C’È UNA SOLA VOCE ALLA QUALE PUOI CHIEDERE DI RACCONTARSI: IL MAESTRO ANDREA BOCELLI

Il direttore Luca Telese lo ha fatto per tutti noi.

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Luca Telese
C’È UNA SOLA VOCE ALLA QUALE PUOI CHIEDERE DI RACCONTARSI: IL MAESTRO ANDREA BOCELLI

Il direttore Luca Telese lo ha fatto per tutti noi.

(Sospira). “Se un violino Stradivari si rompe, puoi sempre sperare di comprarne uno nuovo. Ma la voce è una, e se la guasti, non potrai mai acquistarne un’altra”.

Andrea Bocelli, il tenore italiano più noto nel mondo, a cavallo tra musica classica e pop. Andrea nasce a Lajatico (in provincia di Pisa) da una famiglia di orgogliose Origini contadine. inizia a lavorare in uno studio legale, poi – nel 1993 – grazie al successo incredibile del “Miserere” (in cui i accompagna Zucchero), vede davanti a sé spalancarsi una carriera da star di fama mondiale. Ha pubblicato sedici album, cantato con le star più note del pianeta, ma nulla di questo successo lo ha cambiato: sobrio, discreto, elegante. Come in questa breve ma interessante intervista.

Andrea Bocelli

Di solito - con il senso comune dei profani - si pensa che gli strumenti siano fragili e che la voce sia eterna.

Invece la voce va protetta e va anche… aiutata.

Aiutata?

Così ammoniva Franco Corelli, meraviglioso cantante e mio indimenticato maestro. E questo non vale solo per i professionisti.

Che cosa intende esattamente?

Per modulare la voce servono rigore, controllo, perseveranza.

Detto così sembrano quasi le consegne di una caserma.  

Quella del canto è una disciplina.

Quando lo ha capito? 

Tardi. Da ragazzo, non avrei mai immaginato che il mio impegno sarebbe stata del tutto simile a quello che un atleta deve seguire, per ottenere dei risultati.

Cantare come correre una maratona? 

Quando ho iniziato la mia carriera, la mia gioventù suppliva alla mia parziale inesperienza.

Ad esempio? 

Negli anni ’90 cantavo senza percepire alcuna fatica.

Meraviglioso. 

Con il senno di poi, invece, ho cambiato idea: oggi penso che la mia tecnica fosse costruita su un equivoco di fondo, benché corredato di una sua apparente logicità.

In che senso? 

L’impressione che si ha è che più si vuol cantare forte, più sia necessario spingere. Mentre è vero il contrario.

Ovvero? 

Questa è una china che in effetti io ho percorso. Poi, per fortuna, ho capito dove stavo sbagliando, ho cambiato strada, soprattutto grazie ai consigli di Luciano Pavarotti.

E cosa le diceva il Maestro? 

Mi ha trasmesso il suo mantra. Se negli ultimi anni ho acquisito una sempre maggiore facilità nel registro che di solito è considerato il più pericoloso, quello acuto, probabilmente lo devo a una sul chiodo fisso.

Quale era il mantra? 

Poche parole, ma ripetute e ripetute di continuo, sulla necessità di non forzare… Parole che ho introiettato e alla fine, ritengo, compreso.

E lei - a sua volta - cosa consiglierebbe oggi a un giovane, per sviluppare il suo talento?

Il successo è la somma di una serie di variabili imperscrutabili e, come sovente ho avuto occasione di rimarcare, la notorietà di per sé non è un valore…

Lei non ha mai amato le pose da divo.

La fama è piacevole, è lusinghiera, ma in sé non porta a nulla, non costituisce una qualità. Tanto è vero che ci sono mille maniere per essere persone di grande valore pur non essendo affatto famose.

Però, senza fama, il talento non viene riconosciuto...

È comunque lecito e comprensibile aspirare al successo e per far ciò sono necessarie dedizione, disciplina, perseveranza, caparbietà.

È cambiato qualcosa oggi rispetto ai tempi della sua gavetta? Come si diventa una voce?

Penso che sia sempre stato difficile emergere e sempre lo sarà. Credo che occorra armarsi di buona volontà e spirito di sacrificio, perché senza di quello non si va da nessuna parte.

E la cosa più difficile, quando si arriva al livello più alto qual è? 

È necessario continuare a coltivare il talento e sperare che nel nostro destino ci sia quella opportunità in grado di fare scoprire agli altri il servizio che si può prestare alla società con la propria arte.

È più difficile veder riconosciuto il proprio talento o mantenere il proprio successo dopo averlo raggiunto? 

Vale la pena ricordare che l’ambizione al successo si può acquisire, mentre il talento è un dono e non si impara. In caso lo si possieda, per tentare di raggiungere il successo, il talento deve essere corroborato da tanti altri ingredienti: ambizione, umiltà, determinazione, e – come ricordavo, ma non è mai abbastanza – una grande senso del sacrificio.

Quando è che una voce si può dire “arrivata”? 

Mai. Il percorso d’apprendimento del canto lirico è indubitabilmente spinoso, perché fatto anche di tante rinunce. Nulla è acquisito per sempre. Ma di questi sacrifici ne vale la pena, perché portano verso quello che  io definisco ‘il paradiso della musica’.

Lei ha creato il Teatro del Silenzio che è sicuramente il teatro tra i più sostenibili al mondo, Stradenuove è rivista indipendente che rappresenta la sostenibilità come economica, umana e sociale: ha di suggerimenti da dare in questo campo?

Temo di essere l’ultimo a poter elargire suggerimenti in proposito. Posso giusto riflettere, sommessamente, sul fatto che ogni voce, proprio come ogni calligrafia, descrive chi sei e il bagaglio del tuo vissuto.

In una voce si intuisce una vita? 

Ne sono convinto. Per cantare bene, per essere una voce convincente, è fondamentale nutrire le proprie passioni ed appassionarsi a vivere. Se si vuole emozionare chi ci ascolta, bisogna avere qualcosa da raccontare e soprattutto dei valori forti da comunicare e condividere.

Quindi Bocelli crede ai valori della sostenibilità?

Anche in merito al concetto di sostenibilità, declinata in ambito sociale, umano, economico, valgono a mio avviso quei valori universali che personalmente rintraccio nella forza rivoluzionaria di quanto espresso nel cuore della sapienza, il Vangelo.

È già tutto già nel Vangelo? 

Certo. Basta pensare a concetti come “Ama il prossimo tuo come te stesso” e “Non fare agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a te”.