IL TURISMO NELLE NOSTRE MANI

I nostri attrattori li abbiamo ereditati dalla natura e dalla storia. Ma per l’Italia qual è il ruolo del turismo in un’economia e in una società che si definiscono “avanzate”?

TURISMO
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Prof. Nicola Bellini
IL TURISMO NELLE NOSTRE MANI

I nostri attrattori li abbiamo ereditati dalla natura e dalla storia. Ma per l’Italia qual è il ruolo del turismo in un’economia e in una società che si definiscono “avanzate”?

Partita la stagione turistica estiva con grandi entusiasmi e la prospettiva di uno spettacolare, anche se parziale, rimbalzo della domanda, non sono pochi gli operatori e gli esperti del settore che si interrogano sul dopo.

C’è un “dopo” a breve termine che riguarda già l’autunno 2021 e si caratterizza per la paura, che molti condividono, di una replica di quanto si è visto nel 2020. Dipenderà – lo sappiamo – dal combinato dell’emergere e diffondersi di nuove varianti e degli esiti della campagna vaccinale. Incrociamo le dita.

C’è un “dopo” a medio termine che desta in un numero inferiore di operatori ed esperti alcuni seri interrogativi sul posizionamento del nostro paese nel mercato turistico. Da una parte, nel contesto post-pandemico potremmo finalmente affermare senza equivoci la scelta della qualità. Un turismo italiano che punti ad una migliore valorizzazione del nostro patrimonio di natura e cultura e ad un’ospitalità ad alto valore aggiunto. Sarebbe la nostra risposta a tendenze di consumo emergenti da anni e rafforzate dall’esperienza della pandemia: più natura, più autenticità, più lentezza. È il mito antico, che rinasce, del “viaggio trasformativo”. Diamogli una risposta italiana.

Dall’altra parte, vi è l’ansia di recuperare fatturato a compensare le gravissime perdite subite. È forte la tentazione di inseguire la concorrenza sul piano delle offerte commerciali da supermercato low cost e di allentare regole e vincoli, come quelli all’occupazione degli spazi.

Sarebbe però bene non confondere tattiche emergenziali e strategia. Il bilanciamento tra qualità e quantità che riusciremo ad esprimere nei prossimi mesi definirà, anche in termini di immagine e di marketing, come il nostro turismo (consapevolmente o meno) si posizionerà nei prossimi anni rispetto alla concorrenza.

C’è infine un “dopo” a lungo termine, di cui si interessano in pochi e questa dovrebbe essere già una ragione di preoccupazione. Quale è il ruolo che il turismo può avere in un’economia ed in una società che si definiscono “avanzate”? E cosa cambierà a fronte di una globalizzazione scossa dall’esperienza di questa pandemia e dall’attesa delle prossime?

Per il turismo sarebbe questo il momento di riflessioni profonde, esistenziali. Ma, più di altri, noi italiani navighiamo a vista, perché non sappiamo fare e pensare altrimenti. In fondo non siamo noi ad avere scelto il turismo, ma il turismo ad averci scelto.

Il nostro Paese ha fatto proprio un modello di sviluppo del turismo che in passato ha reso molto in termini di risultati economici, chiedendo pochissimo in termini di scelte collettive. Gli attrattori, infatti, li abbiamo ereditati dalla natura e dalla storia ed, a fronte di questa rendita straordinaria, avevamo un mercato che per sue proprie dinamiche cresceva in misura e con regolarità impressionanti.

Negli ultimi decenni ci è piaciuto assai questo “vincere facile”, che ci risparmiava il fastidio di rispondere alle domande più difficili. Ad esempio, a quelle sulla sostenibilità, cui abbiamo dedicato divagazioni benpensanti, mentre nei fatti abbandonavamo al suo destino Venezia, il paradigma globale delle perversioni del turismo di massa, che distrugge il proprio oggetto di desiderio.

E quasi nessuno che si domandasse se fosse accettabile, in un paese “avanzato”, affidare la propria competitività ad una gestione delle risorse umane fondata sullo sfruttamento, la precarietà e la scarsissima qualificazione. Era un modello sociale del turismo, che avrebbe prodotto il dramma sociale cui abbiamo assistito nei mesi scorsi, ma che era da tempo una vera e propria bomba ad orologeria, destinata ad esplodere anche senza la pandemia.

Invece no, forse non è questo il tempo della riflessione. Sofisticati studi ci dicono che il “sentiment” del mercato è tutto a nostro favore. Sogniamo i milioni di stranieri che nutrono il loro desiderio represso di Italia compulsando freneticamente siti web e reti sociali. E, si sa, pensare disturba i sogni.