KEITH HARING IN MOSTRA A PISA FINO AL 17 APRILE 2022

170 opere dal Giappone a Palazzo Blu per rendere omaggio al padre della Street Art nella “città paradiso” del suo “Tuttomondo”.

TURISMO
Francesca Franceschi
KEITH HARING IN MOSTRA A PISA FINO AL 17 APRILE 2022

170 opere dal Giappone a Palazzo Blu per rendere omaggio al padre della Street Art nella “città paradiso” del suo “Tuttomondo”.

David Bowie, Madonna ma anche il caos del traffico che sfreccia – under and up ground – e colora New York City di taxi, graffiti, grattacieli e persone. Un mix multiculturale ed esplosivo di sensazioni dà il benvenuto all’ingresso della grande mostra allestita a Palazzo Blu per omaggiare la folgorante carriera di Keith Haring, il padre per antonomasia della street-art, delle grandi battaglie e degli anni ‘80. Attraverso 170 opere mai viste prima in Europa e arrivate appositamente a Pisa dalla Nakamura Keith Haring Collection in Giappone, dal 12 novembre e fino al 17 aprile 2022 è possibile toccare con mano, nella città della torre pendente, la breve ma intensissima vita dell’artista statunitense che, proprio in questa città, in una delle pareti esterne della chiesa di Sant’Antonio Abate, ha lasciato in eredità Tuttomondo, la sua ultima grande opera pubblica che altro non è che un inno alla vita (e alla gioia!) realizzato un anno prima della sua prematura scomparsa.

La mostra “Keith Haring”, realizzata dalla Fondazione Pisa in collaborazione con MondoMostre, con il patrocinio del Ministero della Cultura, della Regione Toscana e del Comune di Pisa e con la straordinaria partecipazione della Nakamura Keith Haring Collection, a cura di Kaoru Yanase, Chief Curator della Nakamura Keith Haring Collection, rende omaggio all’artista americano universalmente riconosciuto tra i padri della street-art.

Capitalismo, disuguaglianze, diritti degli omo e transessuali ma anche Aids, apartheid, energia nucleare, droghe, guerra e ambiente sono alcune delle innumerevoli battaglie che Haring, fin dai tempi dei graffiti – fugaci e di soppiatto per non esser “pizzicato” dalle forze di Polizia – alle pareti della metropolitana di Manhattan, ha affrontato con tratto volutamente “semplice” e colori brillanti.
Perché l’arte deve essere patrimonio di tutti. Alla portata di tutti. Non solo per i collezionisti o gli intenditori. Il giovane artista americano, fin dagli esordi, aveva sposato la mission di un dialogo aperto. La sua tecnica “infantile”, ricettiva e con la portata di una carica universale aveva il pregio di sapere toccare le corde di tutti. Quelle dei ragazzini delle periferie, dei meno fortunati del Bronx e dei “non addetti ai lavori” che potevano apprezzare la potenza e i messaggi della sua arte.

“Volevo [con il Pop Shop] portare avanti lo stesso tipo di comunicazione dei disegni in metropolitana. Volevo attrarre la stessa quantità eterogenea di persone e che fosse un luogo dove… sì, non venissero solo i collezionisti ma anche i ragazzini del Bronx… Il punto è che non intendevamo produrre cose che avrebbero sminuito l’arte. In altre parole, volevamo che restasse arte. Voglio dire, avremmo potuto mettere i miei disegni su qualunque cosa. Esperimenti artistici che funzionano. La prima cosa che voglio fare è abbattere la barriera fra arte commerciale e arte tradizionale. Lo stesso vale per i disegni della metropolitana”.

È un tuffo nel colore e nella vitalità – ma anche nella riflessione – la mostra allestita a Pisa con ben nove sezioni e lavori che spaziano dai disegni della metropolitana di NYC fino all’ultima serie dal titolo The Bluprint Drawings, pubblicata nel 1990, pochi mesi prima della sua prematura morte, a soli 31 anni, per complicazioni scaturite dopo aver contratto l’HIV.

“La mia speranza è che un giorno, i ragazzini che passano il loro tempo per strada si abituino a essere circondati dall’arte e che possano sentirsi a loro agio se vanno in un museo”.

E da qui, in un mordi e fuggi fugace contro la vita che corre e una salute che si fa sempre più effimera, Haring prosegue il suo percorso perché “Il mio contributo al mondo è la mia abilità nel disegnare. Disegnerò il più possibile, per tutte le persone possibili, il più a lungo possibile”.

Haring, del resto, ha vissuto gli sconvolgimenti della New York degli anni ’80 quando l’economia americana era in crisi e la città era preda di violenza, droga, discriminazione e povertà.
Si è sempre impegnato attraverso le sue opere a sensibilizzare il pubblico su temi quali l’energia nucleare, gli aspetti negativi dell’era tecnologica, la salvaguardia dell’ambiente, il razzismo dilagante, l’uso delle droghe e la prevenzione contro l’AIDS. Sin dall’inizio della sua carriera Haring trova il modo di fondere ciò che è inequivocabilmente riconosciuto come arte con la vita di tutti i giorni.

E con il soggetto del bambino, individua il mezzo più efficace per assicurarsi l’immortalità. Nessuno sa quanti bambini abbia disegnato. Due giorni prima di morire, troppo debole anche per parlare, prende un pennarello e tenta ripetutamente di disegnare qualcosa, poi finalmente ci riesce: è il bambino radiante. Un neonato che sprigiona raggi di potere ricevuto dall’universo; che possiede un’energia infinita; che gattona incessantemente, senza fermarsi mai, verso ogni dove, sfidando ogni pericolo. E dopo la morte di Keith, nel corso degli anni Novanta fino al caos dei giorni nostri, questa immagine iconica continua a trasmettere il suo messaggio di gioia. Il bambino radiante rappresenta Keith Haring stesso.

Perché i bambini “sanno qualcosa che la maggior parte della gente ha dimenticato”.

Tele coloratissime, cartelloni pubblicitari ma anche copertine di dischi e poster: lungo il percorso espositivo pisano si scopre l’ampia gamma di tecniche espressive utilizzate dall’artista che, in certi momenti, sembra esser capace di far vibrare melodie e di trasformare i colori in musica.
E ancora i suoi omini stilizzati e in movimento, i suoi cuori, i suoi cani conosciuti in tutto il mondo. L’esposizione ripercorre l’intera carriera artistica di Haring e l’ampia gamma di tecniche espressive da lui indagate e sfruttate. Pittura, disegno, scultura, video, murales, arte pubblica e commerciale unite dal fil-rouge – immancabile e sempre presente – della musica.
Ovunque Haring lavori, sulla strada o nel suo atelier, c’è sempre spazio per lei. Le sue opere incarnano il suono delle strade di New York e dei locali più cool. Collabora alla creazione di un gran numero di cover, una delle più note è per un album di David Bowie del 1983 che raffigura due omini stretti in un radioso abbraccio.

Non poteva mancare, infine, il racconto dell’avventura di Haring a Pisa.

“Sono seduto su un balcone e guardo la cima della Torre pendente. È davvero molto bello qui. Se c’è un paradiso, spero che sia così” disse alla vista della città.

Il progetto nacque da un incontro casuale tra l’artista e il giovane studente Piergiorgio Castellani avvenuto nella Grande Mela nel 1987. Castellani propose ad Haring di realizzare qualcosa di grande in Italia e l’artista accettò, fu così che prese forma il “Keith Haring Italian Project”.

Il monumentale dipinto, che occupa una superficie di 180 metri quadri, è divenuto negli anni una delle grandi attrazioni della città della torre pendente, custode di una delle ultime grandi opere dell’artista che, per realizzare il suo inno alla gioia – che tutt’oggi è considerato il suo testamento artistico – chiese l’aiuto degli studenti dell’università pisana che collaborarono alla realizzazione del murale. Del resto, amava ripeterlo, l’arte “deve essere proprio per tutti”. Ed ecco che non resta che venire ad ammirarla.