Zero che poi si è diffuso in tutta Europa. Il merito è di Rossano Ercolini, maestro di scuola elementare ed ora presidente di “ZeroWaste Europe”: alla guida di un movimento comunitario si oppose con successo alla costruzione di un inceneritore locale convincendo il proprio Comune ad impegnarsi a raggiungere “zero rifiuti in discarica” entro il 2020. Nasce così il Movimento Europeo Città Rifiuti Zero: nel 2011 associazioni, movimenti ed attivisti hanno iniziato a coordinarsi a livello europeo incontrandosi, nel 2014 Zero Waste Europe è stata istituita come organizzazione per coordinare una strategia per guidare il continente verso un’economia circolare. Nel 2013 Rossano Ercolini è stato insignito del Goldman Environmental Prize, considerato una sorta di premio Nobel “green” per i suoi contributi al movimento Rifiuti Zero in Italia. Una storia a cui l’Italia sta dunque contribuendo, per quanto le apparenze possano ingannare. E dunque, se oggi dobbiamo raccontare – a fatica – di traffici semi-illegali di rifiuti verso paesi in via di sviluppo, domani potremmo invece parlare di un modello, nato in Italia, che si afferma globalmente come soluzione ad uno dei più grandi problemi della società contemporanea: la gestione dei rifiuti, che inevitabilmente diventano inquinamento. Una storia ancora quasi tutta da scrivere: abbiamo solo l’inizio. Ma – siamo certi – sarà davvero interessante raccontarne i capitoli successivi.