LA LEZIONE DELL’OZONO E I BUCHI DA COLMARE

Le conseguenze dell’inquinamento chimico sono molto difficili da prevedere e anche i gas Cfc parevano innocui. Poi, all’improvviso, si aprì il buco dell’ozono. Quanti buchi dovremo ancora colmare?

AMBIENTE
Alessio Mariani
LA LEZIONE DELL’OZONO E I BUCHI DA COLMARE

Le conseguenze dell’inquinamento chimico sono molto difficili da prevedere e anche i gas Cfc parevano innocui. Poi, all’improvviso, si aprì il buco dell’ozono. Quanti buchi dovremo ancora colmare?

Persi, tra i ghiacci antartici dell’ottobre 1984, gli scienziati britannici della base di Halley scrutavano lo strato di ozono atmosferico. L’opinione pubblica internazionale già conosceva l’importanza di questo gas minacciato, negli equilibri naturali del pianeta.
Gli scienziati sapevano che la rarefazione sarebbe continuata, ancora di qualche punto percentuale, come accadeva da tempo. La rilevazione di un crollo del 40% giunse inaspettata, meglio rivedere gli strumenti di misurazione e telefonare alle basi vicine.
Intanto, anche il satellite Nimbus aveva inviato una serie di rilevazioni completamente sballate che i calcolatori elettronici della Nasa erano programmati per rifiutare. L’intervento umano recuperò i dati esclusi. Nimbus aveva disegnato un enorme buco nell’ozono sopra l’Antartide.

Quando si aprì il buco, i nemici dell’ozono erano noti da circa un decennio: i gas Cfc (clorofluorocarburi). Un’invenzione meravigliosa. I Cfc erano economici, innocui per ogni essere vivente, non bruciavano, non corrodevano, usati e gettati non facevano male alcuno.
Così, i Cfc erano stati adoperati in molti modi, nei materiali termici, nelle bombolette spray, negli impianti di refrigerazione. Dal 1950 al 1975, la produzione di Cfc era lievitata dell’11% ogni anno. Una crescita esponenziale spaventosa, con un tempo di raddoppio pari a sei anni.
Nel 1975, il consumo annuale medio di Cfc era pari a 0,9kg per ogni americano o europeo; mentre cinesi e indiani si accontentavano di 0,03kg.

Tra i dieci ed i trenta chilometri dalla superficie terrestre, il raro ozono raggiunge una concentrazione sufficiente ad assorbire una larga misura della radiazione Uvb (ultravioletto b), compresa nella luce solare.
L’ombra dell’ozono è fresca. Le radiazioni Uvb possono ferire la vita. Se l’ozono diminuisce dell’1%, i tumori cutanei aumentano, tra il 3 ed il 6%.
Le radiazioni Uvb minacciano inoltre i microrganismi terrestri e marini, base di catene alimentari ed equilibri naturali; nonché il rigoglio delle piante con le rese agricole. Nella stratosfera, la forte radiazione solare scompone i Cfc nei loro elementi costitutivi e tra questi c’è il cloro. Un atomo di cloro può scatenare una reazione chimica capace di distruggere fino a 100.000 molecole di ozono.
Nel vortice circumpolare sopra l’Antartide, con l’effetto catalizzante dei microcristalli di ghiaccio in sospensione, la distruzione dell’ozono trova condizioni ideali. Poi l’estate scioglie i microcristalli e l’aria del vortice torna a disperdersi nell’atmosfera.

Fin dal 1974 gli scienziati avevano notato il degrado dell’ozono. Richard S. Stolarski e Ralph J. Cicerone avevano compreso anche il ruolo del cloro.
Così, a seguito dei primi studi, il movimento ambientalista americano si era scagliato contro le bombolette spray, abbattendone la vendita; mentre un dirigente della DuPont descriveva al congresso degli Stati Uniti, l’ipotesi coloro-ozono quale pura congettura, soltanto a fronte di prove certe la produzione avrebbe dovuto fermarsi.
Quattordici anni dopo, nel buco dell’ozono antartico, la concentrazione di cloro era altissima; saggia l’attesa di una simile prova? Dopo il crollo delle vendite, una legge degli Stati Uniti (1978) aveva definitivamente alleggerito l’atmosfera dai Cfc delle bombolette americane.
Tuttavia, soltanto l’emozione evocata dall’immagine del buco promosse un impegno serio, oltre la controversia sulla certezza scientifica delle prove e le scelte individuali.
Nel 1987 quarantasette stati firmarono il Protocollo di Montreal, per ridurre la produzione e l’impiego dei Cfc. Inizialmente i cinesi preferirono il loro primo frigorifero, difficile biasimarli. L’Unione Sovietica avanzò a rilento. Il piano quinquennale aveva i suoi tempi burocratici. Donald Hodel, sottosegretario dell’amministrazione Regan, consigliò di risolvere tutto con cappello e occhiali da sole. Ma presto l’impegno divenne comune. L’industria volle e seppe trovare soluzioni alternative. La paventata crisi occupazionale non si verificò.

Il Protocollo di Montreal fu il primo di una serie di accordi che il degrado dell’ozono, costantemente monitorato nel suo aggravarsi, costrinse a restrizioni sempre maggiori.
Paradossalmente mentre gli stati riducevano l’inquinamento, l’ozono si assottigliava. I Cfc impiegano molto tempo, per raggiungere la stratosfera dal suolo. Decenni di produzione passata continuavano a librarsi verso l’alto. Ci si era fermati in tempo?
Il buco nell’ozono più esteso comparve tra il 2000 ed il 2003, mentre la produzione di Cfc era minima. Indipendentemente dalla formazione ciclica del buco sull’Antartide, l’ozonosfera tornerà alla sua composizione tradizionale soltanto nella seconda metà del XXI secolo. Per decenni, le creature della Terra saranno meno protette dalle radiazioni, rispetto a quanto sarebbe accaduto senza i Cfc.

Il buco non è stato tappato una volta per tutte. La sfida continua. Occorre vigilare sull’applicazione del Protocollo di Montreal, sulla produzione di nuove sostanze dannose per l’ozono, sulle alternative tecniche ai Cfc; ad esempio, i gas F (fluorurati) non danneggiano l’ozono ma contribuiscono al riscaldamento climatico. Nel 2016, i gas F più comuni sono stati aggiunti all’elenco delle sostanze controllate dal Protocollo di Montreal. Quanti buchi dovremo ancora colmare? E nondimeno l’uomo continua a giocare d’azzardo, con l’immissione nell’ambiente di innumerevoli sostanze chimiche artificiali, pericolose o apparentemente innocue; mentre le conseguenze dell’inquinamento chimico rimangono estremamente difficili da prevedere nel lungo termine.