IL VINO SOTTO ATTACCO DEL CLIMA

Temperature, in aumento, siccità e grandinate rischiano di compromettere la produzione vinicola del nostro Paese e non solo costringendo produttori e vignaioli a spostarsi sempre più in alto.

AMBIENTE
Maria Carla Ottaiano
IL VINO SOTTO ATTACCO DEL CLIMA

Temperature, in aumento, siccità e grandinate rischiano di compromettere la produzione vinicola del nostro Paese e non solo costringendo produttori e vignaioli a spostarsi sempre più in alto.

Anche il vino è finito sotto l’attacco del cambiamento climatico.

L’innalzarsi graduale delle temperature, la siccità, le grandinate e in generale i mutati eventi atmosferici derivanti dal cambiamento climatico in atto stanno infierendo anche su vigneti e produzione vinicola che, nel nostro Paese, per la prima volta dal 1961, ha fatto registrare un brusco calo.

A dirlo sono le stime effettuate dall’Organizzazione internazionale della vigna sull’ultima vendemmia: l’Italia scende dunque del 12% e perde il suo primato mondiale per venire sorpassata dalla Francia con 45 milioni di ettolitri (contro i nostri quasi 44), anch’essa in calo del 2%. Rimane sul podio, al terzo posto, la Spagna ma qui la produzione registra un – 14 punti percentuali.

Un forte calo della produzione rispetto al 2022 è stato osservato – sono questi invece i dati raccolti da Coldiretti – anche in altri paesi produttori europei come Austria (-6%), Grecia (-23%), Croazia (-31%) e Slovacchia (-20%). Trend positivo solo per il Portogallo, dove si è constatato un aumento del 9% con una produzione di raccolto di poco inferiore a 10 milioni di ettolitri.

Il dato unanime è però quello che registra negli effetti del cambiamento climatico la variazione della produzione vinicola a livello globale sia in termini di quantità (- 7%) che di qualità.

Sì, perché con le temperature in aumento il vino cambia anche il suo sapore: il caldo eccessivo accelera nelle viti la maturazione dello zucchero nelle uve, spesso a scapito della maturità aromatica. Il risultato è quello di uve ricche di zuccheri ma povere di acidi, aromi e composti fenolici, elementi essenziali per produrre vini di alta qualità.

Per tutte queste ragioni, i produttori vinicoli hanno iniziato da anni un lento ma inesorabile spostamento delle loro coltivazioni sempre più in alto, dove temperature meno elevate consentono di mantenere inalterata la produzione e evitano le insidie e le malattie dei vigneti provocate dal troppo calore.

Il limite minimo di 250 metri di quota indicato dal disciplinare di produzione rischia dunque di dover essere rivisto visto tanto che molte coltivazioni si sono già spostate ad altezze compresse tra i 500 e i 700 metri.

In Italia, per esempio, si potrebbero riscoprire regioni vinicole come l’Appennino centrale e meridionale, che dispongono di terreni adatti alla produzione di vini di alta qualità ma che sono stati trascurati per molto tempo: sta già succedendo, per esempio, con le uve pinot di nero e chardonnay di vigneti coltivati sopra i 250 metri di altezza a cavallo tra le province di Cuneo, Asti e Alessandria che producono lo spumante Alta Langa. All’estero, le maison dello Champagne hanno investito in ettari nel Sud dell’Inghilterra e, ancora, molti pionieri della viticoltura si stanno avventurando in zone finora considerate inadatte la Valle di Okanagan nella Columbia Britannica canadese, la Norvegia e la Svezia Centrale.

Insomma, il riscaldamento globale che cambia la geografia del mondo cambia anche quella del vino: a risentirne, secondo gli esperti, saranno verosimilmente le regioni vinicole del Sud dell’Europa o i nuovi paesi produttori come l’Australia e la Nuova Zelanda, a giovarne, invece, regioni finora mai contemplate per quel che riguarda la viticoltura, come l’Inghilterra meridionale e la Germania.