Le priorità UE per il prossimo futuro

A poche settimane dalle elezioni europee si chiede ai cittadini quali siano le questioni più urgenti che l’UE deve affrontare.

APPROFONDIMENTO
Pamela Preschern
Le priorità UE per il prossimo futuro

A poche settimane dalle elezioni europee si chiede ai cittadini quali siano le questioni più urgenti che l’UE deve affrontare.

Oltre 2.000 persone intervistate in sette Stati membri dell’UE sui temi più importanti per il blocco dei ventisette. A coinvolgere alcuni cittadini lo studio di Debating Europe, del think tank Friends of Europe, a un mese dall’apertura delle urne per le elezioni europee.

Tra gli argomenti prioritari da affrontare Belgio, Francia, Italia, Germania, Polonia, Spagna e Svezia hanno evidenziato il cambiamento climatico, la democrazia, la crescita inclusiva e sostenibile, nonché la sicurezza e la difesa.

Il cambiamento climatico ha raccolto gran parte dei consensi risultando come un tema tutt’altro che divisivo o controverso: è una sfida che riguarda tutti e che preoccupa per il futuro. Tanto che in molti intervistati prevale il pessimismo: chi ribadisce la necessità di recuperare il tempo perduto dopo anni di negligenza e inazione, adottando serie e responsabili politiche climatiche e ambientali, chi ritiene che sia troppo tardi per evitare il peggio e chi è rassegnato ormai, a poter salvare poco se non nulla. 

Le soluzioni auspicate

Tra le proposte per affrontare la questione le preferite, da quanto emerso dal sondaggio, includono l’aumento delle tasse sui grandi inquinatori (è ciò che chiedono in particolare gli intervistati più giovani, gli under 30) e il contenimento del consumo di risorse.

L’uso dell’innovazione e della tecnologia per favorire la transizione verde è visto con favore, purché non si perda di vista la centralità dell’essere umano e non si trascurino soluzioni rapide e semplici da adottare. Tra i settori su cui puntare per ridurre l’inquinamento ambientale e la crisi climatica c’è il trasporto pubblico: anche i cittadini di paesi “virtuosi” in questo ambito (in particolare del nord Europa), chiedono miglioramenti, soprattutto nel trasporto ferroviario.

Sicurezza e clima

Gli intervistati hanno evidenziato anche il rapporto tra sicurezza e cambiamento climatico, in particolare i tedeschi e gli italiani, alcuni convinti che i combustibili fossili contribuiscano a finanziare governi “ostili”, altri che lo scoppio della guerra russo-ucraina abbia rappresentato un campanello di allarme del costo sociale dovuto alla dipendenza europea da gas e petrolio stranieri. Il dibattito sulla sicurezza ha interessato anche i disastri naturali, considerati nel contesto UE più pericolosi e minacciosi di potenziali conflitti armati.

Considerata la frequenza e regolarità di disastri climatici, tutti i partecipanti hanno evidenziato la necessità di una maggiore attenzione e azione a livello politico per prevenire e mitigare gli effetti di eventi meteorologici estremi, siccità e calamità naturali.

Nonostante l’elevata attenzione verso il fattore climatico, altri studi mostrano che gli europei chiedono ai loro governi di concentrarsi sul contenimento dell’immigrazione.  Il 33 per cento ritiene che il cambiamento climatico sia una delle tre principali sfide del mondo, ma solo il 14 percento afferma che combatterlo dovrebbe essere tra le tre priorità principali per il proprio governo.

Per i tedeschi, ad esempio, il cambiamento climatico sta scivolando in fondo alla lista e solo il 24 per cento di loro lo vede tra le prime tre priorità, mentre il 44 per cento vorrebbe che il proprio governo si concentrasse sulla riduzione dell’immigrazione. Questa tendenza a porre in primo piano la lotta all’immigrazione è evidente anche in Austria, Irlanda e Francia.

I partiti populisti, ostili all’ingresso degli stranieri nel proprio paese, guadagnano terreno nei sondaggi in vista delle elezioni europee di giugno e, secondo i pronostici, sono destinati a vincerle in almeno sette Stati membri dell’UE, e ad arrivare secondi o terzi in altri nove. Uno studio recente suggerisce che i due gruppi di elettori, uno preoccupato principalmente dal cambiamento climatico e l’altro dall’immigrazione, potrebbero essere determinanti per l’esito delle elezioni europee di giugno.

Le statistiche provengono da un recente studio commissionato dal think tank danese Alliance of Democracies Foundation. Molti paesi europei hanno assistito a un forte aumento di afflusso di persone nel loro territorio; di qui l’immigrazione considerata come una priorità assoluta per il governo.

Un nuovo studio globale ha rilevato che l’insoddisfazione nei confronti della democrazia si sta aggravando in alcune parti d’Europa, dove i governi non sono all’altezza delle aspettative democratiche dei loro cittadini. A questo proposito il Democracy Perception Index (DPI) ha rappresentato il più grande test globale sulla democrazia, con quasi 63.000 persone provenienti da 53 paesi, tra cui 15 membri dell’Unione Europea, intervistate tra febbraio e aprile di quest’anno. Mentre la maggioranza dei cittadini dell’UE (57 per cento) considera democratico il proprio paese d’origine, in tre Stati membri – Francia, Grecia e Ungheria – non è così. In Ungheria solo il 30 per cento dei cittadini considera il proprio Paese una democrazia. Negli ultimi anni, il Paese si è trovato “ai ferri corti ” con Bruxelles per la crisi del sistema democratico e le violazioni dello stato di diritto, tra cui la normativa anti-LGBT, il soffocamento dei media indipendenti, il clientelismo diffuso e l’ingerenza politica nella magistratura.

È cresciuta l’insoddisfazione anche nel popolo greco dove solo il 43 per cento ritiene il proprio Paese democratico. Il paese è stata recentemente messa sotto esame per accuse di respingimenti di migranti illegali nel Mar Mediterraneo, riduzione della libertà dei media e un’ampia inchiesta che ha coinvolto giornalisti e oppositori e all’inizio dell’anno, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione sullo stato di diritto, denunciandone il continuo arretramento e chiedendo una revisione dei fondi UE.

In Francia, quasi la metà degli intervistati ritiene che il proprio Paese sia democratico. Le turbolenze economiche, l’indignazione per le riforme pensionistiche del presidente Emmanuel Macron e la crescente sfiducia nella classe dirigente hanno fatto crollare la percezione democratica del paese. In Germania è evidente il divario crescente tra quanto le persone affermano che sia importante la democrazia e quanto democratico pensano che il loro paese sia, noto anche come deficit democratico percepito (PDD), divario che si attesta al 36%.Nel paese, più che in altri Stati UE, nell’ultimo quinquennio è aumentata dal 34 al 54 per cento la percentuale di quanti hanno l’impressione che i governi agiscano spesso nell’interesse di un gruppo minoritario piuttosto che per il bene comune.

A un mese dalla tornata elettorale che coinvolgerà milioni di europei, è interessante rilevare cosa i cittadini del continente ritengono importante, basandosi sugli studi dei trend prevalenti. Se c’è incertezza su quali leader e partiti avranno la meglio e quali tematiche privilegeranno, ciò che è certo è che punteranno a fidelizzare l’elettorato richiamandosi alle grandi sfide odierne, che sia l’immigrazione, la crisi climatica o la sicurezza dei confini. Sarebbe auspicabile che questi non fossero solo slogan elettorali ma la premessa di azioni e politiche strategiche e concrete.