LICENZIARE CON WHATSAPP, ATTACCO ALLA DIGNITÀ DELLA PERSONA

Lavoratori a cui il licenziamento è stato intimato con appena 80 caratteri. Vicende che tuttavia sono ancora tutte da definire, ma la procedura per i licenziamenti collettivi non ammette “scorciatoie”.

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Enrico Presilla
LICENZIARE CON WHATSAPP, ATTACCO ALLA DIGNITÀ DELLA PERSONA

Lavoratori a cui il licenziamento è stato intimato con appena 80 caratteri. Vicende che tuttavia sono ancora tutte da definire, ma la procedura per i licenziamenti collettivi non ammette “scorciatoie”.

Sono davvero lontani i tempi di Roosevelt…

Si narra che ai primi del ‘900, l’allora presidente degli Stati Uniti d’America, si rifiutò di uccidere un cucciolo di orso durante una battuta di caccia. L’orso, dopo essere stato braccato dai cani, era ferito e legato a un albero. Secondo Theodore Roosevelt, soprannominato Teddy, non c’era nulla di eroico né di sportivo nel sopprimere un animale stremato sparandogli a bruciapelo. Quell’orso venne chiamato “Teddy bear” dai giornalisti che raccontarono l’episodio e l’orsacchiotto un paio di anni dopo diventò la mascotte della sua fortunata campagna elettorale per le presidenziali. Oltre ad aver ottenuto il Premio Nobel per la pace, è di Roosevelt uno dei quattro volti scolpiti nella roccia sul Monte Rushmore. Una storia suggestiva che però serve a introdurre due concetti: lo squilibrio dei rapporti di forza tra le due parti e il brutale uso del differenziale tecnologico.

Veniamo ai  giorni nostri. È possibile licenziare un dipendente tramite un messaggio Whatsapp? Si tratta di una domanda che, soprattutto nell’ultimo periodo, molti operatori del mondo del lavoro si sono sentiti formulare. Questa estate abbiamo avuto alcuni episodi di licenziamenti collettivi che sarebbero stati intimati con appena 80 caratteri. Senza entrare nel merito di vicende ancora tutte da definire, è sufficiente in questa sede sottolineare che, la procedura da seguire per i licenziamenti collettivi non ammette “scorciatoie” di alcun tipo. Si tratta di un percorso lungo, complesso e codificato: in poche parole, niente Whatsapp!

Diverso è il discorso per ciò che riguarda i licenziamenti individuali, quelli posti in essere dalla piccola azienda sotto casa, con pochi o pochissimi dipendenti. Qui il messaggino per espellere definitivamente un dipendente sembrerebbe potersi utilizzare. Tuttavia, il condizionale è davvero indispensabile, per almeno due motivi. Intanto, lo è perché la normativa italiana prevede la necessità della forma scritta e l’obbligo della motivazione, altrimenti il recesso è illegittimo: se la prima potrebbe anche ritenersi soddisfatta, sulla seconda condizione ci sono seri rischi di inadeguatezza. Poi, lo è perché finora ci sono poche sentenze e ancora non si è espressa la Corte di Cassazione.

Ma il condizionale è necessario, soprattutto perché un licenziamento intimato attraverso un’app  gestita da uno dei nostri più fedeli compagni di vita digitale, pone un problema etico prima che giuridico. Senza scomodare il famoso “sviluppo senza progresso” di pasoliniana memoria, vale la pena chiedersi se vi sono differenze tra modernizzazione e modernismo e se la tecnologia segni sempre e comunque un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita dell’essere umano e non rischi di essere utilizzata come strumento di dominio.

Essere espulsi con un messaggino sullo smartphone è il paradigma inaccettabile della spersonalizzazione dei rapporti di lavoro, che incide significativamente e in modo negativo sulla dignità della persona;  est modus in rebus , per dirla con la celebre locuzione latina. Non devono mai mancare rispetto e considerazione per la parte debole del rapporto di lavoro: si può essere licenziati senza essere umiliati. E se Theodor Roosevelt ricordava che “nessun uomo è giustificato a fare il male per motivi di convenienza”, bisognerebbe oltretutto riflettere sul fatto che la vera convenienza, per l’allora presidente USA, è stata proprio quella di usare una magnanimità ampiamente e, inaspettatamente, ripagata.