LA “CITTÀ DEI QUINDICI MINUTI”: UTOPIA O RIVOLUZIONE A PORTATA DI MANO?

Avere tutto “a distanza”, al massimo, di un quarto d’ora: è il nuovo modello di sostenibilità urbana che arriva dalla Francia e potrebbe rivoluzionare le metropoli italiane.

AMBIENTE
Alessio Ramaccioni
LA “CITTÀ DEI QUINDICI MINUTI”: UTOPIA O RIVOLUZIONE A PORTATA DI MANO?

Avere tutto “a distanza”, al massimo, di un quarto d’ora: è il nuovo modello di sostenibilità urbana che arriva dalla Francia e potrebbe rivoluzionare le metropoli italiane.

Vivere in una metropoli e avere tutto quello che serve ad una distanza massima di quindici minuti, a piedi o in bicicletta: scuole, centri socio-sanitari, centri culturali, verde pubblico, luoghi dove praticare attività sportive, fermate di metro e bus, shopping. Persino il luogo di lavoro. Un luogo da sogno dove vivere, soprattutto se messo a confronto con le realtà di tante città in cui milioni di abitanti trascorrono ore al giorno chiusi in macchina nel traffico. Un modello sostenibile e rivoluzionario che è stato teorizzato a Parigi nel 2020 e che sta diventando fonte di ispirazione, o quantomeno di dibattito, in tante città del mondo.

Ribaltare le prospettive per vivere meglio le città

Il primo a introdurre il concetto di città dei 15 minuti è stato il professor  Carlos Moreno, docente alla Sorbona di Parigi: la sua idea parte dal concetto di prossimità all’interno delle città, applicata per uno sviluppo sostenibile dei processi di urbanizzazione. Secondo la sua teoria, in contesto urbano tutti i servizi essenziali dovrebbero essere idealmente raggiungibili entro quindici minuti da casa propria, a piedi o in bicicletta. L’obiettivo è chiaro: abbattere l’utilizzo dei mezzi di trasporto privati, abbattere i livelli di traffico e di inquinamento ed incentivare modelli di vita – individuale e collettiva – più “green”. Un ribaltamento forte della prospettiva con la quale si sono guardate, fino ad oggi, le città: urbanisti e architetti hanno cercato per decenni soluzioni per permettere di raggiungere punti distanti tra loro nel minor tempo possibile. Ora il ragionamento è esattamente l’inverso: avvicinare questi punti, in modo da ridurre la necessità di muoversi per soddisfare le esigenze primarie individuali.

L’esempio di Parigi

La teoria del professor Moreno è stata subito recepita, a livello di proposta politica, proprio nella città dove è stata elaborata: l’attuale sindaca della “Ville Lumiere”, Anne Hidalgo, ha inserito il progetto “città dei 15 minuti” all’interno della sua campagna elettorale del 2020, che l’ha portata ad essere confermata per un secondo mandato a capo dell’amministrazione parigina. La Hidalgo, forte dei risultati delle politiche “green” che avevano già caratterizzato il suo primo mandato, ha voluto spingere sull’acceleratore della sostenibilità non solo inserendo nel programma l’obiettivo di trasformare Parigi in una “città dei 15 minuti”: ha anche deciso di porre la lotta al riscaldamento globale ed all’inquinamento in cima alle sue priorità, progettando la realizzazione di foreste urbane ed incrementando fortemente la costruzione di piste ciclabili. La pandemia di Covid ha paradossalmente aiutato a crescere il progetto della Hidalgo, soprattutto attraverso l’aumento dei co-working, che i parigini dopo lo “smart working” hanno iniziato ad utilizzate per rendere più “locale” il loro lavoro, abbattendo gli spostamenti da una parte all’altra della città. Il prossimo step della trasformazione di Parigi riguarda la riqualificazione degli Arrondissement attraverso la creazione di nuovi spazi di aggregazione e sopratutto di aree commerciali di prossimità.

Città policentriche

 Andando ad osservare da vicino il progetto della “città dei quindici minuti”, l’elemento centrale sembra essere quello del “policentrismo”: abbandonare la logica del centro cittadino come luogo di servizi e delle periferie come zone residenziali/dormitori, ed immaginare metropoli costituite da tante comunità quasi del tutto autosufficienti. La pandemia di Covid, come avvenuto a Parigi, ha contribuito in qualche modo a proporre (o riproporre) una visione della vita in città come vita essenzialmente “di quartiere”: il problema sono i servizi, che dovrebbero essere presenti ovunque per garantire la possibilità di usufruirne, appunto, in “quindici minuti”. Spostarsi nei quartieri centrali o verso un centro commerciale diventa a quel punto una opzione a disposizione del cittadino, e non una scelta obbligata come invece accade spesso.

Un modello esportabile?

Se a Parigi il modello sembra essere applicabile, questo non significa che lo possa essere ovunque. La capitale francese, per come si è sviluppata urbanisticamente, si presta a questo tipo di rivoluzione: le cosiddette banlieue, dove si registrano le maggiori criticità socio-economiche all’interno di quartieri poveri di servizi, non fanno parte del Comune di Parigi. Questo comporta la necessità di interventi meno strutturali per avvicinarsi ad un modello di vivibilità sostenibile e “a misura d’uomo”. La vera sfida è quella di realizzare “città dei quindici minuti” in contesti urbani più degradati, caratterizzati da uno sviluppo urbanistico irregolare e non pianificato. Non è un caso che progetti simili siano stati realizzati con successo in città che già erano state pensate in maniera più o meno sostenibile: Sidney in Australia e Portland negli Stati Uniti sono ormai da tempo “città dei 20 minuti”, Barcellona in Spagna ha promosso un idea simile già nel 2013, molte città nei Paesi Bassi sono state modificate negli anni per avvicinarsi al modello dei “quindici minuti”.

La situazione in Italia

Nel nostro paese si è parlato di questo nuovo modello di sviluppo urbano in occasione delle recenti elezioni amministrative che si sono tenute in alcune delle principali città. Ne ha parlato ad esempio, nel corso sua campagna elettorale, l’attuale sindaco di Roma Roberto Gualtieri: rendere la capitale d’Italia una città smart e vivibile è elemento centrale del suo programma che ha convinto la maggioranza degli elettori. La Città Eterna è il classico esempio di “sfida impossibile”: secondo il Global Ccorecard di Inrix, indice analitico dei trend della congestione urbana in 200 città di 38 Paesi del mondo, i romani trascorrono 21 giorni all’anno bloccati nel traffico. Numeri impressionanti, che evidenziano l’utilizzo massivo del mezzo privato per spostarsi. D’altronde uno dei problemi principali di Roma è rappresentato dalle periferie, che spesso sono giganteschi dormitori privi della maggior parte dei servizi. Una “mission impossible” che potrebbe essere un valido banco di prova per il modello di città pensato dal professor Moreno: se funziona a Roma, può funzionare ovunque. Anche il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha mostrato interesse per l’idea: ma il capoluogo milanese si presta molto di più a cambiare in maniera sostenibile. È un processo già avviato: le dimensioni minori della città, uno sviluppo più “pensato” negli anni ed una presenza più omogenea (rispetto alla capitale) di servizi al cittadino potrebbero aiutare ad abbreviare i tempi.