L’UOMO INCONTRÒ IL CANE E IL LIBRO PER LE VACANZE

Il miglior amico dell’uomo e il fondatore dell’etologia in spiaggia con noi. Consigli di lettura da portare sotto l’ombrellone. E non al guinzaglio.

AMBIENTE
Alessio Mariani
L’UOMO INCONTRÒ IL CANE E IL LIBRO PER LE VACANZE

Il miglior amico dell’uomo e il fondatore dell’etologia in spiaggia con noi. Consigli di lettura da portare sotto l’ombrellone. E non al guinzaglio.

Una cattedra presso l’università di Konigsberg li separò per la prima volta. Eppure, quando giunsero le vacanze, Stasi ricordava ancora tutto: al guinzaglio, al piede, a cuccia, sempre pulita e rispettosa delle galline, con il musetto appuntito da cane lupo e il mantello rosso-oro da chow.

Nuovi preparativi scatenarono la tragedia. Prima depressa, appiccicata al fianco in tutte le stanze. Poi disperata, smise di mangiare. Da ultimo sconvolta, si ritirò in giardino, inavvicinabile e sorda a qualunque richiamo.

Così, quando la famiglia si mise in viaggio per accompagnare il professore: ad una ventina di metri seguiva una cagna triste, con la coda fra le gambe. Alla stazione, l’ultimo tentativo di acchiapparla fu inutile. Soltanto quando il treno si mosse, Stasi corse: per raggiungere Konrad Lorenz.

Seguirono la stage nel pollaio dei vicini e una condotta ribelle in casa, fino a giugno.

E L’uomo incontrò il cane di Konrad Lorenz è infatti il nostro consiglio di lettura sotto l’ombrellone. Formato piccolo. Pagine poche. Stile leggero. Curiosità parecchie. Riflessione profonda. Divertimento ed emozioni, grandi. Una storia ancestrale, narrata da un grande scrittore austriaco, padre fondatore dell’etologia e vincitore del premio Nobel per gli studi sul comportamento animale; la cui moglie ebbe a sistemare in una sorta di voliera perfino il figlioletto, a protezione dai corvi, liberi per la villa di Altenberg.

Il libro emerge dal tempo in cui i cani potevano uscire soli di casa e bighellonare nel paese, rischiavano qualche scapaccione e nel caso di molte razze, gli studiosi ipotizzavano una discendenza dallo sciacallo dorato più che dal lupo. Ma se alcune cose sono cambiate, la forza del racconto è rimasta la stessa: un amore immeritato. Sbirciamo alcune pagine.

Insegnare a un cucciolo dove fare i propri bisogni può essere utile. Secondo Lorenz, quando il cagnolino viene portato a casa per la prima volta, non deve stare solo: in modo da poterlo interrompere appena sceglie la toilette sbagliata. Allora il cane va condotto all’aperto, nel luogo deputato che in questa fase è bene non cambi mai; se svolge lì le proprie funzioni, ogni complimento sarà meritato e soprattutto educativo.

In seguito, qualora occorra una punizione istruttiva, questa deve seguire l’errore entro breve tempo. Pochi minuti bastano perché il cane non capisca più cosa abbia fatto di male. Per rimediare al problema, quando un cane uccideva una nuova specie di ospite, tra le molte bestie di Altenberg: Lorenz lo picchiava con la carcassa del morto, in modo da associare una sensazione spiacevole a quel tipo di animale. La preda smetteva di apparire invitante.

Così, se non vogliamo che il nostro cane approfitti delle escursioni per allontanarsi troppo o inseguire gli animali selvatici, non dobbiamo rimproverarlo quando torna, l’azione associata all’errore risulterebbe l’ultima.

A terra! I cani di Lorenz sapevano stendersi giù buoni, fino a nuovo ordine. La maggior parte delle razze canine può imparare tra sette e undici mesi.

Il cane va condotto in un luogo ove si stenderebbe volentieri, come un prato; quindi con garbo lo si preme, pronunciando il comando, ad esempio: “giù!”. Alcuni capiscono subito. Ad altri va spiegato meglio, piegandogli le zampette. Quindi va impedito al cane di alzarsi, finché non siamo noi a chiamarlo: “vieni!”, col tono di fargli una concessione, per accarezzarlo e complimentarci con lui. Piano, piano, il nostro amico imparerà a stare a terra più tempo ma solo quando saprà aspettare molti minuti, potremo iniziare a uscire dal suo campo visivo.

Al cane non piace stare fermo a lungo ma rimanere solo a casa gli piace meno; sarà contento di imparare a starsene “giù” buono, in modo da poter uscire più spesso assieme a noi.

Stasi aspettava una decina di minuti, poi tornava per conto suo. Tuttavia, la pazienza può irrobustirsi, lasciando al cane qualche oggetto del padrone, o meglio che rappresenti il padrone e la casa. Allora, pur ignaro della proprietà privata, l’animale attenderà a lungo e reagirà (male) al tentativo di portare via l’oggetto.

Quando Stasi potette trasferirsi a Konigsberg, si abituò ad attendere Lorenz nei pressi della sua bicicletta, ogni volta che il professore usciva. Poi, la cagna ebbe dei cuccioli e per tre giorni rimase con loro. Il quarto giorno la madre lasciò i piccoli, trovò da sola la bicicletta e attese. Non fu possibile convincere Stasi restare con i figli: seguiva Lorenz, attendeva alla bicicletta, tornava indietro ad allattare (due volte al giorno), poi di nuovo alla bicicletta.

All’origine di un legame tanto forte, il cane domestico trasferisce la fedeltà per il capobranco, l’affetto per i compagni e i vincoli con i genitori (ovvero i potenti legami della forma selvatica), sulla figura umana; mantenendo per altro i vincoli infantili anche in età adulta.

L’uomo che decidesse di allevare un canide non domestico, si accorgerebbe presto della fine dei vincoli infantili.

Lorenz tentò con un dingo australiano. Il cucciolo si comportò come un cane qualunque. Il dingo adulto prese a scappare, ignorare i richiami, rifiutare le uscite a passeggio; accettava le punizioni senza proteste (ringhi) ma a differenza di quando era piccolo se ne rattristava per poco tempo, tornando subito allegro, pronto per la prossima anatra. Tutto ciò senza alcuna aggressività. Il dingo rimase anzi molto amico di Lorenz, semplicemente lo trattava quale suo pari.

Per chi volesse seguire il nostro libro per le vacanze, non sbirciamo altro del dingo, Stasi, Bully, Tito o degli altri cani. Ultima una riflessione.

Circa settant’anni fa, al tempo dell’edizione originale, Lorenz deplorava come persone moralmente ineccepibili potessero raccontare, senza vergogna, di avere “dato via” il cane. Animale sociale con relazioni tanto profonde, l’abbandono è la disgrazia peggiore che possa colpire un cane. Fortunatamente settant’anni non sono trascorsi invano. Quanto meno, l’abbandono ha smesso di essere un comportamento socialmente accettabile: la fedeltà di un cane è un dono prezioso.