NEL CUORE DEL GHIACCIAIO TRACCE DI VEGETALI E INSETTI

La missione sul Calderone nel Gran Sasso è terminata. È tempo di analisi per ricostruire il passato climatico e ambientale del massiccio e del centro Italia.

AMBIENTE
Susanna Bagnoli
NEL CUORE DEL GHIACCIAIO TRACCE DI VEGETALI E INSETTI

La missione sul Calderone nel Gran Sasso è terminata. È tempo di analisi per ricostruire il passato climatico e ambientale del massiccio e del centro Italia.

La campagna di perforazione del ghiacciaio del Calderone sul Gran Sasso, ultimo esempio del glacialismo della catena appenninica, è terminata. Gli scienziati hanno per la prima volta a disposizione un campione di ghiaccio profondo dal glacio-nevato, la cui analisi chimica permetterà di ricostruire il passato climatico e ambientale del massiccio e delle regioni circostanti. La missione, nell’ambito del progetto internazionale Ice Memory, è stata organizzata dall’Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isp) e dall’Università Ca’ Foscari Venezia, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), l’Università degli Studi di Padova e le società Georicerche srl e Engeoneering srls, ed è stata possibile grazie al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, che ha messo a disposizione mezzi e personale per raggiungere la conca del ghiacciaio, ai piedi del Corno Grande, a 2.673 metri di quota.

Il carotiere ha toccato la roccia basale del glacio-nevato del Gran Sasso a 27,2 metri di profondità, aggiornando la stima di 26 metri realizzata dallo stesso team nelle settimane scorse. “La perforazione è stata piuttosto difficoltosa”, racconta Jacopo Gabrieli, ricercatore Cnr-Isp e coordinatore sul campo della missione, “sia per le condizioni meteorologiche spesso molto dure sia perché il ghiaccio era plastico, ossia estremamente caldo e intriso d’acqua, e la punta del carotiere tendeva a impastarsi, non riuscendo ad inciderne la superficie”.

Campione dopo campione, i ricercatori hanno esplorato la profondità del Calderone. “Sotto una coltre di detriti, abbiamo via via incontrato un ghiaccio sempre più ‘pulito’ ma diverso da quello dei ghiacciai alpini a causa delle particolari condizioni termiche dei diversi strati”, prosegue Gabrieli. “Attraverso mirati studi di laboratorio, cercheremo di definirne le caratteristiche e di acquisire le informazioni chimiche e isotopiche conservate, se disponibili. Nella parte mediana del profilo abbiamo verificato la presenza di residui vegetali e di insetti, la cui datazione potrà aiutare a comprendere quando si è accumulato il ghiaccio circostante”.

Una missione per niente semplice da realizzare dal punto di vista logistico ma anche per quanto riguarda il ‘cosa aspettarsi’. “Questa spedizione era una scommessa, non sapevamo cosa avremmo trovato in profondità nel Calderone, che ogni anno perde circa un metro di spessore”, commenta Carlo Barbante, direttore Cnr-Isp, professore all’Università Ca’ Foscari Venezia e co-ideatore del programma internazionale Ice Memory.  “La carota estratta sembra avere tutte le carte in regola per poter ricavare importanti informazioni sulla storia climatica e ambientale dell’Italia centrale e dell’intero bacino del Mediterraneo. Un archivio ambientale davvero unico che già a un primo sguardo presenta caratteristiche glaciologiche molto interessanti”.

Una volta terminata la fase preliminare di analisi dei campioni e verificata la conservazione della stratigrafia e dei segnali climatici ed ambientali, la carota sarà messa a disposizione del programma internazionale Ice Memory e quindi trasferita al sito di stoccaggio presso il sito di DomeC, in Antartide.