IMBALLAGGI COMPOSTABILI MONOUSO, NON SONO UNA PANACEA

Le bioplastiche come risposta all’inquinamento da plastica, seppure svolgano un ruolo nell’economia circolare, non risolvono il problema di produzione e gestione dei rifiuti.

AMBIENTE
Thais Palermo
IMBALLAGGI COMPOSTABILI MONOUSO, NON SONO UNA PANACEA

Le bioplastiche come risposta all’inquinamento da plastica, seppure svolgano un ruolo nell’economia circolare, non risolvono il problema di produzione e gestione dei rifiuti.

Qualche settimana fa, un report di Greenpeace ha denunciato come la maggior parte dei rifiuti organici in Italia finisca in impianti che non sono in grado di trattare efficacemente i materiali in plastica compostabile, che finiscono in inceneritore o in discarica. Un brutto colpo ai sostenitori della bioplastica e della loro presunta sostenibilità ambientale. Per l’ONG ambientale, si tratta di un assurdo “greenwashing di Stato, una truffa nei confronti della collettività”, il fatto che l’Italia continui a incentivare questi materiali.

Sui problemi legati al ricorso sproporzionato alla plastica compostabile si è pronunciata anche la Ellen MacArthur Foundation, una delle voci più importanti in tema di Economia Circolare. Se è vero gli imballaggi compostabili sono un attivo importante dell’Economia Circolare, è altrettanto vero che non risolvano il problema di fondo, che è quello della necessità di ridurre la produzione di rifiuti, ha scritto la freelance editor Laura Collacott.

La transizione agli imballaggi compostabili – prodotti realizzati con materiali biodegradabili che, se gestiti correttamente, possono essere restituiti alla terra dopo l’uso – è una soluzione che sta guadagnando terreno in tutto il mondo. L’esplosione di aziende fornitrici di imballaggi compostabili a base vegetale è la prova di come industria alimentare possa beneficiare di questo fiorente mercato. Basti pensare a Vegware, fornitore di con sede nel Regno Unito, che ha visto aumentare le proprie vendite del 53% nel 2019 e di un ulteriore 43% nel 2020. Queste tendenze si riscontrano in Europa, Nord America e Asia e sembrano destinate a crescere.

Imballaggi compostabili: un palliativo, a volte pericoloso

I prodotti monouso, indipendentemente dal materiale utilizzato, tendono a consumare più energia e a produrre più emissioni rispetto alle alternative riciclate o riutilizzate. Una volta utilizzati, la maggior parte degli imballaggi compostabili può essere scomposta efficacemente solo in impianti di compostaggio industriale, idealmente in vasche di compostaggio, un processo ad alta intensità energetica che richiede un apporto di calore e ossigeno per diverse settimane.

Alcune valutazioni del ciclo di vita (Life Cycle Assessment – LCA) hanno rilevato che i materiali compostabili possono avere un impatto ambientale maggiore rispetto alle alternative non compostabili, evidenziando le sfide che si presentano nel sostituire semplicemente gli imballaggi convenzionali con alternative compostabili. Senza parlare dei problemi di raccolta, selezione e trattamento. Sistemi di raccolta e selezione dei rifiuti inadeguati infatti fanno sì che i materiali compostabili finiscano spesso nei flussi sbagliati, contaminando intere partite di riciclaggio e condannandole alla discarica. Una volta in discarica, gli imballaggi compostabili possono impiegare anni per biodegradarsi, rilasciando nel processo le stesse emissioni di metano nocive dei rifiuti alimentari, mentre i prodotti che finiscono in ambiente naturale possono non biodegradarsi affatto.

Prevenire è meglio che curare

In un’economia circolare, quanto più un materiale rimane intatto durante la circolazione, meglio è, in quanto preserva non solo il materiale, ma anche la manodopera e l’energia incorporate. Come regola generale, mantenere la forma dell’imballaggio (ad esempio, attraverso il riutilizzo) è più auspicabile che sminuzzarlo (ad esempio, attraverso il riciclaggio meccanico) che, a sua volta, è più auspicabile che scomporlo in componenti chimici di base.

Il compostaggio è l’equivalente biologico del riciclaggio. Di fronte alle attuali sfide ambientali, il riciclaggio non sarà sufficiente a superare la quantità di rifiuti che produciamo. “In un’economia circolare correttamente costruita, ci si dovrebbe concentrare sull’evitare a tutti i costi la fase di riciclaggio“, afferma il World Economic Forum, per il quale la vera sfida e l’unica strategia realistica è evitare che i rifiuti vengano prodotti.

L’auspicio del Forum è in linea con un report che Greenpeace USA ha pubblicato nel 2019, mettendo in guardia già allora dalle soluzioni che si limitano a sostituire gli articoli monouso con altri usa e getta. Un’economia circolare deve dare priorità a soluzioni a monte che affrontano i problemi alla fonte, eliminando gli imballaggi inutili e facendo circolare quelli necessari. Esempi sono i sistemi di restituzione con cauzione per le tazze da caffè riutilizzabili eliminano del tutto la necessità di prodotti usa e getta, mentre la marcatura laser della buccia di alcuni prodotti ortofrutticoli elimina la necessità di involucri e adesivi di plastica. Il riutilizzo è un’altra soluzione a monte. I sacchi di juta, ad esempio, possono essere riutilizzati più volte e alla fine della loro vita utile sono compostabili. Pratiche e costumi che i nostri nonni conoscevano molto bene. Basterebbe tornare un po’ alle origini.