MAREDOLCE, VERSO UN PESCA SOSTENIBILE NEL MEDITERRANEO

Pescare meno e meglio oggi, per pescare anche domani. Il cortometraggio MAREDOLCE racconta i progetti del Wwf nelle aree marine protette, con i pescatori italiani.

AMBIENTE
Alessio Mariani
MAREDOLCE, VERSO UN PESCA SOSTENIBILE NEL MEDITERRANEO

Pescare meno e meglio oggi, per pescare anche domani. Il cortometraggio MAREDOLCE racconta i progetti del Wwf nelle aree marine protette, con i pescatori italiani.

Peppe intona la sua melodia nell’aurora, tra le onde di Capo Milazzo. Sta quieto, canta e tira la rete: «Peppe Papuccio, nipote di Papuccio, a Vaccarella mi conoscono tutti così».
Antonio salpa da Porto Cesareo, il padre voleva distoglierlo: «lu mare è amaru». Inutile, la quarta generazione non demorde.
Stefania si è innamorata di Giuseppe ma anche del suo lavoro. Ha cambiato dodici anni in ufficio con l’isola di Mal di Ventre: «nessuno ci dice quello che dobbiamo fare, libertà!»

Loro sono i protagonisti (veri) di MareDolce. Un cortometraggio intenso d’immagine, silenzio e narrazione, prodotto da Wwf Italia e presentato in anteprima presso l’ultimo MedFilmFestival. Perché in MareDolce, la pesca artigianale è comunità, lavoro e tradizione. È lotta per tirare avanti, nel Mediterraneo esausto. Dove il 75% degli stock ittici è sovrasfruttato.

Per lunghi decenni, il pescato globale è aumentato regolarmente: trenta milioni di tonnellate negli anni Sessanta, settanta milioni negli anni Novanta, ottanta milioni nei Duemila. Da ultimo, la bilancia ha segnato il record: oltre novanta milioni di tonnellate nel 2018. Valori assoluti impressionanti ma in crescita ormai lenta e prossima al limite.

Ciò nonostante, richiesta e consumo hanno proseguito uno sviluppo forte. Il che è stato possibile grazie all’allevamento: tredici milioni di tonnellate negli anni Novanta, quaranta milioni verso la metà degli anni Duemila, ottantotto milioni nel 2020. Ormai, secondo l’ultimo rapporto Fao, pesca e acquacoltura sono quasi paritetiche. Ma il futuro è incerto.

Novanta milioni di tonnellate superano il prelievo sostenibile? I pescherecci navigano nei pressi del limite, la questione è discussa. Certo, rispondere continuando l’esperimento, pare poco saggio. Le popolazioni ittiche sono soggette ad ampie fluttuazioni naturali, entro le quali sostenibilità e crollo si confondono. Ad esempio, nel 1992 al largo delle coste canadesi, i merluzzi del Georges Bank svanirono improvvisamente. L’anno precedente la pesca era andata bene, mantenendo la tendenza dell’ultimo periodo, senza stragi apparenti. Ciò nonostante, migliaia di persone rimasero disoccupate. Il Georges Bank era tra le aree di pesca più importanti al mondo, da secoli.

E l’esaurimento non è l’unico problema. L’espansione della domanda solleva anche questioni meno intuitive.

  • Un tempo il pesce garantiva le proteine per i meno fortunati, attualmente non è più così. Una forte tendenza all’aumento di prezzo, sta trasformando il pesce, in cibo da ricchi. Le grandi flotte di pescherecci tecnologici solcano mari lontani per competere con i piccoli pescatori dei paesi poveri.
  • Il pesce “povero” beneficiava della catena alimentare oceanica, in grado di trasformare il plancton vegetale in nutrimento per l’essere umano. Mentre negli allevamenti, le specie selvatiche di minor valore commerciale diventano mangime. Quando, trasformare il pesce selvatico in mangime e il mangime in specie pregiata, comporta perdite a ogni processazione. Vantaggio economico corrisponde a spreco alimentare.
  • Nonostante certificazioni come quella del Marine Stewardship Council, disposizioni nazionali e accordi intergovernativi, mettersi d’accordo per limitare le catture è difficile. Soprattutto nei paesi poveri, stretti tra necessità primarie dei pescatori locali e pressioni delle grandi flotte. Alcuni studiosi hanno messo in relazione: stretta normativa nell’Unione Europea, spostamento delle flotte industriali verso l’Africa Occidentale, pescatori locali a secco, ricorso a caccia e consumo di animali terrestri come gli scimpanzé, epidemia di Ebola del 2014 (Johan Rockström, Mattias Klum, Grande mondo piccolo pianeta, Edizioni Ambiente, 2015).
  • La logica economica non è autoregolante. Nella tragedia dei beni comuni, pescare il più possibile è scelta razionale, avvolte obbligata.
  • Ultimo, l’acquacoltura può provocare danni ambientali gravi. Scarti, liquami, virus, residui farmacologici finiscono in mare. Mentre le fughe accidentali inquinano il patrimonio genetico selvaggio, selezionato per sopravvivere in natura.

Per queste ragioni, la pesca artigianale del Mediterraneo è un valore locale a dimensione globale. Un contesto entro il quale, alcuni pescatori stanno tentando di pescare meno oggi, per continuare a pescare anche domani, guadagnando sempre abbastanza. Con l’aiuto del Wwf.

Il progetto di Peppe dipende dall’applicazione smartphone Abalobi, creata in Sudafrica per favorire le piccole comunità di pescatori. Se il mercato ha fretta, Abalobi permette al pescatore di fotografare i pesci e metterli in vendita, mentre si trovano ancora in barca. Stabilire una Filiera corta, senza intermediari, equivale a migliorare i guadagni dei pescatori, senza prendere più pesci.

Antonio vorrebbe continuare a pescare gli zerri (Spicara smaris). Un tempo molto amati, oggi il mercato li rifiuta perché piccoli e liscosi. In collaborazione con una locale azienda di trasformazione, si è trovato il modo di estrarre la polpa e convertire gli zerri in polpette, hamburger di pesce e ripieno per ravioli, consoni al gusto contemporaneo. Pescare anche gli zerri significa ripartire il prelievo tra più specie, allontanando qualche rete da triglie e seppie in difficoltà.

Stefania e Giuseppe hanno impiegato bene il tempo libero, dovuto all’epidemia di Covid. Corsi di inglese, marketing, accoglienza del cliente, verso un’attività di pescaturismo da affiancare alla loro ricerca di specie pregiate, crostacei, capponi, pesci san Pietro. Per divertire i visitatori basta prendere pochi pesci. Quando una giornata di pesca diversifica la sua fonte di reddito in pescaturismo, l’impatto ambientale diminuisce.

Il mondo della pesca artigianale cerca le sue strade nuove, desidera costruire un futuro.

Crescita economica e pesca divergono come linea e cerchio. Verso la metà degli anni Ottanta, un giornalista giapponese chiarì la prima: «Lei pensa all’industria baleniera come se fosse un’organizzazione rivolta alla conservazione delle balene; in realtà è più appropriato considerarla una gigantesca quantità di capitale che cerca di ottenere il più alto rendimento possibile. Se quel capitale potesse annientare le balene in dieci anni con un profitto del 15%, oppure pescarle in modo sostenibile ma con un profitto del 10%, sceglierebbe di annientarle in dieci anni (e, subito dopo, passerebbe a distruggere qualche altra risorsa)» (I nuovi limiti dello sviluppo, Mondatori, 2006).

Il Wwf ha domandato a Giuseppe cosa auguri al settore della piccola pesca tra cinque anni. La risposta chiude il cerchio: «Che ci sia».