IL VIAGGIO CONTINUA COL SOLE DELLA TERRA: IL MELONE (1)

Nella nostra prima tappa ci dirigiamo in Lombardia accompagnati dal melone di Calvenzano.

TURISMO
Sara Stefanini
IL VIAGGIO CONTINUA COL SOLE DELLA TERRA: IL MELONE (1)

Nella nostra prima tappa ci dirigiamo in Lombardia accompagnati dal melone di Calvenzano.

Con uno degli emblemi dell’estate, anche se in realtà ne esistono varietà invernali, il melone, iniziamo un nuovo itinerario attraverso l’Italia, in cui toccheremo la Lombardia, il Lazio e la Sardegna.

Il melone, nome scientifico Cucumis melo, è una pianta annuale appartenente alla famiglia delle Cucurbitaceae, la stessa delle zucche, zucchine, angurie e cetrioli, tutti accumunati dall’amore per il sole, e come dargli torto. Grazie a scavi archeologici del 2015 effettuati in alcune località nuragiche della Sardegna, è stato possibile datare la coltivazione del melone all’età del Bronzo tra il 1.310 e il 1.120 a.C., quindi alla Preistoria.

Le fonti storiche ci testimoniano che il melone sia stato da sempre molto apprezzato, tanto da essere il frutto di cui era ghiotto Gilgamesh l’eroe protagonista di poemi epici fra i Sumeri 3.000 anni fa. Dopo l’incontro tra la civiltà egiziana e quella romana, il melone si diffuse tra i Romani, che sembra preferissero consumarlo come verdura piuttosto che come frutto. Il melone è stato il soggetto di diversi autori a partire da un dipinto murario che possiamo ritrovare a Ercolano, Raffaello che lo rappresenta negli affreschi della Loggia di Psiche di Villa Farnesina a Roma, nella natura morta di Giovanna Garzoni, una delle poche miniaturiste e pittrici dell’epoca barocca, e nei quadri impressionisti di Paul Cezanne.

Il melone

Il melone, oltre che essere un soggetto perfetto per raffigurazioni artistiche, rappresenta un alimento straordinario, ipocalorico, con un alto contenuto di acqua, vitamine (A, B e C) e di ferro, aspetto che ne ha fatto da sempre un elemento presente sulle tavole. Si deve a Cristoforo Messisbugo, scalco ducale (ovvero addetto al taglio della carne) in epoca rinascimentale, un classico dei piatti estivi: prosciutto e melone. La coltivazione è tutt’altro che semplice e richiede climi caldi, bassa umidità e terreni ben drenanti e profondi, tanto che già dal XVII secolo si iniziò a seminare nelle serre.

Nella nostra prima tappa ci dirigiamo in Lombardia accompagnati dal melone di Calvenzano, coltivato nell’omonimo paese della bassa bergamasca, censito nella banca del germoplasma per la tutela della biodiversità dell’Università di Valencia. Il melone di Calvenzano, che viene raccolto nel mese di luglio, ha una scorza retata, un peso consistente – dai 2 ai 5 chili – forma allungata e un sapore caratteristico sebbene non particolarmente zuccherino.

Proprio quest’ultima caratteristica ha fatto sì che se ne rischiasse la scomparsa a vantaggio di varietà più dolci e con tempi di raccolta più lunghi, che come sempre alla fine si traduce più semplicemente con specie più commercialmente appetibili. E pensare che questo melone durante gli anni ’20 e ’30, in piena Belle Époque, era sulle tavole dei più importanti e chic ristoranti parigini e dei reali inglesi. Ma dal 2002 i coltivatori della Cooperativa agricola di Calvenzano, fondata nel 1887, hanno ripreso a coltivarlo partendo da sei piantine, recuperate grazie ad una manciata di semi che un agricoltore aveva gelosamente conservato, portando la produzione a qualche decina di quintali. Il melone di Calvenzano, oltre che fresco, viene utilizzato per la produzione di marmellata, disponibile in due varianti: la confettura, ideale per dolci, prime colazioni e in abbinamento a formaggi moderatamente piccanti, e la senapata, più adatta ad accompagnare arrosti, bolliti e formaggi di media stagionatura. Infine, dalla trasformazione del melone di Calvenzano è stato ricavato un liquore, produzione di nicchia da 1.300 bottiglie l’anno.

Addentriamoci adesso nel paese di Calvenzano, il cui nome si deve ai primi insediamenti risalenti all’epoca romana Calventius, ovvero appartenente alla gens Calventia, che si trova nella bella pianura della Gera d’Adda.

Dell’originario Castello, costruito nel corso dell’XI secolo, resta la torre, poiché il resto è stato inglobato in un opificio. Di pregio architettonico sono gli edifici religiosi: la Chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo e quella della Madonna dei Campi. La Chiesa dei Santi Pietro e Paolo fu costruita nel corso del XVIII secolo e al suo interno troviamo un organo del 1861 dei fratelli Serassini e un piccolo tempio in marmi policromi e affreschi di pittori locali, come Bernardino Galliari e Paolo Gallinoni. Vale ricordare che la famiglia Serassini è tra le più importanti costruttrici di organi a livello mondiale, il cui punto di forza fu una ricerca costante e scientifica che indagava i fenomeni fisici, meccanici e sonori dell’organaria che portò al perfezionamento dell’organo detto barocco dando origine a quello romantico-risorgimentale.

La Chiesa della Madonna dei Campi si trova all’esterno dell’abitato e presenta un bel portico in cotto, luogo dove un tempo si fermavano i pellegrini prima di entrare all’interno della chiesa. Sul soffitto del portico si trovano affreschi raffiguranti il Giudizio Universale, una doppia vela con il Paradiso e capovolto l’Inferno. Al suo interno la Chiesa risulta interamente affrescata da scene della vita di Maria, opera del pittore Tomaso Pombioli.

Per chi ama il cicloturismo vale ricordare che Calvenzano è uno dei 14 itinerari del Parco Cicloturistico della Media Pianura Lombarda.

Prima di ripartire, riposiamoci un attimo nel giardino all’inglese di Villa Torri Marpurgo, posta proprio nel centro di Calvenzano, pronti, poi, per ripartire per la prossima tappa del nostro itinerario in compagnia di un melone.