LA BIODIVERSITÀ, LA STRADA DA PERCORRERE PER SALVAGUARDARE IL PIANETA E L’ALIMENTAZIONE

Recupero, conservazione e tutela della biodiversità. È necessario agire concretamente per garantire la variabilità genetica a tutela dell’ambiente e della salute. Nelle azioni messe in campo l’Italia è un paese virtuoso.

AMBIENTE
Domenico Aloia
LA BIODIVERSITÀ, LA STRADA DA PERCORRERE PER SALVAGUARDARE IL PIANETA E L’ALIMENTAZIONE

Recupero, conservazione e tutela della biodiversità. È necessario agire concretamente per garantire la variabilità genetica a tutela dell’ambiente e della salute. Nelle azioni messe in campo l’Italia è un paese virtuoso.

La vita sul pianeta è sempre più legata a doppio filo alla diversità delle specie vegetali ed animali che la popolano. Biodiversità che è messa in pericolo da vari fattori, quali perdita delle risorse genetiche (sempre più veloce) e cambiamenti climatici, ma anche dai mutati stili di vita che hanno portato ad una standardizzazione delle colture, degli alimenti prodotti  e della dieta, adattando le varietà alle nuove richieste dei consumatori. Mutamenti di cui la moderna industria (ditte produttrici di specie vegetali, sementi, aziende agroalimentari, ecc.) si è fatta interprete e ha sviluppato varietà maggiormente produttive e resistenti a numerosi fattori di stress (biotici ed abiotici), in grado di soddisfare le richieste alimentari di una popolazione mondiale in continuo aumento. Per evitare di mettere ancor più in pericolo il nostro pianeta e garantire la variabilità genetica, in modo che le varietà locali non vadano perse e vengano surclassate da quelle commerciali, è necessario agire su recupero, salvaguardia e conservazione del patrimonio offerto dalla agrobiodiversità. Sotto questo aspetto numerosi sono i progetti nazionali ed internazionali che mettono al centro il concetto di biodiversità

La biodiversità rappresenta la totalità della variabilità delle forme di vita o varietà degli organismi, di cui una parte è costituita dalla agrobiodiversità (diversità degli agroecosistemi).

Salvaguardia che gioca un ruolo fondamentale nella riduzione del rischio di perdita di varietà genetica (o erosione), che consiste nella perdita di specie o di razze, varietà, popolazioni. Ma il mantenimento dell’ agrobiodiversità è garantita dall’azione di moltiplicazione e conservazione svolta dagli agricoltori.

Tutela nella quale il nostro paese, anche e non solo per il fatto di essere un vero e proprio contenitore di biodiversità (basti semplicemente pensare a quante sono le varietà del patrimonio olivicolo e viticolo), si è dimostrato estremamente virtuoso, dando vita a numerose realtà che hanno permesso, da una parte di far conoscere quelle che sono le risorse genetiche vegetali ed  animali da salvaguardare, dall’altra di mettere in campo vere e  proprie azioni di salvataggio di specie e varietà a rischio di estinzione.

Attuare concrete azioni di salvaguardia, richiede la conoscenza dell’ambiente nel quale si sta operando e quali sono le risorse genetiche da attenzionare. Questo è quanto ha fatto la Regione Umbria, che ha dato vita all’atlante delle risorse genetiche iscritte al registro regionale. La Regione Umbria è stata una dei precursori in questo campo, grazie all’emanazione di una legge regionale già nel 2001, proprio dedicata alla biodiversità di interesse agrario e alla sua conservazione (tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario). Legge regionale che ha permesso lo sviluppo di progetti di studio e di ricerca coinvolgendo diversi soggetti, tra i quali il Parco Tecnologico dell’Umbria e il Dipartimento di Scienze Agrarie Agroalimentari ed Ambientali dell’ Università degli Studi di Perugia e il CNR, nonché aziende agricole e professionisti del settore.

Al registro regionale sono iscritte 69 specie tra autoctone, non autoctone o considerate scomparse, ma che si intende reintrodurre. Iscrizione che può avvenire su proposta di enti pubblici, scientifici, organizzazioni e associazioni private ma anche singoli cittadini. Domande che naturalmente prevedono un vaglio in base alla rispondenza a determinati requisiti quali grado del rischio di erosione, ambito locale e modica quantità. Tra le risorse inserite troviamo varietà di olivo (moraiolo, dolce agogia, Nostrale di Rigali, borgiona), viticole, frutticole (mela spoletina, pesca monteleone, ecc), orticole (sedano nero di Trevi, roveja, aglione ecc), cerealicole (farro di Monteleone di Spoleto), ma anche razze animali (pecora Sopravissana, capra Facciuta della Valnerina) e specie ittiche (trota fario, luccio del Trasimeno).

È nei territori che avviene la prima opera di salvaguardia, perché sono gli agricoltori (che possiamo definire “custodi”) che lì vivono, che conoscono quali siano le specie e le varietà la cui memoria deve essere mantenuta e che necessitano di valorizzazione. È il caso  della felice intuizione di un agronomo, Isabella dalla Ragione, che nel nord dell’Umbria, nel piccolo paese di Lerchi nel comune di Città di Castello, ripercorrendo le orme del padre allo scopo di salvare quante più specie dalla scomparsa, ha dato vita dopo anni di ricerca iniziati fin negli anni 80 a quella che nel 2014 è diventata fondazione Archeologia Arborea onlus. L’attività della fondazione, concentrata sul recupero della frutticoltura, ha reso possibile il salvataggio di 130 varietà in via di estinzione e 600 piante da frutto con la creazione di un vero e proprio frutteto. Come ha più volte detto dalla stessa Isabella, la sua opera ai primordi è stata proprio quella di un archeologo (quasi un lavoro di scavo) che è alla ricerca non di rovine di antiche popolazioni ma di salvataggio e recupero e di conservazione di  specie e varietà biodiverse. Attività che agli inizi era fondamentale per evitare che scomparisse tutto. «In tutto ciò i veri artisti sono stati gli agricoltori che nei secoli hanno selezionato, conservato e coltivato queste varietà e noi siamo stati poveri archeologi». Scopo intrinseco del progetto è quello di preservare la memoria di un passato che non deve essere dimenticato, (quando si perde la biodiversità purtroppo non è possibile fare più niente) e di riscoprire tante varietà anche dai nomi curiosi che richiamano a tempi antichi: “pera del curato”, “mela limoncella”, “fico permaloso”, “uva passerina”, ecc.

Fondazione che è possibile sostenere in qualità di fondatore, sostenitore o semplicemente adottando una o più piante del frutteto, come hanno fatto personalità di fama mondiale che si sono impegnate a farvi visita almeno una volta all’anno (potendone naturalmente raccogliere i frutti).

Una strada per la conservazione della biodiversità è quella di partire dalla semente e dalla sua valorizzazione, compito che svolge la Rete dei Semi Rurali. La rete fondata nel 2007 è oggi costituita da 35 soci aderenti tra enti, associazioni di produttori biologici e biodinamici, consorzi di produttori, aziende sementiere, agricoltori custodi. Le realtà aderenti si occupano di scambio di semi, autoproduzione, biodiversità, agricoltura biologica e biodinamica, stili di vita consapevoli e lotta ai cambiamenti climatici.  I progetti attuati dalla rete sono numerosi e si prefiggono il compito di stimolare la agrobiodiversità, promuovendo strategie per il miglioramento genetico e tecniche produttive innovative per un’agricoltura biologica a basso impatto; conservazione, selezione e produzione di varietà locali; produzione di sementi che permettano l’adattamento delle popolazioni a determinati ambienti; promozione di sementi biologiche; ampliamento delle risorse genetiche, ecc.

Un ruolo importante è anche quello svolto dagli istituti agrari, come accade presso l’istituto agrario Augusto Ciuffelli di Todi, che ha dato vita ad una casa dei semi, quale sede per la sperimentazione e la diffusione di materiale autoctono e a rischio di scomparsa. Casa dei semi che prevede strutture di conservazione delle sementi e riproduzione delle varietà, campi dimostrativi e di sperimentazione, attività di divulgazione.

Il compito della conservazione della biodiversità coinvolge l’intero pianeta, come dimostra la creazione della Svalbard Global Seed Vault (deposito globale dei semi delle Svalbard) situata nelle omonime isole norvegesi, a metà strada tra il polo nord e la Norvegia ed entrato in funzione nel 2008. Lo scopo per cui  è stata creata è la conservazione della diversità genetica vegetale e il supporto alle singole collezioni, nel caso in cui i campioni originari e i loro duplicati nelle banche genetiche convenzionali, si perdano a causa di fenomeni naturali, conflitti ecc. o possano perdersi per cause accidentali. È gestito tramite un accordo del governo norvegese con il Global Crop Diversity Trust e dal Nord Genetic Resource Center. La struttura, nata in una delle zone più fredde del pianeta, garantisce il mantenimento delle migliori condizioni per la conservazione dei semi grazie a camere refrigerate artificialmente a temperatura costante di meno 18 gradi. Comunque la Norvegia ha già posto in essere misure per adattare la struttura al clima più umido e caldo che potrebbe interessare le isole in futuro.

I semi conservati rivestono importanza per alimentazione, agricoltura, miglioramento genetico, ricerca e selezione, in accordo con leggi internazionali, tra le quali il trattato per le risorse genetiche per cibo e agricoltura. Tra le specie  presenti troviamo oltre 5800 specie appartenenti a circa 1100 generi oltre 1 milione di campioni. Tra le varie specie sono presenti riso, frumento, orzo, avena, sorgo, triticale, mais, segale, fagioli, ceci, patate, arachidi, brassicacee, soia, erba medica, mele. Le risorse provengono principalmente da centri di ricerca in agricoltura a livello mondiale, le banche genetiche da Stati Uniti, Germania, Canada e Olanda, oltre al Nord Genetic Resource Center, la principale banca genetica dei paesi nordici.