LE PAROLE DEI POTENTI E I FATTI DELL’AMBIENTE

Il fallimento del G20: gli obiettivi ambiziosi e le speranze disattese. Un danno per l’ambiente e per il futuro dei nostri giovani.

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Beatrice Curci
LE PAROLE DEI POTENTI E I FATTI DELL’AMBIENTE

Il fallimento del G20: gli obiettivi ambiziosi e le speranze disattese. Un danno per l’ambiente e per il futuro dei nostri giovani.

Attuare la transizione ecologica non è certo come partecipare a un incontro mondano o a un pranzo di gala in una dimora prestigiosa come il Palazzo Reale di Napoli. Non lo è per l’Italia e non lo è per i Paesi che hanno partecipato al G20.
Quest’anno nel menu à la carte, che i potenti della terra – come ormai è uso definirli – avevano sotto mano, i piatti proposti potevano risultare alquanto indigesti seppure al momento molto ricercati. E il fil rouge che li teneva insieme aveva come ingredienti l’ambiente, il clima e l’energia.

Argomenti su cui c’è ben poco da scherzare visti i disastri provocati dai cambiamenti climatici e dal riscaldamento globale. Un’emergenza sempre più grave che produce eventi estremi e che, proprio in questi giorni, hanno colpito Cina, Germania e Austria. Ma anche gli incendi divampati in diverse zone degli Stati Uniti. Senza dimenticare il nostro Paese che, dall’inizio di quest’anno, ha già registrato 208 fenomeni meteorologici intensi tra allagamenti dovuti a piogge intense, smottamenti, trombe d’aria, esondazioni fluviali e siccità. Eventi che ci dovrebbero ricordare che non c’è più tempo da perdere e invece, parafrasando Leopardi, il traccheggiar gl’è dolce in questo mare.

Per non parlare dell’afa persistente con cui ormai è evidente che bisogna convivere. La stessa che probabilmente, nonostante gli ambiziosi obiettivi della politica mondiale, rischia di obnubilare le menti perché, in questa due giorni appena conclusa, pur nel rispetto di protocolli e galateo, ecco che tra ministri, diplomatici e delegazioni di tecnici spuntano come sempre all’orizzonte quegli immancabili momenti di stallo dovuti alle tante ambizioni espresse ma non realizzabili, meglio sarebbe chiamarli però con il loro nome: interessi di parte. Poi non può certo venir meno, considerato il contesto, la dovuta mediazione e infine un bel documento d’intesa con 58 punti su 60. Ma guarda caso sono proprio quei due punti mancanti a fare la differenza: nessun accordo tra i paesi più ricchi del mondo sulla decarbonizzazione entro il 2025 e sul cambiamento climatico sotto 1,5 gradi centigradi.

Biodiversità, finanza verde, economia circolare, quella basata sul riciclo delle risorse e non sul loro consumo massivo, tutela dei mari e degli oceani, difesa e ripristino del suolo, gestione sostenibile dell’acqua, ripresa sostenibile ed inclusiva con le opportunità offerte nell’energia da soluzioni tecnologiche innovative, città smart resilienti e sostenibili e l’elenco può solo che continuare. Ma il nodo, quello cruciale, rimane la riduzione delle emissioni e la decarbonizzazione.

Tante ambizioni e poi tutto si riduce, un po’ come quando si è a dieta e si è costretti a partecipare a un luculliano pranzo, a un: “grazie, vorrei ma non posso”. A parole tutti vogliono rispettare gli impegni per il contrasto al cambiamento climatico, ma ci si divide sulle tempistiche, sul quando: d’altronde come potrebbe essere altrimenti. Niente di più facile. Insomma, meglio a babbo morto come recita un vecchio adagio.
Mentre questo G20 avrebbe dovuto non solo rilanciare gli obiettivi sul clima dell’accordo di Parigi del 2015, ma rafforzarli in vista anche del vertice delle Nazioni unite sul clima Cop26 che si terrà in autunno a Glasgow. Eppure il risultato è stato l’ennesima occasione mancata, l’ennesimo fallimento con l’inevitabile battuta d’arresto alle speranze di una significativa azione nella lotta al cambiamento climatico. Perché non basta cambiare il nome a un ministero, come hanno fatto Francia e Italia, è la mentalità che necessita un cambio di passo. Un’inversione.

Due giorni, 48 ore, ma come si fa a pensare che possano bastare a far conciliare la tutela dell’ambiente con il progresso e il benessere sociale se non si attuano in modo permanente politiche ambientali che non possono essere solo di tutela, ma che devono riguardare gli investimenti sull’energie pulite per decarbonizzare l’economia, passando dalle fonti fossili alle quelle rinnovabili. C’è bisogno di un cambio di prospettiva per fronteggiare le incalzanti sfide globali che hanno impatti diretti sulla vita e il benessere della popolazione mondiale.

Servono scelte chiare e radicali, è necessario uno sforzo condiviso di responsabilità e di lungimiranza da parte della comunità internazionale e anche dei singoli. Servono risposte coordinate, eque ed efficaci. Ma soprattutto occorre una classe dirigente giovane, capace e sensibile per tratto generazionale a questi temi. Che lavora e non auspica, parola tanto cara ai nostri politici di ieri e di oggi, per una difesa dell’intero pianeta. Perché i potenti riuniti a Napoli hanno soltanto dimostrato una grande ambizione a parole, ma nei fatti e da un bel po’ di tempo hanno messo in campo solo pochi investimenti e leggi nazionali inadeguate. Forse perché per loro il domani è solo l’oggi, che poi non è altro che l’unica dimensione del tempo che li vede “potenti” e protagonisti sulla scena politica. Oggi è già tardi e per rimediare non ci sono alternative se non quelle di lavorare insieme, su una programmazione a lungo termine e in un’unica direzione, capace di non lasciare indietro nessuno e di porre le basi per un futuro migliore e sostenibile.

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