LO STUZZICADENTI

I racconti del prof. Stefano Grifoni: ogni riferimento a fatti e personaggi non è puramente casuale.

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Stefano Grifoni
LO STUZZICADENTI

I racconti del prof. Stefano Grifoni: ogni riferimento a fatti e personaggi non è puramente casuale.

Nel ristorante di Pino la serata stava trascorrendo in allegria. La cena a base di arrosto di carne era ottima e le bottiglie di vino rosso del chianti non erano mai sufficienti a soddisfare la sete dei presenti. Andrea citò un proverbio “La tavola invita” disse e continuò sorridendo a parlare guardando a destra e a sinistra. “In una epoca dove si va sempre di fretta queste cene sono un momento importante da dedicare agli amici più cari” disse.
Vittorio che aveva mangiato e bevuto abbondantemente, quando cominciò ad avvertire che qualcosa non andava. Aveva ingerito un grosso involtino di carne e poco dopo aveva cominciato a sentirsi male. “Vedi cosa succede quando una persona fa l’esagerato?”. “Se non ti senti bene è perché hai mangiato troppo” disse la moglie. “Veramente ho mangiato un primo come tutti…. ripreso due volte. È che mi sembra di sentirmi svenire…” Mentre pronunciava queste parole, gli amici lo videro diventare strano, sudato, irrequieto. “Non respiro più… “disse. Diventò bluastro e smise di parlare portandosi la mano destra verso la gola. Tutti notarono che il collo si era gonfiato e che Vittorio stava diventando sempre più paonazzo. Alla fine svenne appoggiando le braccia e la testa sul tavolo.

Lo distesero sul pavimento del ristorante stando attenti a metterlo sul fianco. Qualcuno più pratico di primo soccorso disse che era la posizione di sicurezza: avrebbe potuto vomitare e inalare il vomito. Qualcun altro, il più esperto tra i presenti, iniziò a fare il massaggio cardiaco mentre altri stavano li a guardare. Andrea, uno dei commensali, pensò che si trattasse di una allergia ad un alimento perché sosteneva che Vittorio aveva avuto gli stessi sintomi di chi all’improvviso sviluppa un edema della glottide. Gianni invece sospettava un infarto di cuore. Il padrone del ristorante si allontanò dal gruppo dei soccorritori per chiamare il 118: “Venite c’è un persona che sta male”. Il volontario della Centrale Operativa iniziò a fargli una serie di domande che furono interrotte da: “Senta qui c’è una persona che sta molto male e che non respira bene. La prego venite subito è grave” disse Pino, il padrone del ristorante, fornendo l’indirizzo del locale.

L’ambulanza arrivò in pochi minuti. Il medico dopo aver visitato Vittorio decise di portarlo in ospedale. Le condizioni di Vittorio si aggravavano sempre di più e al momento dell’arrivo della ambulanza in pronto soccorso sembrava già morto. “Lo abbiamo trovato disteso per terra” disse il medico “stava mangiando e all’improvviso si è sentito male. Quando ho visitato il paziente la pressione arteriosa era bassa e non sentivo bene i battiti del cuore. Vedevo che il collo si stava ingrossando a causa del ristagno di sangue nei vasi venosi e nelle giugulari”. Il medico del pronto soccorso ascoltò attentamente il collega e mentre commentava con lui l’episodio appoggiò una sonda ecografica sul cuore di Vittorio. Le immagini erano chiare e mostravano un accumulo di sangue nel sacco pericardico sufficiente a compromettere il riempimento del cuore. La diagnosi era di tamponamento cardiaco. Vittorio doveva essere immediatamente sottoposto ad un intervento chirurgico. Erano le due di notte e il cardiochirurgo lo stava operando. Dopo aver aperto il torace e raggiunto il sacco pericardico si era reso conto che era dilatato per la presenza di liquido. Aveva tagliato con il bisturi proprio lì favorendo la fuoriuscita del sangue dall’interno dei foglietti. Quel sangue impediva che il cuore battesse regolarmente perché non riusciva a muoversi in mezzo a tanto liquido.
“Per favore facciamo attenzione. La situazione è delicata. Non riesco a limitare il rifornimento di sangue, l’emocromo tiene?” “Si professore. un po’ di anemia… “Richieda 4 sacche di globuli rossi per trasfondere il paziente e speriamo che bastino, la pressione ancora non è risalita.” Poi si rivolse al medico del pronto soccorso che aveva accompagnato il paziente in sala operatoria: “Sai se nei giorni precedenti ha avuto traumi o dolori al torace o febbre o qualcosa che possa giustificare questa situazione? “No, la moglie che era con lui stasera mi ha riferito che non prende farmaci e non ha mai sofferto di cuore o di altro”. Erano passate molte ore dall’inizio dell’intervento e il cardiochirurgo era in difficoltà perché non riusciva a capire cosa avesse provocato quella situazione. Mentre stava aspirando altro sangue dal cuore gli sembrò di vedere in fondo al campo operatorio qualcosa di sottile e appuntito. Lo guardò, lo toccò e aspirò ancora il sangue. Lo riguardò ancora una volta poi decise di togliere quella cosa con le dita. La toccò e si rese subito conto che era un corpo estraneo di consistenza duro lignea. Quando lo estrasse e lo mostrò in sala operatoria, tutti gli operatori rimasero sorpresi: si trattava di un pezzo di stuzzicadenti che era entrato nel cuore probabilmente perforando l’esofago. Vittorio si risvegliò il mattino seguente dopo qualche ora dall’intervento. Respirava normalmente anche se sentiva un forte dolore al torace. Vide intorno a sé molti monitor e si accorse che gli arti superiori erano attaccati a delle flebo piene di acqua. Chiese all’infermiere perché si trovasse in quel posto che non conosceva. “Cosa ha mangiato ieri sera Vittorio? “Se ricordo bene … del pollo e del coniglio…”. “C’erano degli stecchini? chiese il cardiochirurgo che passava in visita “.
“Mi pare…” rispose ancora confuso non riuscendo a capire il perché di una domanda del genere. Il medico si frugò in tasca del camice e da una garza estrasse un piccolo legnetto appuntito, “Ecco qui una parte dello stuzzicadenti che ha sbagliato strada e si è conficcato dentro il suo cuore. È bastato toglierlo perché tutto si risolvesse”. “Una bella fortuna Vittorio poteva morire, lo sa?”. Vittorio rimase perplesso. Per prima cosa pensò ad uno scherzo dei suoi amici ma quando si rese conto di quello che era veramente successo non riuscì più a spiccicare parola.