In Antartide una catena di vulcani

Una scoperta sorprendente dopo le indagini dell’unica nave rompighiaccio italiana: la Laura Bassi.

APPROFONDIMENTO
Maria Grazia Ardito
In Antartide una catena di vulcani

Una scoperta sorprendente dopo le indagini dell’unica nave rompighiaccio italiana: la Laura Bassi.

Una zona lunga 50 Km e larga 15 km, interamente popolata di vulcani, uno attaccato all’altro, in un’area remota dell’emisfero australe, a sud del 60esimo parallelo, nota come costa Pennel.

E’ la straordinaria scoperta dalla spedizione coordinata dall’Università di Genova.

Cime alte fino a 1500 metri, ma che restano completamente immerse fino a 600 metri di profondità sono il panorama apparso all’unica nave rompighiaccio italiana, l’unica idonea a navigare nei mari polari, la Laura Bassi, nella Terra Vittoria Settentrionale, una regione dell’Antartide orientale situata tra il Mare di Ross e l’Oceano Pacifico Meridionale.

Catena sottomarina di vulcani

Una serie di indagini condotte a bordo della nave, ha permesso di individuare la catena sottomarina di vulcani, di cui i primi indizi erano emersi nella precedente spedizione del 2023. La scoperta avrà una forte influenza sugli studi dei cambiamenti globali della terra.

L’area studiata dal progetto, per la sua posizione strategica, rappresenta una zona chiave per comprendere l’interazione tra i processi geologici legati ai movimenti delle placche litosferiche e l’evoluzione della calotta glaciale antartica – spiega Laura Crispini, docente dell’Università di Genova e responsabile scientifica del progetto. “In passato, la zona è stata poco o per nulla investigata, soprattutto a causa della sua posizione geografica remota , spesso coperta da ghiaccio marino e caratterizzata da condizioni meteomarine estreme. Siamo riusciti a registrare un nuovo traguardo esplorativo per nuove e future ricerche” – ha concluso la Crispini.

Nave rompighiaccio scopre vulcani sottomarini

L’obiettivo del team è ottenere risultati utili alla comprensione dei cambiamenti globali che caratterizzano l’evoluzione del sistema terra, come l’apertura dei bacini oceanici che hanno favorito l’isolamento climatico dell’Antartide, con il conseguente raffreddamento e sviluppo della calotta di ghiaccio a partire da circa 34 milioni di anni fa.

Il progetto Boost, Bridiging-Offshore Structures at the Pacific Coast of North Victoria Land, Antartica: an integrated approach, vede come capofila l’Università di Genova, ma coinvolge ricercatori dell’OGS di Trieste, dell’Institute for Geosciences and Natural Resources (BGR) di Hannover e dell’Università di Roma Tre e dell’Università di Trieste.

Il team ha realizzato l’acquisizione di dati geofisici e geologici

Il team ha realizzato l’acquisizione di dati geofisici e geologici, tra cui: rilievi  morfo-batimetrici del fondo mare ad alta risoluzione, linee sismiche e magnetiche, dati aeromagnetici e il prelievo di carote di sedimenti marini.

Le prime analisi rivelano l’esistenza di un complesso vulcanico principale che occupa una superficie di oltre 500 km quadrati, costituito da un insieme di coni allineati lungo una direttrice Nord-Sud , e una seconda dorsale, sempre di origine vulcanica, di dimensioni più ridotte, nella parte meridionale dell’area studio –  spiega il ricercatore Dario Civile. “Gli edifici vulcanici – prosegue il Civile – si presentano sia isolati che a formare rilievi allungati e, in alcuni casi, sono chiaramente visibili i crateri sommitali

Il vulcanismo – spiega ancora il ricercatore – sembrerebbe essere geologicamente molto recente, ma la sua origine ed età dovrà essere attentamente valutata. La scoperta di una catena così giovane e caratterizzata da risalita di lava e fluidi ha numerose implicazioni rilevanti sia dal punto di vista geologico e geodinamico, che dal punto di vista fisico-chimico, nonché della composizione delle acque e delle interazioni con la biosfera” -conclude.