NOLAND, AIUTARE A VIVERE IN TERRA DI NESSUNO

Un’associazione onlus che opera per dare risposte alle tematiche più urgenti di una vasta zona del continente africano. Le loro priorità? Salute, istruzione e formazione.

SALUTE
Tempo di lettura:10 Minuti
Beatrice Curci
NOLAND, AIUTARE A VIVERE IN TERRA DI NESSUNO

Un’associazione onlus che opera per dare risposte alle tematiche più urgenti di una vasta zona del continente africano. Le loro priorità? Salute, istruzione e formazione.

Una folta barba, un fisico imponente, un sorriso aperto e cordiale. I suoi occhi hanno però la capacità di scrutarti così a fondo che potrebbero farti i raggi x, ma non mettono a disagio: quello sguardo dritto e sicuro sembra più voler capire se è il caso di fidarsi. La cosa che però mi colpisce subito sono le mani: il bene più prezioso di un chirurgo. Le sue sono mani grandi, tanto. Che mi chiedo subito come farà a lavorare di precisione per sistemare i guai di tanti malati… poi però pensi che per aver scelto un lavoro così delicato dentro quelle mani ci deve essere per forza attenzione, tanta pratica e perché no anche un bel po’ di talento.
Lui è il dottor Maurizio di Giacomo, chirurgo generale e vascolare. È un affermato medico romano con una vita che lui stesso definisce “ricca e piena di soddisfazioni”. È anche un rugbista di lungo corso e per lui il “terzo tempo” è il valore che guida la vita, perché significa lavorare in e per il gruppo fidandosi gli uni degli altri.

“Credo di aver avuto tanto dalla vita, anche se non mi è stato regalato niente – ci racconta – ma ho sempre pensato di essere un uomo fortunato. Faccio un lavoro che mi piace, ho una bella famiglia e amici cari con cui condivido gioie e dolori. Ma nel pieno della mia maturità lavorativa ho sentito l’esigenza di donare agli altri almeno un po’ di quanto io avevo ricevuto”. Poi sorride e dice con franchezza: “Fare il medico non è una missione, come molti possono pensare o credere, è però un lavoro splendido che ti permette spesso di salvare la vita a un altro essere umano. Un lavoro che ha bisogno di passione e sacrificio, ma che gratifica anche quando ti capita di pensare: “ma chi me l’ha fatto fare”.

Nel 2016, insieme al fratello Stefano, fondatore di una delle più grandi e importanti aziende italiane di ingegneria e progettazione, hanno deciso di fondare NoLand: un’associazione no profit per poter dare alle persone meno fortunate la possibilità di una vita almeno degna di essere definita tale. Da allora il loro raggio di azione è nel Togo. Vanno lì periodicamente, mettendo da parte gli impegni e le incombenze di qui, per dare ognuno il proprio contributo di esperienza e competenza. Insieme a loro di volta in volta si formano equipe di medici per rispondere alle diverse esigenze a cui bisogna ottemperare. Nel campo sanitario l’Associazione si occupa principalmente di reperire fondi per apparecchiature mediche; di missioni con personale sanitario formato da equipe medico-chirurgiche ultra specializzate per operare sul territorio e di attività formative rivolte al personale sanitario locale.
Nel campo dell’istruzione ha progettato l’ampliamento della scuola esistente di Lomè e la ricostruzione di alcune strade per facilitare l’accesso alla scuola. E poi mettono a disposizione competenze, know how per aiutare chi vive giornalmente le tante problematiche di quei luoghi.

Per sostenere NoLAnd il codice IBAN è: IT12C0200805164000105031422 – Unicredit

Perché l’Africa?

L’Africa è un luogo fisico ma anche mentale, molto mentale. L’Africa è terra rossa, manghi, stradacce, tramonti spettacolari, case e capanne. Ma l’Africa è soprattutto volti, sorrisi, speranze, cordialità. E il Togo è Africa pura con poche contraddizioni e molte conferme. Non serve guardare i bambini: troppo facile! I bambini sono tali e belli ovunque, ma basta parlare con una persona a caso per capire in che meraviglia di posto si sia finiti. E poi comunque l’Africa è uno dei continenti più dilaniati dalla mano sfruttatrice dell’uomo.

In che tipo di struttura operate quando siete lì?

Lavoriamo all’interno dell’ospedale Saint Jean de Dieu Fatebenefratelli di Afagnan. È il più grande del Paese sebbene si trovi a 80 km da Lomé, la capitale, e 80 km in Togo vogliono dire più di due ore e mezza di viaggio. Perché la strada costiera, che si estende lungo tutto il golfo di Guinea da nord a sud e da ovest ad est, è buona ma costituisce meno della metà del tragitto. Mentre il resto del percorso è una strada totalmente dissestata e con tratti di asfalto andato in malora. Lì troviamo sempre ad accoglierci la primaria chirurga: suor Simona che è nata a Monza (pensando alla famosa monaca di manzoniana memoria non riesco a trattenere una fragorosa risata, ndr). In Italia una scelta simile sarebbe impensabile… e immagino comprenda il perché.
Suor Simona è una donna imponente, dal carattere apparentemente freddo e anaffettivo, capace invece di grandi slanci di tenerezza, di una simpatia dirompente e di un’umanità che raramente ho visto in ambiente sanitario o anche altrove. Ma è soprattutto una professionista eccellente: per lei la chirurgia generale, quella pediatrica, per non parlare dell’urologia non hanno segreti. Eppure quando arriviamo noi lei è felice perché ci occupiamo della chirurgia in genere e così finalmente si può dedicare a smaltire le liste d’attesa dell’urologia, la sua specialità, che sono davvero imponenti. C’è un lavoro immane da fare…

Di cosa vi occupate nello specifico?

Copriamo molte branche mediche: dall’oculistica alla pediatria, dalla cardiologia alla nefrologia e molto altro. All’ospedale di Afagnan arriva gente da tutto il Togo ma anche dai paesi confinanti, in particolare dal Benin, Burkina Faso e Nigeria e quindi la mole di lavoro è davvero notevole. Per non parlare delle difficoltà legate alla lingua, ci troviamo alle prese con una vera e propria babele. La lingua ufficiale del Togo è il francese, ma nelle famiglie si parlano più di 20 dialetti e molte persone sono semi-analfabete e quindi si esprimono solo in dialetto. Provi ad immaginare cosa significa interloquire con un paziente, visitarlo, fargli domande… E allora ci si deve rivolgere all’infermiera o a qualcuno che conosce e comprende quel dialetto o a qualcun altro per comunicare e cercare di comprendersi. Se poi consideriamo che nigeriani e ghanesi parlano inglese può farsi un’idea del perché “Babele” è proprio il termine adatto. Ma non ha importanza, sono tutte difficoltà superabili: siamo lì per curare, per cercare di restituire salute.

In che condizioni si lavora in quei posti?

Non è certo difficile intuire che non è come lavorare in una nostra sala operatoria, anche se cerchiamo di mettere a disposizione il meglio di quello che possiamo. Portiamo materiale e apparecchiature sanitarie, farmaci e molto altro. Ci proviamo e ci riusciamo, non sempre come vorremmo, anche perché come tutte le attività benefiche cerchiamo di raccogliere più fondi possibili tra amici, conoscenti o anche sconosciuti benefattori. E un po’ in questo anche i social aiutano. C’è sempre bisogno di molte cose laggiù…

Quante storie a lieto fine potrebbe raccontarci…

Anche se fosse una sola mi creda varrebbe la pena il viaggio, ma per fortuna ce ne sono tante. Alcune però ti rimangono negli occhi, nel cuore e nella mente… Una mattina Suor Simona mi dice che c’è una bambina da visitare, nella stanza entrano una donna magrissima per lo più malnutrita con un bimbo in braccio e una bambina con un velo sul viso che le copre la parte sinistra. Suor Simona mi racconta che la piccola Isabelle, 10 anni, è già stata sottoposta ad asportazione del bulbo oculare per un retinoblastoma: un tumore infantile che nella maggior parte dei casi ha una prognosi infausta e ora ha una recidiva. Ho ben chiara la gravità della situazione e comunico alla mamma che Isabelle purtroppo dovrà essere rioperata per provare a salvarla. Madre e figlia scoppiano a piangere, comprendo la reazione ma quel pianto è troppo straziante, chiedo all’interprete quindi di cercare di capire e lui mi dice che oltre all’angoscia per un ulteriore intervento hanno gravi difficoltà economiche e non possono permettersi di pagare il ricovero. Sì, perché in Togo, come nella maggior parte dei Paesi del terzo mondo, il welfare è un miraggio e i cittadini devono accollarsi in proprio i costi di sanità, istruzione e tutte le altre garanzie sociali alle quali noi siamo abituati da sempre e che purtroppo diamo per scontate.

Non ci penso neanche un attimo e decido che tutte le spese saranno a mio carico, oltre ovviamente ad eseguire l’intervento con i miei colleghi. Così le rassicuro. Consapevole del fatto che purtroppo non potrà mai essere sottoposta a chemio o radioterapia perché sono indisponibili e troppo costose. Quindi operiamo e siamo soddisfatti: il risultato dell’intervento è eccellente. Ma poi, come troppo spesso accade da queste parti, la piccola è uscita dai nostri “radar” e non ne abbiamo più avuto notizie. Ma dentro di me so che sta bene. Le apro una piccola parentesi: quando ho visto la grandezza e le pessime caratteristiche della lesione ero molto preoccupato di non riuscire… poi però la gratitudine della mamma e di Isabelle tutta racchiusa in un abbraccio mi ha dato la giusta forza. D’altronde mi sono detto devo fare solo il mio lavoro. Un paio di giorni prima dell’intervento la mamma di Isabelle insieme al fratellino mi chiedono di fare una foto insieme, mentre ci mettiamo in posa sento una vocina allegra gridare: è Isabelle che tenendosi il velo vuole farsi la foto con noi. Ride gioiosa, nonostante tutto. Beh in quel momento la mia “crosta” professionale si è crepata e ho provato una pena infinita per quella scena di normalità nella tragedia, per quella bambina in qualche modo condannata e che comunque non aveva perso la sua fanciullezza anche a fronte di sofferenze indicibili. E questa è solo una delle tante emozioni che si possono provare in quel posto.

Immagino non ci siano solo dolore e sofferenza…

Certo che no. Non appena finiamo di operare andiamo dall’altra parte della strada dell’ospedale e ci sediamo – chiamiamolo per convenzione “bar” – e andiamo a rilassarci bevendo una birra o una coca nonostante il gran caldo. È un momento catartico che ci scarica della fatica di una lunghissima giornata di sala operatoria e miserie varie tra le quali la malattia. Che è davvero la peggiore. Sebbene non si smetta mai di scambiarsi battute, farsi scherzi e ridere anche mentre stiamo lavorando. Mi permetta di ringraziare tutti i miei compagni di “sventura”, con cui condivido la fatica, ma che mi rendono le cose facili facili. Li ringrazio per le prese in giro, gli scherzi affettuosi seppure caustici, per i loro “c’ho caldo” come se fosse una novità, e per un’infinità di altre cose. Ma soprattutto per esserci sempre ogni volta che c’è bisogno di mettere da parte l’io in favore del noi, con grande professionalità e un’immensa umanità. Infradito comprese ai piedi, che sono le scarpe più gettonate accostate a volte ad un abbigliamento per lo più di fortuna.

Mi accingo a salutarlo ma lui aggiunge…

“Sa il Covid ci ha costretto a una forzata lontananza, ma a gennaio prossimo saremo di nuovo lì. E la magia si ripeterà. Nonostante il caldo, il Malarone (farmaco antimalarico), le difficoltà, la fatica. Che sono niente rispetto a quanto ti riporti dentro e indietro”.
Mi saluta così. Lo ringrazio, fa come per stringermi la mano ma si ritrae, si trattiene. Si scusa e mi dice, capisce… il Covid. Ma un giorno torneremo a scambiarci vigorose strette di mano e abbracci. A patto che per tutti però, a partire dai vaccini, ci siano le stesse opportunità. E non solo di salute.