La vita non è un video
Quando la realtà diventa contenuto, la domanda non è soltanto cosa guardiamo, ma come scegliamo di esserci
Un ragazzo di tredici anni, a Roma, vede un compagno aggredire una docente e interviene per fermarlo. Quando gli chiedono perché lo abbia fatto, risponde: «Ho fatto quello che dovevo fare». La frase colpisce più del gesto. Perché non racconta un’impresa, ma qualcosa che dovrebbe appartenere alla normalità: davanti a ciò che accade, non limitarsi a guardare.
È questa, forse, la domanda che la vicenda ci consegna: quando smettiamo di essere spettatori?
Non è una domanda astratta. In Nepal, un bambino in pericolo è stato ripreso mentre intorno si continuava a filmare. A Crans Montana, durante la tragedia, alcuni presenti hanno utilizzato i telefoni per registrare ciò che stava accadendo. Documentare non è di per sé una colpa: un’immagine può testimoniare, informare, conservare una prova. Il problema nasce quando la registrazione diventa la prima risposta davanti alla realtà.
Lo smartphone non ci ha semplicemente dato una videocamera in tasca. Ha modificato il nostro sguardo. Ci abitua a pensare che ciò che accade possa essere immediatamente trasformato in immagine, condiviso, commentato, consumato.
Pirandello lo aveva raccontato in Serafino Gubbio operatore: l’uomo dietro la macchina finisce per diventare parte di un meccanismo che registra la realtà mentre la vita scorre davanti all’obiettivo. Oggi la manovella è uno smartphone.
Che cosa stiamo insegnando ai nostri ragazzi?
La domanda, però, non può essere rivolta soltanto alla scuola. Anzi, forse è arrivato il momento di smettere di considerarla il luogo nel quale depositare ogni responsabilità educativa che gli adulti non sanno più dove mettere. Alla scuola chiediamo educazione civica, educazione digitale, educazione affettiva, prevenzione della violenza, rispetto delle regole, gestione delle emozioni. Tutto necessario. Ma l’educazione non è una materia che si aggiunge all’orario scolastico.
Educano la famiglia, la scuola, gli amici, lo sport, la rete. Educano i social, ma soprattutto educano gli adulti attraverso ciò che fanno, non soltanto attraverso ciò che dicono.
Per questo la domanda dovrebbe diventare più scomoda: non soltanto che cosa stiamo insegnando ai ragazzi, ma che cosa stiamo mostrando loro?
Se vedono adulti che davanti a ogni esperienza cercano subito un’immagine, una testimonianza, una condivisione, non possiamo stupirci se imparano a fare lo stesso. Il ragazzo di Roma non è interessante perché è un eroe. È interessante perché, per un istante, ha fatto una cosa oggi tutt’altro che scontata: ha scelto di partecipare invece di limitarsi a guardare.
Forse è questo che dovremmo tornare a insegnare. Che non tutto ciò che accade deve diventare contenuto. Che qualche volta non serve avere qualcosa da mostrare agli altri. Serve esserci. Perché la vita, per fortuna, non è un video.

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