L' IDROGENO CHE PIACE AI SAUDITI

L’Arabia Saudita vuole diventare leader mondiale nella produzione di idrogeno. Scelte di investimento e progetti in corso in ambito energetico.

AMBIENTE
Pamela Preschern
L' IDROGENO CHE PIACE AI SAUDITI

L’Arabia Saudita vuole diventare leader mondiale nella produzione di idrogeno. Scelte di investimento e progetti in corso in ambito energetico.

L‘Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, guarda all’idrogeno come al combustibile del futuro. Dall’ “oro nero” al multicromatico idrogeno il cambio di rotta è netto. Dopo aver subito gli effetti della desertificazione, delle tempeste di polvere e dell’inquinamento atmosferico, causati dalla sua economia petrolifera, l’anno scorso ha annunciato l’intenzione di generare il 50 per cento della sua energia da fonti rinnovabili. entro il 2030

Caratteristiche e varianti dell’idrogeno

Secondo le ultime ricerche dell’International Renewable Energy Agency, l’idrogeno potrebbe soddisfare entro il 2050 fino al 12 per cento del fabbisogno energetico mondiale. Per amor di chiarezza è bene precisare però che questo elemento non esiste sulla Terra, in quanto lo si trova sempre legato ad altri, come ad esempio l’acqua, tramite separazione dell’ossigeno attraverso l’elettrolisi, oppure a partire da alcuni idrocarburi come il metano, separandolo dal carbonio. Non si tratta quindi una fonte energetica come petrolio, carbone o le fonti rinnovabili, bensì di un vettore energetico; per poterlo utilizzare va estratto dalle molecole in cui è presente. Per questa sua caratteristica la produzione di idrogeno richiede notevole energia, il che lo rende poco competitivo ed efficiente.

I colori dell’idrogeno

Ad oggi esistono alcune varianti cromatiche dell’idrogeno che rappresentano le diverse le modalità di produzione. Quello maggiormente disponibile (ed economico) è il grigio, proveniente dal processo di riformazione del metano, senza il sequestro di emissioni di CO₂. A cui si aggiunge l’idrogeno marrone (o nero), la variante più usata in Cina e in India, derivante dal carbone e quindi inquinante. E ancora c’è l’idrogeno blu, estratto da combustibili fossili (in particolare il metano), ottenuto catturando e immagazzinando emissioni di anidride carbonica attraverso specifiche tecnologie di sequestro del carbonio.

È proprio su questo che sta puntando maggiormente l’Arabia Saudita, come riportato da Abd al-Aziz bin Salman, ministro dell’Energia del paese, che ha rivelato l’avvio di ingenti investimenti nel gas di scisto (quello intrappolato nella roccia, estratto mediante fratturazione della stessa), disponibile in gran quantità nel paese. Eppure il potenziale dell’idrogeno blu è controverso: si mette speso in discussione la reale sostenibilità della sua produzione e i rischi dello stoccaggio di anidride carbonica nel sottosuolo. Per questo l’UE, che si è data delle linee guida specifiche sulla riduzione delle emissioni di CO2, non vede con favore l’idrogeno derivato dal gas di scisto fratturato.

Discorso diverso invece per il cosiddetto idrogeno verde per il quale si registra un notevole interesse in Europa: si tratta dell’unica produzione pulita, in grado di garantire zero emissioni grazie all’uso di energia elettrica da fonti rinnovabili per l’elettrolisi dell’acqua. Questa è la variante (pulita sì, ma molto costosa) che l’Arabia Saudita è pronta a esportare nel prossimo futuro, secondo quanto anticipato dal ministro per l’Energia durante una sua recente discussione con il vicepresidente esecutivo della Commissione europea per il Green Deal, Frans Timmermans.

Oltre a un impianto per la costruzione di automobili alimentate a idrogeno, l’Arabia Saudita prevede la costruzione di un impianto da 4,4 miliardi di euro nella nuova megalopoli di Neom, sulla costa del Mar Rosso. Se la data di inizio dei lavori sarà compresa tra il 2025 e il 2026, come si dice, e se dovesse rispettare l’obiettivo di produrre 650 tonnellate al giorno di idrogeno “verde”, questo potrebbe diventare l’impianto di idrogeno più grande del mondo. A favore ci sono le ingenti quantità, di luce solare e vento per alimentare i pannelli solari e le pale eoliche disponibili durante tutto l’anno nel paese; contro, invece, le difficoltà di produzione, conservazione, trasporto e i costi. Sfide ma non veri ostacoli, considerato che il paese è tra i produttori elettricità prodotta da fonti rinnovabili a costi più bassi e gode di collegamenti rapidi, che ne favoriscono l’esportazione soprattutto verso l’Europa.

Infine c’è l’idrogeno rosa (chiamato anche giallo o viola) dove il processo di elettrolisi avviene ricorrendo all’energia nucleare; anche su questo colore l’Arabia Saudita sta investendo con la costruzione di due grandi reattori e altri più piccoli per dissalare l’acqua di mare. Le sperimentazioni in questo specifico settore, tuttavia, si trovano ancora in una fase embrionale, con alcuni progetti di ricerca concentrati soprattutto in Nord America, come precisa Francesco Pavan, ricercatore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA).

Dietro alle ambiziose iniziative energetiche dell’Arabia Saudita c’è il Public Investment Fund, fondo sovrano da 500 miliardi di dollari di cui è presidente il principe ereditario Mohammed bin Salman. Oltre all’impianto di Neom, lo scorso gennaio il fondo ha firmato un memorandum con due aziende sudcoreane, la Samsung e la Posco, per un progetto destinato alle esportazioni di idrogeno.

L’idrogeno nel mondo

Il paese del Golfo non è l’unico a puntare su questo vettore energetico per la transizione verde. Secondo l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili il commercio globale di idrogeno supererà il petrolio entro il 2050. Molti paesi dell’UE tra cui Francia, Germania e Spagna, hanno già dei piani ambiziosi in linea con la Strategia europea per l’idrogeno del 2020.

L’Italia, con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha deciso di dare un massiccio sostegno alla transizione ecologica stanziando oltre 3 miliardi di euro per la ricerca, sperimentazione e produzione di idrogeno.  Anche Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda hanno messo gli occhi su questo mercato potenzialmente profittevole e prevedono la costruzione di nuovi impianti nel prossimo futuro.

Alla lista si aggiungono Oman, Marocco, Egitto ed Emirati Arabi Uniti con questi ultimi pronti a contare su un impianto produttivo e a controllare il 25 per cento del mercato entro il 2030. E poi c’è la Russia che vorrebbe controllare il 20 per cento del mercato dell’idrogeno entro il 2030 e la Cina che lavora sull’idrogeno da due decenni. Il paese orientale, attualmente il maggiore produttore mondiale (soprattutto di idrogeno marrone), punta ad avere mille stazioni di rifornimento e un milione di auto a idrogeno entro il 2030.

Non è tutto oro quel che luccica…

Dell’idrogeno si vantano le molteplici possibilità di utilizzo in diversi campi: nel settore dei trasporti come carburante per camion, aerei e navi; in quello industriale, per la produzione di cemento, ceramiche, vetro e acciaio, settori difficilmente elettrificabili, e in agricoltura grazie alla capacità di trasformarsi in ammoniaca, ottimo fertilizzante. Ma anche nella rete elettrica, integrando le fonti rinnovabili nel riscaldamento e illuminazione di edifici,

Eppure, nonostante la fiducia e i massicci investimenti di paesi diversi e distanti tra loro, questo vettore energetico è molto divisivo. Occorre considerare che oltre il 95% dell’idrogeno nel mondo (e il 95% in Europa) è prodotto a partire dai combustibili fossili e responsabile dell’emissione di 900 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno. Gli analisti nutrono dubbi sul potenziale dell’idrogeno nella transizione verde dell’economia globale, processo che dipende da vari fattori tra cui la sua disponibilità e il metodo utilizzato per produrlo.  E’ evidente che solo se prodotto da fonti rinnovabili (pulite) l’idrogeno può avere un ruolo positivo nella transizione verde.

Nel rapporto dell’IEA sulla decarbonizzazione al 2050, il. Net Zero by 2050, il 10% della domanda finale di energia è fornito dall’idrogeno contro il 50% dall’uso diretto di elettricità, principalmente proveniente da fonti rinnovabili. Una soluzione, quest’ultima, decisamente più efficiente e meno energivora. Giulio Mattioli, esperto in decarbonizzazione dei trasporti e ricercatore dell’Università di Dortmund usa una metafora paragonando l’idrogeno allo champagne, per indicare un prodotto  adatto solo a settori di nicchia.

Nella transizione verde certamente l’idrogeno ha importanza ma non ha un ruolo preponderante, piuttosto può integrare forme di elettrificazione diretta dove questa non è possibile e fornire un contributo positivo se prodotto con fonti rinnovabili. È su queste che occorre puntare, sia per far fronte al crescente fabbisogno di energia pulita e sostenibile, sia per gestire adeguatamente crisi energetiche come quella del gas innescata dalla recente guerra in Ucraina.