LA PIRAMIDE DEI MISTERI

Fra mito e leggenda, nei boschi della Tuscia alla scoperta dell’altare rupestre più grande d’Europa.

TURISMO
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Francesca Tomassini
LA PIRAMIDE DEI MISTERI

Fra mito e leggenda, nei boschi della Tuscia alla scoperta dell’altare rupestre più grande d’Europa.

«Eccola!» Appare così, all’improvviso, come un miraggio, inaspettata, imponente, misteriosa. Protetta da fronde color smeraldo, immersa nella quiete dei boschi di roverella e cerri intorno a Bomarzo, la Piramide Etrusca attende quanti decidano di avventurarsi alla sua ricerca per rivelare, forse, quello che menti e cuore di camminatori, studiosi e appassionati sono disposti ad ascoltare. Nessun segnale, nessun avviso, solo fortuna e spirito d’avventura permettono di scoprire questo vero e proprio tesoro posto alla fine della via Cava, un canyon scavato nel piperino da cui i romani estraevano la pietra. Un luogo dove vita e morte hanno sempre convissuto, popolato da tombe antropomorfe, sorgenti, iscrizioni in un magico equilibrio rimasto intatto nei secoli e preservato con cura anche dai numerosi pastori che in quelle zone hanno da sempre cercato di sopravvivere. Ed è proprio il figlio di uno di loro, Salvatore Fosci che, con la pazienza e la devozione scaturiti dall’amore per la propria terra e dal rispetto per la tradizione, nel 2008 ha riportato alla luce quello che il FAI definisce l’altare rupestre più grande d’Europa. Trentasette gradini scavati in un masso di piperino di 8 metri di altezza per 16 di larghezza a forma di piramide tronca.

Linee che ricordano le piramidi Maya e che ritrovano alcuni dei propri simili anche in Spagna, Francia e Repubblica Ceca. Un monumento semisconosciuto anche agli studiosi, attualmente datato intorno al IV secolo a.C., attorno al quale gravitano ancora mille e più ipotesi. A cominciare dai nomi con cui è identificato. Noto anche come Sasso del Predicatore, a suffragio dell’ipotesi circa una sua finalità religiosa, negli anni è stata ribattezzata Piramide Etrusca, sicuramente per la sua forma e alcune ipotesi circa la sua funzione di monumento funerario o punto di osservazione astronomica. «Mio padre lo chiamava il sasso con le scale –racconta lo stesso Salvatore – perché era quello che si vedeva spuntare dalla vegetazione. Allora, quando lui era giovane e lavorava in questi boschi non c’era tempo di pensare a cosa ci fosse sotto, si soffriva la fame e si portava solo rispetto». Quello che è certo, nonostante fosse noto da sempre a chi sotto a quegli alberi ci è cresciuto, e negli anni Ottanta fosse stato avvistato anche dal Gruppo Archeologico Polimartium (oggi Gruppo ArcheoTuscia), è che il monumento fosse caduto nell’oblio. Come se le radici che lo avevano ricoperto lo avessero sepolto anche nella memoria. Fino all’arrivo di Salvatore.

Photo credit : Salvatore Fosci

Dopo anni trascorsi in Trentino per lavoro, Salvatore Fosci decide di tornare nella sua terra d’origine, Bomarzo, e comincia il suo viaggio della memoria. Torna nei boschi di quando era bambino, popolati dai racconti di papà Abbondio dove leggenda e istinto di sopravvivenza si fondono in un caleidoscopio di emozioni e mistero. Ed è proprio partendo dai ricordi del padre che Salvatore ritrova il masso. Radici, rami, fronde cadono uno a uno sotto i colpi della sua ascia e la piramide torna a svettare sul bosco. «Ho avvertito la Soprintendenza circa la mia intenzione di pulire, e mi hanno ringraziato. Ho usato solo mezzi meccanici, niente di elettrico, niente strumenti a motore che avrebbero potuto danneggiare il monumento – racconta – tanti mi dicevano “ma chi te lo fa fare” ma io non potevo smettere». E così, dopo un mese e mezzo il masso torna alla luce e insieme a lui le mille ipotesi circa l’epoca della sua costruzione e finalità. «Io non sono un archeologo –precisa- ma mi piace approfondire (gli è stata conferita la carica di socio onorario del gruppo ArcheoTuscia ndr).

Bisogna tenere conto che non sono mai state condotte campagne di scavo perciò al momento per quanto riguarda il suo impiego, sono in piedi le ipotesi più disparate. Potrebbe essere un monumento funerario, oppure un altare sacrificale. L’orientamento a nord lo configura come un gigantesco frigorifero naturale. Potrebbe essere stato usato come luogo dove uccidere gli animali destinati al consumo umano e lavorarne le carni. I canali di scolo scavati lungo i fianchi potrebbero esserne la prova. Sicuramente –chiude- il masso ha subito trasformazioni successive, che ne hanno modificato l’aspetto originario». Oggi la preoccupazione di Salvatore è la salvaguardia del sito. «Io sono contento che tante persone vogliano inoltrarsi nella boscaglia per vederlo –spiega- ma è necessario proteggerlo. Per esempio tutti salgono e scendono dalle scale, ma forse non è appropriato perché potrebbero venire danneggiate».

A questo proposito enti e associazioni, di concerto con le autorità preposte, stanno elaborando progetti che possano consentire la fruizione del megalite e al tempo stesso proteggerlo. Nel frattempo, lui accompagna volentieri chiunque voglia avventurarsi in una natura da sempre legata al divino dove la pietra di piperino, eruttata dal vulcano Cimino 800.000 anni fa è stata scavata per ottenere case, stalle, tombe, vasche. Luoghi magici che avevano affascinato anche Pierpaolo Pasolini che in queste zone aveva girato il “Vangelo secondo Matteo” e scelto di trascorrere, nella torre che porta il suo nome, gli ultimi anni della sua vita.