LA COOPERAZIONE MEDICO VETERINARIA NELLA LOTTA CONTRO LE MALATTIE INFETTIVE

A “tu per tu” con l’infettivologo e veterinario Francesco Tolari

SALUTE
Francesca Franceschi
LA COOPERAZIONE MEDICO VETERINARIA NELLA LOTTA CONTRO LE MALATTIE INFETTIVE

A “tu per tu” con l’infettivologo e veterinario Francesco Tolari

La comparsa e la diffusione di zoonosi, malattie infettive degli animali trasmissibili all’uomo e per le quali gli animali costituiscono la riserva naturale dell’agente infettante, si stanno rivelando uno dei maggiori problemi sanitari. In un mondo sempre più interconnesso, dove gli agenti infettanti hanno ampie possibilità di spostarsi rapidamente da una zona all’altra del pianeta, il fenomeno deve essere affrontato con una strategia di “salute globale”, che tenga in considerazione la salute delle popolazioni umane, delle popolazioni animali e dell’ambiente nel quale essi vivono. Nuove malattie infettive emergono infatti con maggiore frequenza proprio nei paesi a risorse limitate dove spesso i servizi medici e veterinari non sono in grado di prevenirle e combatterle in modo efficiente. Ecco che sarebbe necessaria una stretta collaborazione medico-veterinaria e una forte cooperazione internazionale che permetta a quei paesi di usufruire pienamente di conoscenze e tecnologie che il progresso scientifico ci ha messo a disposizione. Ne parliamo con il Professor Francesco Tolari, infettivologo veterinario già docente alle Università di Torino e Pisa.

Professore, perché le malattie infettive continuano ad avere così tanta diffusione nonostante i progressi in campo sanitario ci forniscano nuovi strumenti per combatterle?

Il primo di questi motivi è che gli agenti infettanti sono molti: virus, batteri, parassiti, miceti, e molti di loro sono particolarmente soggetti a cambiamenti, subiscono cioè continue modificazioni genetiche che permettono loro di eludere i sistemi difensivi degli animali, ma anche di ampliare il loro spettro di ospiti. Ecco perché la lotta alle malattie trasmissibili non cesserà mai e continuamente ci troveremo a combattere nuovi agenti infettanti, molti dei quali, attraverso l’evoluzione, avranno superato le barriere di specie acquisendo la capacità di infettare nuove specie animali, uomo compreso.

Che altro?

Poi c’è anche il fatto che la maggior parte delle infezioni emergenti, quelle comparse recentemente e fino a pochi anni fa sconosciute alla comunità scientifica, sono zoonosi, quindi gli agenti infettanti arrivano a noi dalle popolazioni animali e spesso si adattano alla trasmissione da uomo a uomo. Negli ultimi decenni stanno avvenendo diversi cambiamenti che in vario modo contribuiscono alla comparsa di nuove zoonosi…

Dica pure…

Il primo di questi è il cambiamento dei fattori climatico/ambientali. Molte malattie sono infatti trasmesse da insetti, in particolare da zanzare e zecche, ed è ormai dimostrato che esiste una relazione stretta fra la loro diffusione e i cambiamenti climatici che stiamo osservando, i quali influenzano la loro riproduzione e di conseguenza la loro possibilità di trasmettere malattie.

Il secondo?

Senza dubbio l’aumento della popolazione umana mondiale, soprattutto in Africa, Asia e America Latina, la quale ha determinato una maggiore richiesta di alimenti di origine animale e di conseguenza un notevole incremento del numero degli animali allevati per scopi alimentari, nonché profondi cambiamenti nei sistemi di allevamento: da sistemi di allevamento estensivo a sistemi di allevamento intensivo. Sappiamo che gli allevamenti intensivi facilitano notevolmente le possibilità di contagio e rendono più frequenti le modificazioni genetiche degli agenti infettanti.

L’incremento demografico ha anche accresciuto la pressione dell’uomo sull'uso della terra?

Certo e, di pari passo, la deforestazione di aree naturali per ricavarne terreni agricoli e pascoli mette l’uomo e i suoi animali domestici in contatto con nuovi agenti infettanti rimasti per tanto tempo confinati nella fauna selvatica di quelle aree. Infine, l’intensa movimentazione mondiale di persone, animali, prodotti di origine animale e merci di ogni genere fornisce agli agenti infettanti ottime possibilità di essere trasportati a distanza e diffondersi.

Perché proprio gli animali selvatici possono essere una sorgente di nuovi virus?

Perché gli animali selvatici albergano una varietà di virus ancora sconosciuti per l’uomo e passando da alcuni di questi animali all’uomo nuovi virus possono adattarsi alla trasmissione interumana. Fra gli animali selvatici, particolarmente pericolosi sono i primati non umani, con i quali, per motivi di affinità biologica, condividiamo diversi virus. Il virus HIV, per fare un esempio, si è originato per adattamento all’uomo di un virus presente nelle scimmie.

Il COVID 19 ci insegna che anche i pipistrelli possono essere un‘ottima sorgente di nuovi virus per l’uomo e gli altri mammiferi, vero?

Esatto. Ma noi conosciamo diversi virus che i pipistrelli possono trasmettere all’uomo e ad altri animali: il virus della rabbia, che può essere trasmesso prevalentemente dai pipistrelli ematofagi (succhiatori di sangue) che vivono in Sud America, ma anche da pipistrelli insettivori che si trovano in altre parti del mondo; il virus Hendra, arrivato all’uomo attraverso il cavallo; il virus Nipah, giunto a noi attraverso il suino; il virus Ebola, che ha avuto come animale intermedio la scimmia… E potrei continuare. Per quanto riguarda in particolare il coronavirus sappiamo che i pipistrelli sono portatori di una grande varietà di virus e, come è noto, alcuni sono già passati all’uomo: il virus SARS CoV attraverso lo zibetto e il virus MERS CoV attraverso il dromedario. Non era quindi del tutto inaspettato che prima o poi un altro coronavirus potesse fare il passaggio di specie pipistrello–uomo dando origine a una nuova zoonosi. Detto ciò, va da sé che il consumo di carni di animali selvatici per esigenze alimentari o, in alcuni contesti, per tradizioni e credenze di effetti benefici, ma anche i mercati di animali selvatici vivi possono rappresentare fattori di alto rischio di insorgenza di nuove malattie nell’uomo.

Per quali motivi i pipistrelli sono una sorgente importante di nuovi virus per l’uomo e per gli altri mammiferi?

In primo luogo questo si deve al fatto che i pipistrelli, presenti in tutto il mondo con una notevole varietà di specie diverse, per una particolarità del loro sistema immunitario tendono ad avere infezioni asintomatiche e persistenti, e riescono quindi a convivere bene con diversi virus facendo loro da serbatoio. Inoltre sono longevi, volano, migrano, vivono in comunità popolose: tutti fattori che, in diverso modo, rendono particolarmente facile non solo conservare, ma anche trasmettere i virus.  I pipistrelli sono mammiferi “antichi” perché si sono evoluti circa 50 milioni di anni fa e successivamente hanno subito pochi cambiamenti evolutivi, pertanto, sebbene apparentemente siano molto diversi da noi, presentano recettori cellulari (i siti di attacco utilizzati dai virus per infettare le cellule) abbastanza simili a quelli degli altri mammiferi. Per questo diversi virus presenti nei pipistrelli hanno un’ottima capacità di “imparare” a infettare altri mammiferi, uomo compreso. Ma mi faccia aggiungere una cosa…

Prego…

E’ importante precisare che non possiamo criminalizzarli se ci trasmettono dei virus, soprattutto perché questi nostri antichi parenti svolgono funzioni importanti per l’equilibrio ecologico, come la loro efficace azione di controllo sugli insetti. Piuttosto dovremmo riflettere su come stiamo aggredendo, attraverso la deforestazione, i territori che loro popolano da millenni e da molto tempo prima che arrivassimo noi umani sulla Terra.

Per quanto riguarda la cooperazione internazionale in ambito sanitario, quali sono i campi prioritari di attività verso i quali indirizzare le nostre risorse?

Il problema delle malattie trasmissibili, sia infettive che parassitarie, è prioritario nella maggior parte dei paesi a risorse limitate, dove queste malattie sono ancora una delle principali cause di mortalità nell’uomo e negli animali e dove le malattie degli animali da reddito hanno un forte impatto sulla produzione di alimenti di origine animale, mettendo in pericolo la sopravvivenza delle comunità rurali più povere e costituendo un freno allo sviluppo socio-economico di quei Paesi. Bisogna tenere ben presente che dobbiamo aiutare i Paesi a risorse limitate, dove povertà, sistemi sanitari inadeguati e promiscuità tra animali e uomo in condizioni igieniche scadenti rendono ancora più facile l’insorgenza e la diffusione di nuove zoonosi. Migliorare le loro capacità diagnostiche e i loro servizi sanitari è un nostro dovere umanitario, ma serve anche alla nostra sopravvivenza.

In che modo?

Se un po’ di anni fa potevamo non preoccuparci più di tanto nell’eventualità in cui una malattia nuova dell’uomo o degli animali fosse insorta in un luogo remoto del mondo, attualmente, quando l’intensa movimentazione mondiale di persone, animali, prodotti di origine animale e merci di ogni genere fornisce agli agenti infettanti ottime possibilità di essere trasportati a distanza e diffondersi, dobbiamo sapere che quella malattia potremmo ritrovarcela in poco tempo a casa nostra. In termini generali quindi le necessità prioritarie per la lotta alle malattie trasmissibili nei Paesi a risorse limitate riguardano: educazione sanitaria, diagnostica di laboratorio, servizi sanitari, sviluppo e utilizzo, quando questo è possibile, di vaccini efficaci.

Quale ruolo ha la vaccinazione degli animali nella lotta contro le zoonosi?

Le vaccinazioni degli animali svolgono un ruolo importante e permettono di controllare, e in alcuni casi di eradicare, diverse malattie infettive degli animali che rappresentano un pericolo per la salute dell’uomo. La vaccinazione antirabbica nei cani per esempio ha permesso di ridurre drasticamente la rabbia nell’uomo in diversi Paesi dove tale malattia era presente allo stato endemico, ma la rabbia causa ancora diverse migliaia di morti ogni anno soprattutto in Africa, Asia e Sud America e, se in questi Paesi si riuscisse a vaccinare una percentuale elevata di cani e nel contempo a risolvere il problema del randagismo canino, la prevalenza dei casi di rabbia trasmessa dal cane, che continuano a essere i più frequenti, potrebbe ridursi in maniera ancor più significativa.  

Anche la vaccinazione contro la brucellosi nei ruminanti domestici ha svolto un ruolo importante nelle fasi di eradicazione di questa malattia in diversi Paesi. E anche i casi nell’uomo di leptospirosi, carbonchio ematico, febbre della valle del Rift, se le popolazioni di animali domestici vengono regolarmente vaccinate contro queste malattie, si riducono.

Inoltre, da non sottovalutare è anche il fatto che le vaccinazioni riducono anche l’uso terapeutico di antibiotici in campo veterinario e quindi contribuiscono a contenere il fenomeno dell’antibiotico resistenza che come sappiamo è un altro problema in questo momento considerato prioritario dall‘Organizzazione Mondiale della Sanità.

Su quali aspetti medicina umana e veterinaria possono collaborare per contenere il fenomeno dell’antibiotico resistenza?

L’importanza dei farmaci nella lotta alle malattie trasmissibili è indiscutibile, ma il fenomeno dell’antibiotico resistenza impone un cambiamento radicale dei criteri con i quali sono stati utilizzati fino a ora, sia in campo medico che veterinario. L’utilizzo sempre maggiore di antibiotici in campo medico e veterinario e la possibilità di trasmissione di geni della resistenza fra popolazioni microbiche patogene e non patogene ha portato a un’intensa circolazione di geni di resistenza nella popolazione microbica mondiale, rendendo diversi batteri patogeni resistenti a una varietà di antibiotici. E d’altro canto, la disponibilità di nuovi principi attivi è sempre più limitata in conseguenza dei costi elevati per la sintesi di nuove molecole, così per prolungare l’efficacia di quelli disponibili è importante una rotazione nel tempo del loro utilizzo. 

Questo fenomeno è limitato ai paesi sviluppati?

Per la verità si tratta di un problema globale che investe anche i Paesi a basse risorse.

Infatti, anche se a prima vista il fenomeno può sembrare limitato ai Paesi sviluppati, dove la disponibilità di antibiotici è maggiore e talvolta è maggiore anche l’abuso, in realtà si è visto che il fenomeno riguarda anche i Paesi più poveri, data la gamma più ristretta di antibiotici disponibili e il loro uso meno razionale, quasi mai supportato dalla diagnostica di laboratorio. Per quanto riguarda il campo veterinario il problema della farmaco-resistenza può essere contenuto, da un lato, regolamentando e limitando l’uso di antibiotici a scopo preventivo, con il ricorso ad altre forme di prevenzione: quando possibile intensificando l’utilizzo delle vaccinazioni e migliorando le condizioni di benessere animale e di igiene nella gestione degli allevamenti; e dall’altro lato utilizzando gli antibiotici in terapie sempre più controllate e guidate da un supporto diagnostico di laboratorio: identificando l’agente infettante in causa, eseguendo prove di sensibilità, e verificando l’efficacia dei trattamenti.

A questo proposito dobbiamo ricordare che gli allevamenti intensivi sono quelli che fanno più uso di farmaci e va tenuto inoltre presente il rischio della presenza di residui di antibiotici nei prodotti di origine animale. In questo senso, in ambito clinico veterinario deve essere particolarmente accurata la ricerca di questi residui mediante esami di laboratorio, devono essere rigidamente applicati i divieti sull’uso di determinati antibiotici destinati a esclusivo uso nella medicina umana, e vanno rigorosamente rispettati i tempi di sospensione dei trattamenti.Anche in questo campo, come si vede, è importante che vengano utilizzate conoscenze e tecnologie che la scienza ci mette a disposizione e che queste vengano disseminate anche nelle zone periferiche e nei Paesi a risorse limitate. 

Cosa possiamo fare per contrastare le malattie infettive?

I problemi sanitari su scala globale non troveranno soluzione se verranno affrontati lasciando spazio agli egoismi nazionali e locali. Anche nella lotta alle malattie infettive, così come in quella per la salvaguardia ambientale, è quanto mai attuale il detto che a fatica comincia ad affermarsi: “siamo tutti su una stessa barca, o ci salviamo tutti o non si salva nessuno”. C’è da sperare che la pandemia da SARS CoV 2, oltre a morte e disperazione, ci lasci anche una maggiore consapevolezza del fatto che solidarietà e umiltà sono ancora valori utili ad affrontare i problemi dell’umanità.