MICROPLASTICA NEL SANGUE UMANO

Una ricerca realizzata da una squadra olandese ha riportato per la prima volta la presenza di microplastiche nel sangue umano, un dato che solleva dubbi sull’eventuale penetrazione di queste particelle negli organi.

SALUTE
Thais Palermo
MICROPLASTICA NEL SANGUE UMANO

Una ricerca realizzata da una squadra olandese ha riportato per la prima volta la presenza di microplastiche nel sangue umano, un dato che solleva dubbi sull’eventuale penetrazione di queste particelle negli organi.

Discovery and quantification of plastic particle pollution in human blood, è il nome dello studio pubblicato il 24 marzo su Environment International. La ricerca, realizzata da una squadra di ricercatori olandesi di tre differenti istituzioni – Vrije Universiteit Amsterdam, Deltares e Amsterdam University Medical Center, – è la prima a dimostrare che le particelle di plastica, ormai onnipresenti nell’ambiente, possono finire nel flusso sanguigno umano. Gli autori dello studio – il cui obiettivo era sviluppare un metodo analitico e di campionamento “robusto e sensibile” – hanno analizzato i campioni di sangue di 22 donatori anonimi, tutti volontari sani, e hanno trovato microplastiche in 17 di loro.

La metà dei campioni conteneva tracce di PET (polietilentereftalato), una delle materie plastiche più utilizzate al mondo, principalmente nella produzione di bottiglie e fibre di poliestere. Più di un terzo aveva il polistirene, utilizzato, tra l’altro, negli imballaggi alimentari, e un quarto aveva il polietilene. “Per la prima volta, siamo stati in grado di rilevare e quantificare queste microplastiche nel sangue umano”, ha affermato Dick Vethaak, eco-tossicologo presso la Vrije Universiteit Amsterdam. “Questo dimostra che abbiamo plastica nei nostri corpi e non dovremmo“, ha detto all’AFP.

Secondo questa ricerca, le microplastiche rilevate potrebbero entrare nel corpo attraverso molteplici vie: aria, acqua o attraverso prodotti alimentari o per l’igiene e cosmetici. “È scientificamente provato che le particelle di sangue possano essere trasportate agli organi attraverso l’apparato circolatorio”, hanno osservato gli autori. Lo studio è stato finanziato dalla Netherlands Organisation for Health Research and Development e da Common Seas, una ONG ambientale con sede nel Regno Unito il cui obiettivo è ridurre l’inquinamento da plastica.

Per Alice Horton, esperta in contaminanti antropogenici presso il centro britannico per l’oceanografia, nonostante il piccolo campione e le basse concentrazioni rilevate, i metodi analitici dello studio sono molto robusti. “Questo studio aiuta a dimostrare che le particelle di plastica non sono solo presenti nell’ambiente, ma anche nel nostro corpo. Le conseguenze a lungo termine non sono ancora ben note“, ha affermato Horton al Science Media Center.

Gli obiettivi della ricerca e la metodologia utilizzata

Le particelle di plastica sono inquinanti onnipresenti nell’ambiente di vita e nella catena alimentare, ma nessuno studio fino ad oggi aveva riportato l’esposizione interna delle particelle di plastica nel sangue umano.

Come affermano gli autori, l’obiettivo era quello di “sviluppare un metodo analitico e di campionamento robusto e sensibile”. Per stabilire il livello di micro e nanoplastiche nel sangue umano, la squadra di lavoro – coinvolta nel progetto Immunoplast guidato dall’eco-tossicologa Heather Leslie e dalla chimica analitica Marja Lamoree della Vrije University – ha sviluppato un metodo analitico applicato al sangue di 22 donatori. Come spiegato in seguito dalle scienziate, “il sangue è stato esaminato per la presenza di cinque polimeri diversi, che sono i ‘mattoncini’ della plastica. È stata anche determinata la misura in cui i singoli polimeri erano presenti nel sangue”.

Cos’è e dove si trova la microplastica

Le microplastiche sono le piccole particelle di materiale plastico, generalmente più piccole di un millimetro fino a livello micrometrico. L’inquinamento da questo materiale è una minaccia per l’ecosistema e per la salute umana. Provengono da diverse fonti: dai prodotti utilizzati per la cosmesi, ai prodotti per la casa, passando per i materiali industriali, edili e agricoli.

Ecco alcuni ambiti dove si genera l’inquinamento da microplastica:

Cosmesi: le “microsfere” di plastica vengono inseriti in diversi prodotti (detergenti per la pelle, creme da barba, dentifrici). Anni fa, dei controlli hanno iniziato a rilevare queste microsfere nei sistemi idrici pubblici.

Pneumatici: un numero rilevante di microplastiche deriva dallo sfregamento degli pneumatici sull’asfalto durante la guida, secondo una ricerca dell’Unione internazionale per la conservazione della natura. Queste microplastiche vengono successivamente portate via (ad esempio nell’ambiente marino) dall’azione degli altri agenti atmosferici.

Tessuti sintetici: l’uso delle fibre sintetiche – che generano un’importante quantità di microplastiche, anche durante il lavaggio – è aumentato significativamente, fino a rappresentare più del 60% della domanda di fibre in tutto il mondo. Un’agenzia norvegese ha calcolato che le presenza di microplastica nelle acque causate dal lavaggio dei tessuti sintetici costituisce il 35% di tutta la microplastica rilevata in acqua – superando la presenza causata dai prodotti cosmetici.

Navigazione: le navi sono ancora una fonte importante di microplastiche in quanto molti pescherecci continuano ad abbandonare in mare le proprie reti ed altri rifiuti di plastica. Si stima che nei primi anni Novanta più di sei milioni di tonnellate ne sia stata lasciata in mare.

Agricoltura: i teli usati per la pacciamatura possono disintegrarsi nel suolo se a fine coltura non sono adeguatamente smaltiti.