LA MODA CHE INDOSSA L’AMBIENTE

Anche nel settore del fashion si percepisce l’urgenza di cambiamento: produrre e realizzare abiti sostenibili è la priorità. Come sempre a fare la differenza è lo sviluppo tecnologico.

AMBIENTE
Alessio Ramaccioni
LA MODA CHE INDOSSA L’AMBIENTE

Anche nel settore del fashion si percepisce l’urgenza di cambiamento: produrre e realizzare abiti sostenibili è la priorità. Come sempre a fare la differenza è lo sviluppo tecnologico.

Sostenibilità dei processi produttivi, riciclo e riuso dei materiali, ottimizzazione delle risorse, abbattimento delle emissioni: le strade da percorrere, per un’azienda che vuole raggiungere l’obiettivo della transizione ecologica in tempi accettabili, sono note. A prescindere dal settore all’interno del quale operano. Vale anche per gli operatori del mercato della moda e dell’indotto ad esso relativo: si può e si deve parlare di moda sostenibile, anche perché è un settore che, ad esempio, permetterebbe grandi margini di riutilizzo dei materiali, e all’interno del quale è già da tempo attiva tanta sperimentazione che si muove in direzione della sostenibilità. Recupero degli scarti, progettazione di nuovi materiali, decarbonizzazione, rinnovamento dei processi: sono tante le sperimentazioni in atto nel settore della moda, che è un comparto di assoluto rilievo in Italia per fatturato ed export e che ha subito una importante contrazione in seguito alla crisi economica innescata dalla pandemia e rimbalzata dopo l’inizio della guerra in Ucraina.

Recuperare gli scarti tessili? Ci pensa il PNRR

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha, tra i suoi obiettivi primari, quello di massimizzare il ricorso alle pratiche di economia circolare ovunque sia possibile. Il settore tessile si presta molto, vista la natura dei suoi “scarti”: praticamente tutto quello che non viene utilizzato nella produzione può essere riciclato e riusato per realizzare altri prodotti. Non sempre è possibile un tale livello di circolarità: quando lo è, bisogna approfittarne. Ed infatti il PNRR pone un obbiettivo molto ambizioso rispetto al comparto tessile italiano: riciclare il 100% degli scarti.  Si tratta, al momento, dell’unico ambito per il quale sia prevista la possibilità di riutilizzare tutti in rifiuti. Per raggiungere il risultato sono al momento in via di definizione due soluzioni: l’incremento esponenziale della raccolta differenziata ed il coinvolgimento dei “Textile Hubs”, nuovi impianti per il recupero, il riuso e il trattamento/riciclo.

Innovazione tecnologica e costi: il Global Change Award

Oltre al riciclo, un’altra delle strade maestre che portano alla sostenibilità è rappresentata dall’innovazione, sia dei materiali che dei processi. Due ambiti nei quali sono particolarmente rilevanti gli investimenti economici: senza fondi a disposizione, lo sviluppo si muove a rilento, o addirittura non si avvia nemmeno. Da questo punto di vista un’iniziativa molto interessante è quella rappresentata dal Global Change Award, un premio sostenuto da H&M Foundation che ogni anno finanzia la ricerca su nuovi materiali e nuovi processi, per portare concretamente l’innovazione sul mercato. Per comprendere il senso di questo premio, ma anche le direzioni verso cui si muove la ricerca sostenibile in ambito tessile, è interessare scoprire chi siano e cosa facciano i vincitori di quest’anno, ai quali è destinato un finanziamento complessivo di un milione di euro: BioPuffo di Saltyco (Regno Unito), che ha proposto un’alternativa a “zero emissioni” alla piuma d’oca, realizzata con piante che aiutano la rigenerazione dei terreni danneggiati; Biorestore (Svezia), una soluzione per il bucato che riporta i capi vecchi e usurati a condizioni perfette; CottonAce di Wadhwani Al (India), che ha progettato una intelligenza artificiale che aumenta la resa delle coltivazioni di cotone riducendo l’uso dei pesticidi e riesce a creare condizioni favorevoli all’aumento del reddito dei piccoli coltivatori; Re:lastan (Cina), che ha ideato il primo processo che rende riciclabili i tessuti misti di poliestere e elastan; Rubi (Stati Uniti), azienda che ha inventato una viscosa sostenibile e una fibra Lyocell generato dalle emissioni di CO2. Prodotti fortemente innovativi, che confermano come una buona parte della transizione ecologica passi attraverso lo sviluppo tecnologico.

Il cambiamento passa dal rinnovamento dei processi produttivi

Un altro percorso ineludibile, nell’ottica di spingere sull’acceleratore della transizione ecologica, è quello che porta ad un cambiamento concettuale della gestione dei processi produttivi, rivolto all’abbattimento dello spreco di risorse. Ed allora, ad esempio, ben venga il tentativo di decarbonizzare le produzioni, come ad esempio sta facendo la start up francese Fairbrics, che ha ricevuto oltre sei milioni di euro di finanziamenti per realizzare un impianto che produca poliestere “a emissioni zero”. Oppure il progetto dell’azienda olandese DyeCoo, che sta provando a consumare meno acqua nei processi di tintura utilizzando il biossido di carbonio, il CO2. Tentativi che possono essere definiti visionari, ma che rappresentano l’unico modo per trovare soluzioni efficienti che permettano un reale cambiamento di paradigma. Il settore tessile, in questo, può rappresentare una delle avanguardie della transizione ecologica che, si spera, facciano da apripista a sempre più comparti e mercati. Ma, anche in questo caso, bisogna sbrigarsi: solo un terzo delle aziende moda infatti sta sviluppando, o già lo ha fatto, un piano di transizione ecologica sostenibile che sia anche credibile dal punto di vista economico. In conclusione, un doveroso ringraziamento alla preziosa fonte di informazioni che ha reso possibile la realizzazione di questo articolo: si tratta della newsletter, ed in generale della piattaforma, sui cui sono anche caricati dei podcast), e che propone contenuti davvero interessanti per chi vuole saperne di più su tessile e transizione ecologica.