L'ARTE ALLEATA DELL'AMBIENTE

Due esempi, entrambi dal Regno Unito, dimostrano come la creatività artistica può contribuire a conoscere meglio e a tutelare la Terra.

AMBIENTE
Pamela Preschern
L'ARTE ALLEATA DELL'AMBIENTE

Due esempi, entrambi dal Regno Unito, dimostrano come la creatività artistica può contribuire a conoscere meglio e a tutelare la Terra.

Sensibilizzare alle questioni e alle sfide ambientali ricorrendo all’originalità e all’unicità delle diverse forme artistiche. É la missione che si sono dati due progetti diversi, entrambi “made in UK“. Si tratta delle opere subacquee di un artista britannico e della mostra Our time on earth, attualmente ospitata dal più grande centro teatrale d’Europa, il Barbican Centre di Londra e curata dal Barbican International Enterprises e coprodotta dal Musée de la Civilization di Québec City in Canada. Argomento più che mai attuale che sceglie l’arte per veicolare un messaggio  a tutela di Gaia. Cominciamo dal primo e dal suo protagonista, Jason  de Caires Taylor. É lui l’ideatore di un’iniziativa insolita, ma di grande effetto, nata per proteggere l’habitat marino con sculture subacquee in diverse parti del mondo. A dare il “la” a questa attività è stata l’esperienza vissuta nel 2006 a Grenada, nei Caraibi, quando fu testimone di una terribile alluvione; una delle tante che a cadenza regolare colpiscono l’isola e che quell’anno distrusse parte della barriera corallina.  Uno spazio minacciato non solo nell’isola caraibica ma in tutto il mondo, a causa di vari fattori tra i quali l’aumento delle temperature, l’aumento dell’acidificazione, la pesca eccessiva e l’inquinamento.

In questo caso, tuttavia, l’alluvione non ha avuto un effetto solo distruttivo ma anche creativo, stimolando in Jason il desiderio di dare all’arte uno scopo ulteriore rispetto a quello estetico. Impiegando le sculture come barriera corallina artificiale per favorire la rinascita della vita marina, ma anche per allontanare turisti e subacquei da aree naturali fragili.  “Dire che stiamo vivendo tempi senza precedenti può sembrare un cliché ma non è altro che la verità, così come affermare che i nostri oceani stanno cambiando radicalmente”, è quanto afferma lo scultore. “Anche se il mondo scientifico si è espresso chiaramente e più volte in questo senso, siamo lenti a reagire”, continua Jason, convinto che gli artisti abbiano un ruolo fondamentale nell’avvicinare il grande pubblico alla scienza coinvolgendolo emotivamente.

La produzione e l’installazione delle opere

La selezione dei soggetti non è casuale: occorre che l’opera sia rilevante e coerente per il luogo che la ospita. Tradotto in altri termini: una scelta corretta del sito è fondamentale. A questo fine è necessario incontrare le autorità locali e un team di biologi affinché non si producano danni alla vita animale e vegetale e che i materiali si rivelino resistenti all’acqua e non inquinanti. Ma è altrettanto importante ottenere l’approvazione delle comunità presenti: per questo Jason ascolta le storie della gente del posto e le loro esperienze che poi incorpora nel suo lavoro. Capire la cultura locale permette di generare accoglienza presso i destinatari e può essere al tempo stesso un’ottima fonte di ispirazione. Non a caso i locali agiscono come modelli per le opere, con due tecniche principali, una tradizionale e un’altra più moderna: la prima prevede l’uso di un calco in gesso di Parigi (o scagliola); la seconda di uno scanner digitale. Da queste basi l’artista crea degli stampi utilizzando un tipo speciale di cemento marino e poi procede attraverso un lavoro accurato alla levigatura e lucidatura della scultura che riproduce fedelmente la vita marina. É l’arte che prende vita.

Una volta realizzate in laboratorio le opere vengono sistemate sul fondo dell’oceano con l’impiego di una gru, a causa del peso elevato. Ecco che le alghe cominciano ad aderire al cemento formando un sottile strato seguite da alcuni invertebrati che man mano occupano la superficie; poi è la volta dei coralli duri e molli e di altre specie marine che vi si depositano e che regalano un aspetto in continua evoluzione alla statua che, una volta colonizzata, entra a far parte dell’ambiente. Un prodotto che non è mai finito, un work in progress come direbbe il britannico Jason. Ogni anno oltre mezzo milione di persone in tutto il mondo visitano i musei e parchi di Jason che offrono ai visitatori attrazioni subacquee e regalano incontri intimi con la vita marina del nostro pianeta. Se ne trovano sparsi sui cinque continenti: in Europa (in particolare a Cannes, in Francia, a Cipro, nei fiordi norvegesi vicino Oslo e a Chepstow nel Regno Unito) , nell’isola di Lanzarote nelle Canarie, nella Isla Mujeres nei pressi di Cancùn (Messico), nell’area marina protetta di Molinere Beauséjour a Grenada, sulla costa occidentale dell’isola più popolosa delle Bahamas, Nuova Provvidenza (dove sul fondale è celata la singola statua subacquea più grande), sulla costa di Gili Meno in Indonesia fino alla John Brewer Reef in Australia. Lo scultore sta espandendo la serie di sculture fisiche e a breve rilascerà una nuova collezione in edizione limitata, che dimostra la trasformazione organica delle opere d’arte. In uno degli episodi della serie Creators dedicato ad alcune delle menti più creative del mondo, è possibile avere una sintesi del progetto.

Il nostro Tempo sulla Terra

La seconda iniziative è la mostra del Barbican Centre che invita i visitatori a una riflessione sulla nostra relazione con il pianeta, evidenziando la necessità di essere creativi nella gestione dei cambiamenti climatici. E non è un caso se proprio Londra è la protagonista di questa storia: da qualche anno l’Inghilterra, insieme alla Norvegia, è leader nelle tecnologie esperienziali che riguardano l’ambiente. Ad essere esposte sono diciotto opere provenienti da dodici paesi, frutto della collaborazione di attivisti ambientali, artisti, designer, ecologisti, ingegneri, scienziati, architetti che, ognuno con le proprie competenze, lavorano a un obiettivo comune: convivere con il mondo naturale rispettandolo. Our time on Earth conduce i visitatori in un viaggio attraverso tre sezioni interconnesse “Belong, Imagine, Engage” (Appartenere, Immaginare e Coinvolgere)” con l’intento di meravigliare il pubblico con le bellezze della Terra ma anche indurre a riflettere sul nostro posto nella biosfera come una specie tra le tante, e sulla continua interazione tra l’essere umano e l’ambiente. Un percorso che parte con un’installazione video immersiva, il Sanctuary of the Unseen Forest (Il Santuario della foresta invisibile) che mostra il ciclo di vita di un enorme albero di Ceiba pentandra ( kapok) nella foresta pluviale amazzonica, con i nutrienti che pulsano attraverso esso e i fiumi di carbonio che si riversano nel suolo. La sezione più ampia è quella dal titolo “Imagine” che offre la visione di un futuro alternativo attraverso Refuge for Resurgence opera dello studio di design Superflux, presentata per la prima volta alla Biennale di Architettura di Venezia nel 2021. Protagonista è una tavola apparecchiata per quattordici specie diverse, ognuna delle quali rappresenta un importante ospite. Un’occasione per celebrare l’interdipendenza ecologica in un mondo, ideale, quello auspicato nel futuro in cui tutti possiamo prosperare con resilienza, adattamento e speranza, vivendo in armonia con la natura. Questi e altri lavori inducono a riflettere sull’interazione tra esseri umani e non e quella tra risorsa e consumatore. Come i modelli architettonici progettati in collaborazione con le comunità indigene dell’Africa, Medio Oriente, Asia sudorientale dove sono affrontate questioni chiave come la scarsità d’acqua, riscaldamento delle temperature e innalzamento del livello del mare. Offrendo soluzioni semplici e rispettose dell’ambiente alle calamità naturali creando isole galleggianti su strati di canne. L’ultima parte della mostra, “Engage” ha un carattere pratico. Oltre ad alcune innovazioni nel campo della moda, come la “pelle” dei funghi, mette in evidenza gli sforzi delle organizzazioni e degli attivisti di tutto il mondo attraverso una serie di video. Sono le Stories of Change, della piattaforma di arti ambientali The Earth Issue, in cui si narra di individui e comunità che stanno apportando con successo il cambiamento e dimostrano un inaspettato ottimismo. Quella che le curatrici hanno voluto fornire è una visione costruttiva e non una riflessione pessimista e impotente sul futuro del nostro pianeta.La mostra sarà visitabile fino al 29 agosto prossimo. Uno spunto per un breve viaggio estivo e un’occasione unica per cogliere le opportunità che una sfida come quella della tutela del clima e dell’ambiente della Terra offre.