LA CRISI ENERGETICA TRA FONTI RINNOVABILI E FABBISOGNO

È necessario rivedere le scelte per non dipendere troppo dai Paesi esportatori e ridurre l’aumento delle bollette. Ma per farlo bisogna ripensare alla tipologia di approvvigionamento delle risorse energetiche.

AMBIENTE
Domenico Aloia
LA CRISI ENERGETICA TRA FONTI RINNOVABILI E FABBISOGNO

È necessario rivedere le scelte per non dipendere troppo dai Paesi esportatori e ridurre l’aumento delle bollette. Ma per farlo bisogna ripensare alla tipologia di approvvigionamento delle risorse energetiche.

La crisi geopolitica sul fronte russo – ucraino e la necessità di conquistare almeno parzialmente l’autosufficienza energetica, stanno spingendo l’Italia a puntare su fonti energetiche “alternative” per ridurre le importazioni dai paesi esteri e con essi i costi delle bollette per famiglie e imprese. Così si ritorna a prendere in considerazione lo sfruttamento dei giacimenti di gas nel Mediterraneo, le energie rinnovabili e perfino il nucleare. La situazione poco chiara della politica europea, in particolar modo proprio per  quello che sembra prefigurarsi nella vicenda tra Russia ed Ucraina con il rischio neanche troppo remoto di una guerra, ha portato i prezzi dei combustibili, dell’energia e di conseguenza delle materie prime, non solo alimentari, alle stelle dando vita ad una vera e propria crisi energetica.

Una primo campanello di allarme della gravità della situazione si è avuto già nei mesi scorsi: l’aumento dei prezzi del metano per autotrazione arrivato a sfiorare i 2 euro e a raddoppiare i rifornimenti. Ma è stato l’incremento spropositato delle bollette di elettricità e gas per famiglie ed imprese a rendere ancora più evidenti le difficoltà della situazione e di quanto sia necessario trovare soluzioni alternative È noto che l’Italia sconta un ritardo importante nella produzione interna di energia rispetto ad altri paesi. Il gas metano (per riscaldamento, energia elettrica ed autotrazione) è importato in buona parte da paesi quali Russia, Austria, Germania, Olanda, Norvegia, Algeria, Libia, ecc.

Per ridurre questo divario il nostro paese dovrebbe puntare meno sulle forniture di energia dall’estero e affidarsi alla produzione nazionale. Per questo motivo si stanno aprendo riflessioni sull’incremento delle produzioni interne di gas grazie ai giacimenti presenti soprattutto nel mar Mediterraneo  ma anche in Basilicata e Sicilia, senza dimenticare il settore delle rinnovabili fino ad arrivare al nucleare. A fronte di una produzione interna di gas metano di circa 90 miliardi di metri cubi che se sfruttata potrebbe renderci almeno parzialmente indipendenti dalle forniture estere e dalle bizzarrie della situazione geopolitica con costi che si aggirano sui 50/70 centesimi al metro cubo rispetto ai 5 centesimi della produzione nazionale, i dati reali sono impietosi.

Negli ultimi 25 anni la produzione nazionale di gas si è ridotta di quasi il 30 %  ed è in grado di soddisfare appena il 4,5% del fabbisogno. Basti pensare che dei 19 miliardi di metri cubi prodotti del 1997, e dei 38 miliardi importati si è passati a poco più di 3 miliardi prodotti  mentre le importazioni nel 2021 hanno raggiunto i 73 miliardi di metri cubi. Diminuzione degli approvvigionamenti interni e aumento delle importazioni estere, che non vanno di pari passo con i consumi, nel periodo 1997 – 2021, sono passati dai quasi 58 miliardi di metri cubi agli attuali 76,118 Mc con una riduzione del 24%. Nell’ultimo anno Russia ed Algeria, nostri principali fornitori in campo energetico ci hanno inviato rispettivamente 20,9 e 21,16 miliardi di metri cubi di gas. Oltre ai quali devono essere aggiunti i 2,7 miliardi di metri cubi dell’ Azerbaigian e percentuali minori da parte di paesi quali Olanda e Norvegia con 2,1 MMc e la Libia con 3,2.

Spetta comunque a noi italiani il dover fare mea culpa, infatti nonostante il fallimento del referendum dell’ aprile 2016 con il quale si chiedeva lo stop alle trivelle, lo sfruttamento dei giacimenti di gas casalinghi presenti nel mare Adriatico si è drasticamente ridotto. Per questi motivi da qualche mese, anche per bocca del Ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani si stà tornando a parlare di energia nucleare. Ma come è evoluta la situazione del nucleare in Italia?  Fino al 26 aprile 1986, data del disastro della centrale di Chernobyl in Ucraina, nel nostro Paese erano attivi 4 impianti. Sull’onda emotiva degli accadimenti di Chernobyl hanno iniziato a serpeggiare critiche e dubbi sulla sicurezza del nucleare inducendo numerosi associazioni di matrice ambientalista a farsi promotrici di un referendum abrogativo. In seguito al referendum tenutosi nel novembre 1987, che a dir la verità non chiedeva di esprimersi direttamente sullo stop al nucleare ma che in un certo senso aggirava il problema, si è iniziato a porre fine all’esperienza nucleare italiana.

Tra i quesiti, l’abrogazione dei contributi agli enti locali che ospitassero centrali nucleari o a carbone e l’abrogazione del CIPE, Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, dal deliberare sulla localizzazione delle centrali. Va inoltre ricordato che l’Italia acquista oltre il 12%  dell’ energia nucleare da paesi confinanti, soprattutto Francia, Austria, Slovenia. In particolare dalla Francia importiamo oltre il 5% e dalla Svizzera l’8,9%  dell’ energia nucleare oltre a percentuali minori da altri paesi.

Ma cosa si intende  per ritorno al nucleare ?  Il Ministro Cingolani non si riferiva alle classiche centrali ma a quelle di terza/ quarta generazione, molto più semplici da un punto di vista impiantistico e anche meno soggette al rischio di incidenti e probabilmente meno problematiche dal punto di vista dello smaltimento delle scorie, uno dei problemi principali delle classiche centrali di prima e seconda generazione. Il rischio di incidenti pur non essendo attive delle centrali nel nostro Paese, potrebbe comunque prefigurarsi vista la presenza di impianti nei paesi a noi confinanti. E tra questi proprio la Francia che è una delle più grandi esportatrici mondiali di elettricità, grazie alle 18 centrali nucleari presenti sul suo territorio e che produce oltre il 70% dell’energia, oltre all’Austria e Slovenia.

A sorpresa, ad avvalorare quanto asserito dal Ministro Cingolani, c’è da considerare anche l’inserimento da parte dell’ Unione Europea dell’ energia nucleare e del gas metano a partire dal 1 gennaio 2023 nella tassonomia europea verde,vale a dire quella che può essere definita uno standard delle attività economiche in base all’impatto climatico sul quale i singoli paesi possono sviluppare le proprie politiche in materia di fonti energetiche. Si tratta ovviamente di una decisione difficile da digerire viste e considerate tutte le critiche piovute addosso sia al nucleare che al gas metano negli ultimi anni. A spingere verso questo cambiamento di indirizzo sono state soprattutto la Francia visto il suo peso nel settore del nucleare  e la Germania, probabilmente decisa  a puntare sul gas per limitare gli attuali impianti a carbone e raggiungere la transizione ecologica L’intenzione dell’UE  per quanto riguarda l’energia nucleare è quella di lasciare libertà di scelta ai  singoli paesi con le clausole per individuare il sito di stoccaggio delle scorie,  non provocare danni all’ ambiente e impiegare le tecnologie al momento più avanzate, rappresentate ad oggi da centrali di terza generazione.

Seppure siano numerose le voci contrarie, il nucleare alla luce delle moderne tecniche di gestione e di sicurezza può rappresentare una alternativa, magari non nell’immediato futuro,  comunque da perseguire. Altra strada sulla quale puntare per il raggiungimento della transizione ecologica è senza dubbio rappresentata dalle rinnovabili (fotovoltaico, eolico,  biomasse,  biometano, idrogeno) che attualmente coprono circa il 38 % del totale della domanda di energia elettrica prodotta. Più in dettaglio le percentuali maggiori hanno riguardato l’idroelettrico con il 15,3 % e il fotovoltaico con il 9% seguite in misura minore da eolico per il 6,4%,  bioenergie (biomasse, biocombustibili, biogas) per il 5,7% e per l’1,7% dalla geotermia.

Ma potrebbe essere invece proprio il Pnrr a rilanciare, le rinnovabili. Con la missione 2Rivoluzione verde e transizione ecologica” e in particolare con la componente 2 “Energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile” sono finanziati investimenti per lo sviluppo dell’ agro voltaico, promozione di impianti innovativi (offshore), promozione delle rinnovabili per le comunità energetiche e l’autoconsumo, biometano, nuove normative per la produzione ed il consumo di gas rinnovabile. Anche attraverso quanto previsto dalla  misura 3 “promuovere la produzione, la distribuzione e gli usi finali dell’ idrogeno” è possibile compiere azioni mirate, sono infatti previsti tra gli altri investimenti per la produzione di idrogeno in siti dismessi oltre che per ricerca e sviluppo per migliorare conoscenze legate all’idrogeno.

Tuttavia, per far sì che le fonti rinnovabili contribuiscano concretamente al raggiungimento degli obiettivi di neutralità climatica  e di transizione ecologica al 2030 è necessario installare circa 7 GW all’anno che solo per la metà potrebbero essere coperti da quanto previsto dal Pnrr. Circa 1,04 GW da impianti agrovoltaici, 2 GW di impianti fotovoltaici. Per il biometano invece si tratta di rendere più sostenibile la rete di distribuzione, che porterebbe un contributo di 2,5 miliardi di metri cubi comunque irrisorio rispetto ai 70 miliardi di metri cubi immessi in rete nel 2020. Al di là di tutte le considerazioni che possono essere fatte e della necessaria fattibilità alla quale sottoporre le decisioni in materia di energia, è ormai chiaro che la transizione ecologica dovrà scontrarsi non solo con problemi di natura tecnica ma anche e soprattutto con questioni geopolitiche.