L’AMBIENTE VA DIFESO. CON L’INNOVAZIONE!

Per anni il territorio è stato maltrattato, vituperato e abbiamo pagato con le catastrofi naturali. Per prevenire i disastri bisogna dare spazio alle spese verdi nei bilanci comunali

AMBIENTE
Marcello Mancini
L’AMBIENTE VA DIFESO. CON L’INNOVAZIONE!

Per anni il territorio è stato maltrattato, vituperato e abbiamo pagato con le catastrofi naturali. Per prevenire i disastri bisogna dare spazio alle spese verdi nei bilanci comunali

Abbiamo scoperto, con grave ritardo sul resto del mondo, come uno dei territori più belli del pianeta, cioè quello di casa nostra, non sia adeguatamente protetto. Ce ne accorgiamo tutte le volte che qualche catastrofe naturale distrugge un pezzo d’Italia e, soprattutto, distrugge anche vite umane. Allora si apre la gara a chi promette più interventi, e più massicci, perché  il disastro non si ripeta. Tuttavia, passata l’emozione per i lutti e per la distruzione, accompagnati dall’immancabile inchiesta giudiziaria destinata a concludersi a distanza di anni, spesso con responsabilità molto vaghe, tutto torna come prima, le priorità restano altre e gli investimenti annunciati svaniscono nella retorica.

Per anni abbiamo maltrattato il territorio, che si è vendicato con frane e smottamenti, spesso nei luoghi più belli della penisola. La prima, forse più nota tragedia – non solo per il numero delle vittime, quasi duemila, ma anche perché la neonata tv portò le immagini della tragedia in tutto il mondo – fu quella del Vajont il 9 ottobre 1963.

Quella esperienza avrebbe dovuto insegnare a un popolo civile e maturo, come comportarsi per mettere in sicurezza territorio e strutture, invece tante altre ancora sarebbero state le vittime della negligenza dell’uomo. Non sono mai stati adottati rimedi strutturali per le aree più fragili del Paese. L’Italia è cresciuta nella capacità di mettere in funzione una macchina dei soccorsi, grazie allo strumento della Protezione civile, ma non è riuscita a trasformare la lezione che viene da tanto dolore, in un sistema di prevenzione che possa evitare disastri come quello del Vajont.

Appena tre anni dopo, nel 1966, una delle nostre città d’arte più amate nel mondo, Firenze, fu devastata dall’inondazione del suo fiume Arno. Il numero delle vittime fu per fortuna inferiore a quelle del Vajont, ma i danni subiti dal patrimonio artistico custodito in museo e chiese, non si sono ancora finiti di calcolare. E ogni anno, alla celebrazione del 4 novembre 1966, le grida di allarme per una situazione che è migliorata ma non stabilizzata, risuonano come monito perché la verità è che quell’apocalisse potrebbe ancora accadere.

Ecco perché i bilanci delle amministrazioni locali e le previsioni di spesa del governo, dovranno indirizzare i finanziamenti verso il settore degli interventi preventivi. Scelta che spesso non viene fatta: i tagli per far quadrare i conti vanno a incidere sempre sui settori all’apparenza meno emergenziali (così è sembrato fino alla pandemia), come l’ambiente e la sanità.

Invece è un errore drammatico. Servono soldi, come servirebbero per mettere in sicurezza gli edifici che spesso vengono costruiti in zone a rischio idrogeologico senza che nessuno fiati, esponendoli al pericolo di crolli nell’eventualità di una scossa di terremoto. Ci sono sistemi innovativi che potrebbero evitare disastri e sui quali i geologi hanno perso il fiato senza ottenere risultati. Anche questo è un problema del quale ci accorgiamo solo dopo che l’ecatombe è successa. Troppo tardi.

Ora la tutela dell’ambiente sta per entrare fra i principi fondanti della nostra Repubblica. La proposta della modifica dell’articolo 9 della Costituzione è stata approvata in questi giorni in commissione Affari Istituzionali al Senato. Speriamo che il dramma che stiamo vivendo da un anno e mezzo con il Covid, abbia davvero modificato la gerarchia delle priorità e abbia aperto gli occhi a chi finora, di fronte alle grida d’aiuto, si è voltato dall’altra parte.