L’ESTRANEA

I racconti del prof. Stefano Grifoni: ogni riferimento a fatti e personaggi non è puramente casuale.

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Stefano Grifoni
L’ESTRANEA

I racconti del prof. Stefano Grifoni: ogni riferimento a fatti e personaggi non è puramente casuale.

Pronto scusa Gino, in casa mia c’è una signora che vuole cenare con me”. “Ma no Andrea penso che quella signora sia la tua vicina di casa che viene a trovarvi ogni giorno prima di cena. Dov’è tua moglie Gina?”.
È uscita e non è ancora rientrata”. “Ma che ti sta succedendo? Chiese ancora Gino amico di famiglia “Lei senza chiedere l’autorizzazione si è messa a tavola e mi ha invitato a mangiare con lei ”. “Scusa sei in casa?” “Si certo con questa donna che io non conosco”. “Ma sei sicuro che non sia tua moglie?”, Andrea non rispose talmente preso a controllare le mosse della donna. Andrea era un uomo di 80 anni piccolo un po’ pelato, robusto e forte.

Passava le sue intere giornate a guardare la televisione e a leggere i giornali. Si alzava tardi la mattina e anche nel pomeriggio si permetteva un breve sonnellino. Gli piaceva tanto dormire. Solo il sabato andava al bar dove oltre a un buon caffè giocava la schedina del totocalcio. Continuava da anni a giocare la stessa e non aveva mai vinto un soldo. Gina, la moglie, era una donna molto decisa, ogni tanto prendeva delle discussioni con lui cercando di stimolarlo a fare qualcosa in casa, ma senza successo. L’unica figlia che avevano tanto desiderato si era ammalata di tumore e dopo pochi mesi era morta lasciando in famiglia una grande disperazione. Andrea era quello che aveva maggiormente accusato la perdita. Dormiva sempre di più come se la vita al di fuori della sua casa non esistesse e il sabato non giocava nemmeno più la schedina. Gina aveva almeno apparentemente reagito. Andrea era veramente preoccupato e non sapeva darsi pace.

“Stia ferma per favore e non tocchi niente, non si muova”, “Andrea sono tua moglie” cercava di convincerlo Gina. “Credimi siamo insieme da 50 anni. Ti ricordi nostra figlia morta di un malaccio?”. “No mia moglie è uscita e ancora non è rientrata e sono anche molto preoccupato per lei. Come fa a sapere di Gianna? Certo che me la ricordo poverina morta così giovane”. “Pronto Gino sono ancora io Gina, non so che fare non mi fa toccare niente, pensa che sia una intrusa”. “Gina chiama il medico e vedi che ti dice”. Gina si avvicinò lentamente e con indifferenza al telefono e fece il numero 118.

”Devo parlarle piano perché mio marito dice che c’è una signora in casa che sarei io, insomma sono sua moglie e pensa che sia una estranea. Sta delirando e non so come comportarmi”. “Signora ma cosa sta dicendo è caduta, si sente male?”. “Ma no, è mio marito che si sente male”. Respira? Certo, il cuore batte? “Penso proprio di si”. “Ha qualche arto paralizzato”, ” No da come è agitato non direi”. Forse un ictus cerebrale? Ci dia qualche minuto che arriviamo, mi dia l’indirizzo di casa”. Poco dopo arrivò l’ambulanza con i volontari e il medico. Andrea non voleva saperne di scendere le scale perché credeva che fosse stata l’estranea a volerlo buttare fuori dal suo appartamento. Cominciò ad agitarsi e a infierire contro i volontari.

Il medico decise di sedarlo. Quando Andrea arrivò al pronto soccorso era ancora confuso e un po’ sonnolento, ma meno agitato. “Lei si chiama? Chiese l’infermiere ad Andrea. Rispose correttamente e aggiunse: “Ma guarda stasera cosa mi doveva succedere. Sono una persona seria che lavora tutto il giorno poi all’improvviso una donna ti entra in casa, vuol mangiare con te e dice che è tua moglie. Guardi dottore di mogli me ne basta una”. “Sua moglie come si chiama?” “Gina, ma stasera era fuori e non è ancora rientrata in casa”. “Senta posso sentirle il cuore? Ha qualche malattia?”. “Sono perfettamente sano, forse un po’ di pressione alta, un po’ di glicemia per il resto mi accontento per la mia età”.

Il medico del pronto soccorso lo visitò accuratamente e non riscontrò nessuna alterazione all’esame obiettivo. “Facciamo le analisi del sangue e una tac del cervello” disse all’infermiere che lo aveva seguito nella visita, “potrebbe essere un ictus o un inizio acuto di demenza, un delirio”. Nel frattempo Gina entrò nella stanza da visita dove si trovava Andrea. Lui la guardò e la riguardò poi sorrise e disse: “Gina perché mi hai lasciato da solo. Lo sai è venuta stasera in casa nostra una donna che mentre non c’eri voleva cenare con me”. “No Andrea quella donna ero io. Forse hai sognato”. “Gina vai a vedere a casa se c’è ancora perché lo sai ha chiamato l’ambulanza per portarmi in ospedale e farmi lasciare il nostro appartamento”.
“Non è così Andrea, ho chiamato io l’ambulanza, non c’era modo di farti ragionare e stavi molto male ”. “Ho capito vi siete messe d’accordo. Ma come hai potuto Gina dopo tanti anni che stai con me?”.

Gina lasciò la stanza e si appoggiò a una parete del corridoio piangendo. “Signora, buongiorno, sono il medico mi racconta cosa è successo?”. “Dottore, mio marito da quando ha perso l’unica figlia che avevamo è entrato in una depressione grave, non ricorda le cose non riesce a fare nulla. Non è che anche prima facesse più di tanto, ma poi ha cominciato ad alzarsi la mattina presto per andare ad aprire un negozio di scarpe che lui aveva in gestione, ma che era chiuso da tanti anni e così via e sempre peggio. E oggi ha dato il massimo poverino”. Gina scoppio in lacrime. Il dottore cercò di consolarla, ma fu tutto inutile.

“Siamo due poveri vecchi rimasti soli e la vecchiaia senza un figlio o una figlia o senza qualcuno che ti voglia bene e ti aiuti nei bisogni è veramente brutta”. “A volte vedo Andrea che si affaccia alla cameretta di Gianna e mi sembra di sentire la sua voce che cerca di parlare con lei. Sono quei momenti che mi sembra di impazzire e di vivere in una casa buia”. “Penso che sia proprio questo il motivo di quanto sta succedendo a suo marito e non so se ne uscirà. Ha bisogno di cure molto forti speriamo che…”. Mentre il dottore stava parlando si affacciò sulla porta della stanza prospiciente al corridoio Andrea. “La mia è una ferita aperta che nessuno sarà in grado di curare. Il mio è un dolore atroce, lacerante, un vuoto incolmabile, la resa dinanzi a ad una vita: la mia che si conclude senza la possibilità di riabbracciare mia figlia e di dirle il bene che le volevo”. Il dottore abbassò lo sguardo.

“Tutte le analisi sono negative” disse e si allontanò lasciando da soli i due coniugi che si stavano abbracciando piangendo nel ricordo di quell’amore che avevano perduto.