LA SOSTENIBILITÀ PASSA ANCHE DAL CALICE

Sempre più consumatori compiono scelte rispettose dell’ambiente quando si tratta di bere. Un’analisi delle caratteristiche, dei fattori di un vino sostenibile.

AMBIENTE
Pamela Preschern
LA SOSTENIBILITÀ PASSA ANCHE DAL CALICE

Sempre più consumatori compiono scelte rispettose dell’ambiente quando si tratta di bere. Un’analisi delle caratteristiche, dei fattori di un vino sostenibile.

Sostenibilità. L’adozione di comportamenti consapevoli per preservare l’ambiente senza danneggiare le future generazioni è tra i temi più discussi e non più di nicchia, tanto da riguardare oggi anche il settore vitivinicolo.

Del “nettare dell’uva” infatti, non si considera più solo il colore, l’odore, il gusto e il giusto rapporto qualità- prezzo, ma anche l’impronta ecologica. Ecco allora che un numero crescente di persone  (e non solo le più giovani) si orientano verso il bio nella scelta della bottiglia di vino, dimostrando attenzione verso il rispetto dell’ambiente e della salute.

Sostenibilità e viticoltura

Concetto chiave dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite– chiamata appunto “Agenda per lo Sviluppo Sostenibile” -che include tra i suoi obiettivi azioni di contrasto al cambiamento climatico, la creazione di modelli produttivi e di consumo rispettosi dell’ambiente, la conservazione dell’ecosistema terrestre- la sostenibilità, nella sua accezione ambientale è protagonista anche della Strategia europea Farm to Fork” che si propone 4 ambiziosi obiettivi da raggiungere entro il 2030.

 L’impatto ambientale del vino

Seppure spesso non ci si pensi anche al vino si applica il concetto di impronta di carbonio (anche nota col termine inglese carbon footprint), ossia la misura dell’anidride carbonica (CO2) emessa durante tutto il ciclo di vita di un prodotto. Non sono solo gli allevamenti intensivi di bovini ad esser responsabile dell’aumentata concentrazione nell’atmosfera, mari e terreni di gas nocivi ad effetto serra. Certamente l’impatto del mondo animale è rilevante ma non è il solo. Seppure possa sorprendere anche il vino gioca la sua parte: uno studio condotto un decennio fa ha analizzato l’intero ciclo di vita medio di una bottiglia di vino spagnolo (Verdejo), dalla nascita del grappolo in vigna sino al rifiuto, riportando un’emissione di circa 1,2 kg di carbonio a bottiglia.

Da decenni la viticoltura convenzionale fa uso (in certi casi abuso) di pesticidi, fertilizzanti ed erbicidi di sintesi per difendere le colture dai parassiti e nutrire la vite. Gli antiparassitari e i pesticidi depositati sull’uva e sul terreno penetrano fino alle falde acquifere con conseguenze nocive in termini di inquinamento, impoverimento e difficoltà di ritenzione idrica del suolo, distruzione di microrganismi che lo popolano ed erosione, tra le principali cause di frane.

Di tutte le fasi di vita del prodotto, quella che incide maggiormente e negativamente sulla sostenibilità è il suo confezionamento (packaging),

La maggior parte del vino viene messo in vetro, perché questo materiale in grado di garantire una conservazione ottimale e duratura del prodotto. Seppure riciclabile, il vetro è piuttosto pesante e delicato; la scarsa sostenibilità del vetro è chiaramente dimostrata nella ricerca sul Verdejo, in cui la bottiglia è responsabile di quasi la metà delle emissioni di tutto il ciclo produttivo.

Anche se difficilmente sostituibile al vetro possono essere preferite opzioni alternative meno inquinanti, perlomeno per il vino destinato ad esser consumato immediatamente dopo l’acquisto.

Il tipo di contenitore scelto influenza anche il trasporto, fase con un peso non trascurabile sull’impronta di carbonio. Materiali pesanti e fragili come il vetro sono costosi da spostare, per cui almeno per le lunghe distanze, è preferibile il trasporto di vino sfuso e il successivo imbottigliamento nel paese di destinazione; si pensi che un container riempito con vino sfuso può trasportare quasi il triplo della quantità rispetto a che se fosse riempito di bottiglie di vetro.

Per poter definire le aziende del settore vitivinicolo green occorre considerare aspetti quali le certificazioni  che aiutano i consumatori a scegliere in modo consapevole.

Di certificazioni ce ne sono diverse. Quella biologica, la più comune, prevede la messa al bando  di prodotti chimici (o di sintesi) per la protezione dai parassiti privilegiando alternative meno inquinanti. Si tratta di uno standard che ha acquisito popolarità nel mondo della essa viticoltura italiana, tanto che, a fine 2021, quasi un quinto dei vigneti italiani è risultato biologico.

Poi esiste la certificazione biodinamica che proibisce anche l’uso di rame, utilizzato in agricoltura biologica come antiparassitario e oggetto di dibattito nella comunità dei viticoltori per la sua possibile tossicità per il suolo. Come sostituto di questo l’agricoltura biodinamica prevede l’uso di composti come il cornoletame e di pratiche come il sovescio, ossia l’interramento di apposite colture allo scopo di mantenere o aumentare la fertilità del terreno.

Una certificazione recentissima, che sta suscitando grande interesse nel settore, è la Viticoltura Biologica Rigenerativa (Regenerative Organic Viticulture  o ROC), una pratica che ha come obiettivo non solo quello di non danneggiare l’ambiente, ma di recuperare la vitalità e la fertilità del suolo migliorandolo. Un concetto che va ben oltre quello di sostenibilità.

La sostenibilità non è acqua!

E poi c’è l’acqua, il principale componente del vino (circa l’85%). Per valutare la sua sostenibilità va considerata tra i vari la quantità di acqua necessaria per produrre il vino. Sorprendentemente, da uno studio dell’Associazione Idrotecnica Italiana si scopre che per un calice di vino servano quasi 90 litri d’acqua!

Quasi l’80% del consumo è costituito da “acque verdi”, quelle che la pianta assorbe dall’ambiente naturale in cui si trova; maggiore è l’impronta dell’acqua verde, più sostenibile è il vigneto, dal momento che la pianta è maggiormente in grado di sfruttare le risorse disponibili in quel territorio. La restante percentuale è data dalle “acque blu”, prelevate dal suolo o dalle falde per irrigazione e dalle “acque grigie”, necessarie per la diluizione degli agenti inquinanti.

La crisi climatica e la desertificazione di alcune zone stanno causando un aumento costante delle “acque blu” necessarie per l’irrigazione. Per ridurre questa richiesta il settore vitivinicolo sta cominciando a utilizzare nuovi portainnesti con una maggiore resistenza allo stress idrico, che quindi necessitano fino al 30% in meno di acqua ; altra pratica è la depurazione delle acque reflue, per reimmetterle nell’ambiente o riutilizzarle per l’irrigazione o ancora le pratiche di agricoltura biologica, biodinamica o rigenerativa, che riducendo al minimo i trattamenti con agenti chimici, consentono di abbattere la produzione di acque grigie, e di conseguenza l’impronta idrica totale.

Nuove tendenze

Tra le misure per ridurre l’impatto ambientale della bottiglia ce ne sono alcune di innovative, ancora in via di sperimentazione ma piuttosto interessanti. Tra queste l’utilizzo di particolari alghe che, attraverso la fotosintesi, consentono di trasformare l’anidride carbonica prodotta dalla fermentazione in cantina in ossigeno da reimmettere nell’atmosfera, producendo biocombustibile come scarto. Altra novità è l’inserimento dei vigneti Piwi (dal tedesco Pilzwiderstandsfähige, letteralmente “viti resistenti ai funghi”),  varietà particolarmente forti perché ottenute attraverso tecniche di manipolazione genetica, da incroci tra la varietà europea di Vitis Vinifera con viti origine americana o asiatica.  Il risultato è una specie che, essendo più resistente ai parassiti (in particolare ai funghi) richiede una minore quantità di trattamenti, e quindi di acqua.

In materia di packaging, invece l’ultima tendenza è la “bag-in-box”, un contenitore di alluminio inserito all’interno di una scatola di cartone, che si comprime man mano che il vino viene spillato. Questo sistema, che evita il contatto con l’ossigeno, consente di conservare il prodotto per alcune settimane.

Un’altra opzione è la lattina, opzione pratica e comoda da portare oppure il Tetra Pak, leggero, facilmente trasportabile e riciclabile, che tuttavia si adatta solo a un consumo rapido del vino, in quanto non impedisce il contatto con l’ossigeno. Tra le opzioni più particolari, infine, ci sono poi le bottiglie in plastica riciclata salvata dagli oceani o i sacchetti di alluminio.

Noi consumatori possiamo fare la nostra parte nello scegliere il vino più adatto per le diverse occasioni, considerando tra gli elementi non solo il colore, il gusto, il tipo di vitigno e il prezzo, ma anche l’impatto  sulla salute del territorio e, conseguentemente, umana.