INFERMIERI: POCHI E SOTTOPAGATI, IN ITALIA NE MANCANO 63.000

Sono l’anima dei reparti ospedalieri, ma anche delle residenze protette e di migliaia di ambulatori sparsi sul territorio nazionale. E mancano, ne mancano tanti di infermieri in Italia

SALUTE
Monica Riccio
INFERMIERI: POCHI E SOTTOPAGATI, IN ITALIA NE MANCANO 63.000

Sono l’anima dei reparti ospedalieri, ma anche delle residenze protette e di migliaia di ambulatori sparsi sul territorio nazionale. E mancano, ne mancano tanti di infermieri in Italia

Gli infermieri impiegati nel Servizio Sanitario Nazionale sono carenti in tutta Italia. Basti pensare che il rapporto con i medici invece di essere di uno a tre, come indicato a livello internazionale, crolla a volte fino a sfiorare la parità di uno a uno, condizione che finisce per non garantire in modo adeguato l’apporto assistenziale. Rispetto alla media europea in Italia mancano all’appello più di 63.000 infermieri. Piante organiche ristrette (e in sofferenza) e paghe più basse: «Sono i meno pagati tra quelli degli Stati maggiormente industrializzati in Europa e in tutto il mondo occidentale» sottolinea la Federazione Nazionale degli Ordini delle professioni Infermieristiche (Fnopi).

In pratica, mentre i Paesi Ue viaggiano a circa 1.000 infermieri ogni 100.000 abitanti, in Italia non si arriva a 600. E stando al centro studi della Fnopi il mancato fabbisogno si fa sentire in tutte le regioni: si va dagli oltre 9.000 professionisti mancanti in Lombardia, ai quasi 7.000 nel Lazio, 6.300 in Campania, 5.700 in Sicilia, 4.800 in Puglia, 4.500 in Veneto, 4.000 in Piemonte e 3.700 in Toscana, tanto per citare le regioni con i numeri più significativi.

Dall’ultimo contratto, prima di quello del 2018, «per ragioni di contenimento economico, si sono susseguiti numerosi blocchi del turnover superati solo dai provvedimenti introdotti dal Dl Crescita nel 2019», spiega la Fnopi. Nel 2020, poi, con i provvedimenti e gli interventi in emergenza che si sono susseguiti a causa della pandemia da Covid (in particolare il decreto Rilancio) si è prevista l’integrazione degli organici infermieristici: prima con contratti flessibili, poi, dal 2021, con contratti a tempo indeterminato. Tuttavia, sottolineano da Fnopi «l’intervento, seppure assolutamente meritorio, è parziale e copre le necessità legate all’emergenza”». Oltre a questo, si sottolinea, «uno dei problemi maggiori da affrontare rispetto alla crescita e alle aumentate responsabilità e specializzazioni della professione infermieristica, è sicuramente quello delle retribuzioni. Oggi questa voce è inserita del più vasto contenitore del ‘personale non dirigente’, anche se a molti infermieri sono affidati ruoli di coordinamento e di responsabilità anche di distretti sanitari. Anche da questo nasce l’esigenza di un’area infermieristica separata, in cui sia possibile riconoscere I diversi livelli di responsabilità e di merito e prevederne un’adeguata, conseguente, retribuzione».

A preoccupare, poi, c’è il risvolto di tutto questo in termini di aumento di rischi per i pazienti e per gli stessi operatori: ogni infermiere dovrebbe assistere al massimo 6 pazienti per ridurre del 20% la mortalità, ma attualmente ne assiste in media 11 e nelle Regioni dove la carenza è maggiore si arriva anche a 17.  Per la Fnopi: «Le soluzioni messe in campo quotidianamente sono toppe che risultano peggio dei buchi e non dovrebbero essere considerate lecite come quella di non assumere personale, ma di utilizzare, per risparmiare, quello messo a disposizione da cooperative o dal  lavoro interinale, cosa che non aiuta né la professionalità del singolo, stressato e sottopagato né il professionista numericamente insufficiente a erogare un’assistenza di qualità né un’assistenza specializzata che i professionisti potrebbero erogare ma che le organizzazioni con scarso organico non riescono a riconoscere e valorizzare adeguatamente.»

Servizi a rischio anche nelle residenze sanitarie: gli infermieri si spostano infatti sempre di più verso il pubblico inoltre, sempre secondo i sindacati sarebbero «pochi gli infermieri che escono dalle università e con la pandemia la domanda si è ovviamente impennata.»