L’ULTIMO SALUTO

I racconti del prof. Stefano Grifoni: ogni riferimento a fatti e personaggi non è puramente casuale.

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Stefano Grifoni
L’ULTIMO SALUTO

I racconti del prof. Stefano Grifoni: ogni riferimento a fatti e personaggi non è puramente casuale.

Ciao Tiziana! Cosa stai facendo tutta sola?”. “Sto aspettando che passi il pullman”. “Dove stai andando? Da tempo non ti vedevo”. “Si, disse lei, ci siamo visti in ospedale al pronto soccorso qualche tempo fa, forse mesi fa.  Ero venuta da te perché respiravo con difficoltà e poi…”. “Ricordo – dissi- abbiamo fatto una radiografia del torace”. “Mi è stata diagnosticata una pleurite con tanto liquido nel polmone. Non solo una pleurite – aggiunse – la Tac dimostrò un tumore della pleura esteso al polmone”. “No, questo non lo ricordavo e ora come stai?”. “Ora in questo momento bene, mi sento bene… e mi è passato anche il dolore al polmone che mi stava torturando, molto forte da non poter resistere”.

“Hai fatto delle cure, penso”. “Molte, forse troppe, che poi alla fine non sono servite a niente”. “Come non sono servite a niente… mi sembra che, in fondo, hai vinto tu la battaglia contro la malattia”. Tiziana mi guardò con il suo solito dolce sguardo e mi disse: “Parliamo un po’ di te. Tu come stai?”. “Abbastanza bene, grazie, lavoro molto e mi sento fortunato perché amo il mio lavoro e per questo non avverto la fatica di tante ore passate in ospedale”. “È molto importante ciò che dici. Quando ci siamo conosciuti stavi frequentando l’università. Ci vedevamo solo nel momento in cui venivo in paese, o meglio quando i miei genitori mi portavano, allora non avevo nemmeno un motorino.

Ti ricordi? Mio padre mi controllava continuamente”. “Ho saputo che poi ti sei fidanzata con un musicista e che hai lasciato il paese per andare a vivere con lui”. “È vero, in quel periodo vivevo in un’altra dimensione e non pensavo più né a te né alle mie amiche. Tenevo rapporti solo con Giulia”. “La tua amica del cuore…  e lei che fa adesso?”. “Lavora e credo si sia sposata e abbia dei figli”. “Come credi… non l’hai più sentita, voi, amiche inseparabili?”. “La malattia mi ha isolato completamente da tutti e non ho potuto più frequentare nemmeno Giulia…ero sempre in ospedale”. “Mi dispiace molto, almeno spero che ogni tanto la sentissi al telefono”.” La chiamavo periodicamente e mi raccontava un po’ di quello che succedeva in paese ma, a volte, ero così stanca che non avevo proprio voglia di ascoltare. Mi voleva far sognare, mi diceva che presto sarei guarita e io le credevo, solo che i medici non erano dello stesso parere. Stavo facendo la chemioterapia e la radioterapia. La malattia mi aveva totalmente preso il cervello e non mi lasciava riposare un attimo. Giorno dopo giorno era un continuo di novità talvolta positive altre volte, anzi, molte altre volte, negative”.

La interruppi dicendole: “Parliamo di cose belle, della nostra gioventù e della nostra spensieratezza. Ti ricordi quando ci siamo baciati la prima volta? Eri così giovane e bella”. “Ero affascinata da te e dai tuoi modi. Ma tu avevi tante ragazze intorno e io ero la più piccola e non mi consideravi nemmeno. Cercavo di farti capire che mi piacevi, ma tu andavi sempre con le altre e a me non ci pensavi proprio”.  Le risposi con un po’ di imbarazzo. “Non era così, diciamo che le tue amiche erano più intraprendenti di te e lo sai come vanno queste cose… Sei sempre una bella ragazza e ora che sei diventata una donna sei ancora più bella”. “Come vedi non lo sono più, la mia bellezza è sfiorita. i miei capelli lunghi dopo la chemioterapia (mi) sono caduti, la malattia mi ha cambiato molto non solo dentro, ma anche esteticamente”. “Non direi, la dolcezza del tuo volto è rimasta come quella che avevi quando ci siamo conosciuti. Sei molto pallida… sarà perché hai freddo. Scusa, ma cosa ci fai in mezzo a questa nebbia? E questo cappotto con la pelliccia che significa… e la valigetta?”  “Devo affrontare un lungo viaggio e non so se potrò rivederti”. “Ma che dici? Senti, non combinare guai.

Mi ricordo che con il tuo artista di casini ne hai fatti”. “Me ne sono innamorata perdutamente. Era un uomo strano, ma aveva tante attenzioni per me e mi ha portato via da casa. Ho lasciato i miei per stare con lui e ancora non se ne fanno una ragione”. La guardai intensamente. “Qualche volta mi raccontavano di te e di questo tuo grande amore… non potevo chiedere altro, speravo che tu fossi felice” le dissi. “Lo ero ma poi tutto è finito e lui, quando mi sono ammalata, mi ha lasciato da sola ed è andato via di casa. Non sopportava vedermi soffrire, almeno così si è giustificato”. La nebbia sembrava intensificarsi e l’aria era sempre più fredda. Mi sembrava di sentire in lontananza il rumore di una macchina che si stava avvicinando.

Le chiesi: “Si può sapere dove sei diretta?” “Non lo so” rispose seccamente. “Ma che dici, come non lo sai”. “Lo giuro, non lo so, mi hanno detto che dovevo aspettare qui in questa piazza la corriera. E così ho fatto”. “Essere qui all’una di notte non mi sembra una grande idea”. Abbassò la testa e disse: “Io non avrei mai voluto”. “Ho capito non mi vuoi dire dove vai. Va bene, vuol dire che non puoi dirmelo. Di sicuro, visto come ti sei vestita, in un luogo gelido”. “Qualcuno mi ha suggerito di vestirmi così e devo dirti che mi sono sorpresa anche io”. “Abbracciami, ho un po’ di paura” mi disse Tiziana. Quando lo feci il suo corpo era freddo e le sue guance di marmo. Mi allontanai da lei mentre mi rivolgeva un ultimo saluto agitando la sua mano destra. Quando la mattina mi sono svegliato è squillato il telefono. Era Giulia: “Ciao, ti ho chiamavo per dirti… so quanto ci tenevi a lei. Tiziana è morta stanotte”.