L’INCREDIBILE VIAGGIO DELLE PIANTE

Le piante ricordano gli animali estinti e possono viaggiare: attraverso il mare, i binari, i muri, il tempo e fino a noi. Lo facciamo con Stefano Mancuso

AMBIENTE
Alessio Mariani
L’INCREDIBILE VIAGGIO DELLE PIANTE

Le piante ricordano gli animali estinti e possono viaggiare: attraverso il mare, i binari, i muri, il tempo e fino a noi. Lo facciamo con Stefano Mancuso

I pescatori di aringhe furono i primi a vederla, il 14 novembre 1963: tre bocche di fuoco nell’Atlantico settentrionale. Poi i crateri si fusero in uno. La colonna di cenere si alzò per chilometri. E infine, dopo alcuni giorni, emerse la nuova isola: Surtsey. Prefigurazione di come il gigante Surtr avrebbe devastato la terra intera, incendiandola alla fine del tempo degli dèi di Asgard. Almeno secondo il mito degli antenati scandinavi degl’islandesi.

Per gli scienziati invece, quel giorno emerse un’occasione unica. Come si forma un ecosistema, sulla base di uno strato sterile? Quando sarebbe giunta la prima pianta?

Le domande affascinano. Così, L’incredibile viaggio delle piante di Stefano Mancuso è il libro che vogliamo consigliarvi di portare al mare. Un divertissement leggero e breve, pastello, dedicato ai viaggi, all’astuzia sorprendente, alle stranezze insospettabili di alberi, erbe, fiori e semi. Assieme ad uno dei più grandi studiosi del mondo vegetale.

La Cakile arctica arrivò per prima con i suoi fiorellini bianchi. Piccola, fragile all’apparenza, la Cakile cresce sulle spiagge sabbiose: è tra le poche piante ad accontentarsi dell’acqua salata. Per viaggiare il baccello si divide in due e cade in modo che metà si infili sotto la sabbia e metà rimanga fuori, in attesa dei flutti. I semi galleggiano e possono sopravvivere per anni di navigazione, alla ricerca di nuove terre come l’isola di Surtsey. Grazie tali incredibili qualità, la prima pianta della famiglia vascolare germogliò già nella primavera del 1965.

Poi, Flora scelse anche altre vie. Il 9% dei semi volò con il vento, il 27% navigò nel mare, quindi la maggior parte (il 64%) fu trasportata dagli uccelli, cadendo al suolo già provvista del fertilizzante necessario. Altri semi sbarcarono attaccati alle uova di pesce, scagliate sulla spiaggia dalle onde, soprattutto uova di razza. Gli scienziati non avevano idea che le piante potessero viaggiare in questo modo. Comunque, negli anni, l’isola divenne verde.

Il primo albero, un Salix phylicifolia mise radici nel 2008. In quell’anno, trenta specie avevano già preso dimora stabile, mentre una quarantina d’altre tentava di acclimatarsi.

Le piante amano evadere. Mancuso prova una simpatia particolare per le piante fuggitive ed infestanti che l’uomo si illude di chiudere negli orti botanici. Alla base dell’ecosistema naturale e culturale di oggi ci sono le piante invasive di ieri.

Il pomodoro giunse dall’America, radicandosi in Italia dal secondo quarto del Cinquecento; finché rimase d’oro, ovvero una “mela gialla”, destò sospetto: tossico, medicinale, decorativo. L’uso alimentare seguì la prima attestazione di una varietà rossa, nel 1572. Mentre la prima ricetta della pasta al pomodoro dovette attendere la metà dell’Ottocento. Un’accettazione rapida, a confronto di quanto accadde all’indiano basilico. Spuntato in Europa nell’epoca di Alessandro Magno, il basilico “rimase” velenoso fino al Settecento.

 

Il Senecius Squallidus corse invece dalla Sicilia all’Inghilterra. Il nome non inganni. Questa pianta non dovette piacere a Linneo ma i suoi fiori gialli accesi sono molto belli e forse facilitarono il viaggio.

Quando il francescano Francesco Cupani si avventurò nell’impresa di catalogare l’immensa biodiversità vegetale della Sicilia, incontrò anche il senecius ed iniziò a coltivarlo nel suo orto botanico di Misilmeri, vicino Palermo. Presto, l’orto botanico siciliano divenne uno dei maggiori d’Europa, impegnandosi in una fervente attività di scambi. Non ci sono prove che il senecius sia stato scambiato ma la sua prima attestazione inglese rimanda rimanda ai giardini dei duchi di Beaufort a Badminton e all’anno 1700. Proprio quando il botanico William Sherard che già aveva collaborato con il collega siciliano, lavorava per la famiglia ducale. Poi, i fiori gialli sbocciarono nell’orto botanico di Oxford. Tuttavia alla piantina interessavano anche altre materie. Verso fine secolo, ogni muro del college ebbe attorno simili fiori.

La grande espansione attese il 1844 e la ferrovia Oxford-Londra. La ghiaia tra i binari avrebbe dovuto impedire la crescita delle erbacce ma al sencius ricordava il terreno pieno di sassi e sabbia dell’Etna, mentre lo spostamento d’aria provocato dai treni aiutava il vento a disperdere gli innumerevoli semi: nell’Ottocento in Inghilterra, nel Novecento in Scozia, lungo i bordi delle autostrade e sempre più a Nord.

C’era però anche un altro trucco. In “segreto”, il Sinecius squallidus si è ibridato con alcuni sinecius locali, imparando a sopportare il clima britannico.

Piante di 39000 anni fa, possono resuscitare? Questa è davvero una storia vegetale sorprendente.

I ritrovamenti di animali congelati e ben conservati nel permafrost della Siberia orientale producono grande entusiasmo mediatico. Il sogno di riportarne in vita il Mammut segna l’immaginario della nostra epoca. Le piante preistoriche interessano meno.

Ciò nonostante nel 2010, gli studiosi dell’Accademia Russa delle Scienze trovarono una tana di scoiattolo, proprio come potremmo immaginarcela: piena di semi e pezzi di frutta, congelati da 39.000 anni. Lo stato di conservazione era eccezionale, alcuni semi furono piantati. Il microscopio rivelò l’attivazione delle cellule ma nessun seme riuscì a germinare. Allora fu presa un’altra strada: aiutare un tessuto placentare di Silene stenophylla a rigenerare. Il tessuto è cresciuto fino a trasformarsi in una pianta adulta!

La specie Silene ha sempre prosperato nella tundra. Tuttavia, secondo Mancuso, il ritorno di specie vegetali estinte dipende solo dal nostro impegno. Se si fosse trattato di un animale tutti conoscerebbero questa storia.

L’Avocado invece l’estinzione l’ha rischiata. Produrre grandi frutti è molto faticoso, non è opera da compiere invano. I frutti servono ad attrarre gli animali perché se ne nutrano e disperdano i semi lontano dalla madre. I semi di queste piante sono in grado di resistere all’apparato digerente e spesso tossici nei loro succhi, in modo che l’animale ingoi il seme senza distruggerlo masticando. Il seme dell’avocado è grande, quale animale potrebbe mai ingoiarlo?

Secondo la teoria più accreditata, gli esseri umani giunsero nelle Americhe 11.000 anni fa. Allora, cammelli alti più di tre metri, armadilli lunghi due, bradipi grandi come elefanti odierni, mastodonti e molti altri animali enormi popolavano il continente. Costoro ingoiavano tranquillamente il seme dell’avocado. È assai probabile che i primi cacciatori abbiano sterminato la megafauna, causando guai seri all’avocado. I giaguari possono ingoiare qualche seme ma preferiscono la carne. Così quando gli spagnoli sbarcarono in America, l’albero cresceva in aree sempre più ridotte. Per fortuna, il grande frutto piacque agli europei che sostituirono la megafauna e salvarono la specie.

 Clonare l’avocado è facile ma questo può trasformarsi in un problema. Di recente, l’uomo ha selezionato e commercializzato almeno una varietà di avocado priva di seme. Le piante senza seme non possono riprodursi per via sessuale, hanno bisogno che l’uomo tagli qualche fronda e la pianti in un luogo adatto. In questo modo si producono veri e propri cloni della pianta originale, con il medesimo patrimonio genetico.

Si tratta di una strada pericolosa. La variabilità genetica crolla. Quando compare una malattia particolarmente letale per quell’individuo, intere piantagioni subiscono una minaccia tragica. Quando, al contrario, una variabilità genetica ampia, presto o tardi, presenta qualche esemplare più resistente alla malattia, al fungo o al parassita. Successivamente, di generazione in generazione, i discendenti delle piante resistenti si trovano avvantaggiati nell’ambiente naturale, comprensivo della nuova “difficoltà”, e sempre più numerosi.

I semi degli agrumi stanno diventando rari, quasi nessuno ha visto i semi delle banane. Speriamo che l’avocado non segua la stessa strada. Certo, per terra, nel cielo o per mare, le piante vivono grandi avventure, e viaggiano.