LADDOVE C’ERA L’ERBA ORA C’È… UN MULINUM

Stefano Caccavari trasforma il terreno destinato ad una discarica prima in un “orto di famiglia” e poi dà vita all’impero dei grani antichi.

AMBIENTE
Francesca Franceschi
LADDOVE C’ERA L’ERBA ORA C’È… UN MULINUM

Stefano Caccavari trasforma il terreno destinato ad una discarica prima in un “orto di famiglia” e poi dà vita all’impero dei grani antichi.

“Se le formiche si mettono d’accordo possono spostare un elefante”. Recita così un famoso proverbio del Burkina Faso che tradotto, più o meno, significa che la forza si sprigiona.

Quando? Quando il fine è nobile, quando la mobilitazione di tenacia, coraggio e te la impongono le vene e le tue radici. Quando capisci che non puoi stare con le mani in mano ad osservare come uno spettatore qualsiasi perché, se la tua terra ha bisogno, non succederà che tu sia sordo di fronte al suo grido di aiuto. Ed è quello che ha fatto Stefano Caccavari, 34 anni, calabrese di San Floro, un paesino che conta poco più di 700 abitanti nella provincia di Catanzaro e che ha rischiato di passare agli onori, o meglio disonori, della cronaca perché destinato ad ospitare una delle più grandi e nocive discariche abusive d’Europa.

Mobilitazioni di piazza, cortei per strada, consigli comunali straordinari e altre azioni ad hoc hanno poi scongiurato quella che sembrava una triste certezza. Ma Stefano, in quel momento, non poteva saperlo e di fronte alla follia del disboscare un terreno per creare buche capaci di ospitare veleni e altro materiale inquinante, decide di fare qualcosa per la sua terra. Anche perché proprio a due passi da quel progetto di discarica sulla carta – ma ormai già tradotto in scavatrici che preparavano il tutto – sorgono i terreni dei suoi nonni che, con tanti sacrifici e cure, hanno coltivato per far studiare i figli e garantire oggi ai nipoti una vita dignitosa.

Ecco che Stefano, una passione viscerale fin da bambino per l’informatica e gli studi di Economia all’università Magna Grecia di Catanzaro messi in stand-by per riordinare idee ed energie, capisce che è il momento di fare qualcosa. Per salvare la sua terra senza avere, un giorno futuro, il rimpianto di esser stato immobile. Per fare la sua parte anziché incolpare a vario giro e a casaccio il sistema, il destino o le istituzioni. Alle spalle la classica, solida famiglia tradizionale del sud e un piccolo paese di provincia del meridione che non offre tutte quelle possibilità che un ragazzo giovane merita. Ma, soprattutto, l’amore incondizionato per la sua terra, da sempre a vocazione agricola, gli anni di vita impiegati a rigenerarla dai suoi nonni e, soprattutto, da nonna Concetta, ancora oggi porto sicuro e faro colmo di entusiasmo.

Stefano Caccavari

Ecco che Stefano capisce che la sua piccola San Floro poteva essere il punto di partenza e a pochi passi da dove sarebbe dovuta sorgere la discarica dei veleni decide di dar vita ad un grande “orto di famiglia”. “Orti sociali” ben presto diventa una realtà e da piccole porzioni di terreno, suddivise in tante parti uguali, coltivate da lui e la sua famiglia prende vita un progetto che assicura al contempo socialità, contatto diretto con i frutti della terra, salute e anche momenti di condivisione.

Imprenditori, professionisti e famiglie, dietro equo compenso o il pagamento di un canone di affitto, preferiscono cibarsi di ortaggi biologici e frutti genuini coltivati dai titolari dell’orto per poi godersi il piacere della raccolta sul campo e, naturalmente, della buona tavola per i palati.

“Perché tutto viene dalla terra. Sbaglio?” ama dire nonna Concetta.

Così il terreno è stato vangato, coltivato e recintato in piccoli orti da 80 metri quadrati ciascuno in cui si coltiva rigorosamente frutta e verdura di stagione senza l’utilizzo di pesticidi e concimi chimici. L’esperimento funziona e la discarica è stata scongiurata. Ed è proprio in questo momento che si sprigionano guizzo, coraggio e inventiva ma, per realizzare il suo progetto, Stefano ha bisogno di soldi. E così lancia un appello su Facebook chiedendo una mano per salvare l’ultimo mulino a pietra rimasto in piedi in Calabria e per produrre, proprio a San Floro, farina integrale con i grani antichi così da tornare al pane tradizionale di una volta.

In soli 90 giorni raccoglie 500.000 euro grazie all’adesione di 100 soci. Si tratta della prima raccolta fondi operata in questo settore e il suo successo farà scuola, diventando un esempio per molti altri giovani imprenditori agricoli. Senatore Cappelli, Verna, Farro, Iermano, Maiorca, Rubeum, sono i grani antichi e locali coltivati dall’azienda, 300 i soci e una catena, umana e agricola, che passo dopo passo ha dato vita ad altri due Mulinum: Mulinum Buonconvento, in Toscana, nel cuore della Val d’Orcia e Mulinum Mesagne nel Salento.

Un vero e proprio omaggio alla biodiversità mediterranea, un approccio, così come gli orti sociali, sostenibile, nuovi posti di lavoro e una speranza per una Terra che continua a lottare contro disparità economiche e sociali.  Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel giorno che vide Stefano – e tante associazioni, Legambiente e comitati – per le strade del suo paese manifestare contro la creazione della discarica abusiva.

E così, da quel guizzo intuitivo e fortunato, Mulinum ha raccolto oltre 2 milioni di euro senza finanziamenti pubblici, unito 300 soci sparsi anche in Inghilterra, Francia e Svizzera, salvaguardato una Terra che spesso continua a emettere grida di aiuto e dato lavoro a tante persone.

Numeri e risultati che, oltre a gratificare l’imprenditore e a dar da vivere a centinaia di famiglie, non sono passati inosservati neppure al Quirinale perché, a fine 2021, Stefano, oggi CEO di Mulinum, ha ricevuto dal Capo dello Stato l’onorificenza di Cavaliere dell’ Ordine al Merito della Repubblica Italiana per esser riuscito ad unire natura, territorio, innovazione, intraprendenza e capacità. O, per dirla meglio e con lessico istituzionale, «Per il suo innovativo contributo rivolto alla valorizzazione del patrimonio territoriale in Calabria».

Del resto tutto viene dalla terra. Sbaglio?