NON VESTIAMOCI FAST FASHION

La politica e le aziende in allarme per gli inquinanti contenuti nelle fibre tessili. Insieme sperimentano forme per il recupero, il riciclo e l’economia circolare.

AMBIENTE
Maria Grazia Ardito
NON VESTIAMOCI FAST FASHION

La politica e le aziende in allarme per gli inquinanti contenuti nelle fibre tessili. Insieme sperimentano forme per il recupero, il riciclo e l’economia circolare.

Ebbene si! La nostra voglia di cambiare continuamente abbigliamento, l’abitudine di riempire gli armadi con vestiti che useremo poco, magari una sola volta per poi sostituirli in tempi brevi, sta creando gravi problemi alla sostenibilità del nostro pianeta. La cosiddetta Fast fashion, la moda usa e getta, sta diventando un problema reale.  La lettura di qualche dato ci dice che la produzione mondiale dagli anni 2000 ad oggi è raddoppiata e che un  europeo compra in media 26 chili di vestiti (37 chili gli statunitensi) ogni anno e ne butta via 11 chili.

È questa una tendenza, quella a un consumo usa e getta che sembra aggravarsi, al punto che non si parla più di Fast Fashion ma di Ultra Fast Fashion. È il caso della piattaforma cinese di e-commerce Shein – la app più scaricata negli Usa, con numeri superiori ad  Amazon – che ogni giorno inserisce nella sua vetrina on line 1.000 nuovi capi di abbigliamento, seguendo le tendenze emerse dai social. Se la durata stimata da Shein per i propri capi è un anno, i consumatori in realtà li scartano molto prima.  Spesso, addirittura, dopo un solo utilizzo, perché si ritiene più conveniente comprare un capo nuovo anziché occuparsi della cura del vecchio.

Se consideriamo che ad oggi solo l’1% degli scarti tessili diventa nuovo tessuto e il resto è tutto rifiuti, cominciamo ad avere anche individualmente la consapevolezza che il problema è di un certo rilievo. La Fast fashion, quindi, se  a prima vista può sembrare positiva per l’eleganza e l’economia, perché  numeri e  approccio hanno reso l’industria della moda tra le più floride, è vero anche che questa produzione è tra le più impattanti al mondo in termini di emissioni di CO2, di consumi energetici, di inquinamento ambientale e di consumo di risorse. Infatti l’industria tessile è al terzo posto per utilizzo di acqua e suolo, al quinto per uso di materie prime ed emissioni di gas serra. Inoltre la  fast fashion ha una forte componente di poliestere, fibra sintetica la cui caratteristica è data da  un’estrema resistenza e vestibilità e, oggi, occupa il 62% del mercato mondiale del settore.

Il poliestere ha da decenni superato l’uso del cotone ma è pur sempre una fibra ricavata dal petrolio, che deve quindi essere smaltita correttamente  per evitare enormi problemi ambientali. Dispersa in ambiente naturale si scompone in microfibre, microparticelle di plastica che distruggono gli habitat, avvelenano gli oceani e sono mangiate dai pesci.

L’ accrescimento del fenomeno e della produzione ha deciso l’intervento dell’Unione Europea,  soprattutto a fronte  delle stime previsionali che danno il consumo di abbigliamento in aumento del 60% circa  entro il 2030. L’approccio della Commissione europea, quindi, per una moda più sostenibile e di qualità si ritrova nell’ EU Strategy for Sustainable and Circular Textiles.

La chiave della strategia  ha come obiettivo di migliorare le prestazioni dei tessili in termini di durata, renderli riutilizzabili,  produrli riparabili e riciclabili da fibra a fibra, aumentare il contenuto di fibre riciclate, ridurre al minimo la presenza di sostanze pericolose , contenere gli impatti negativi su clima e ambiente. I tessuti, inoltre saranno muniti di una sorta di passaporto digitale contenente queste informazioni, in attesa di nuove e più avanzate tecnologie per il riciclaggio avanzato. Ma il problema non è affrontato solo dalla politica, lo stesso stanno facendo delle grandi aziende e alcune realtà produttive che hanno applicato tecnologie innovative volte a modificare il modello di produzione passando a un approccio di economia circolare.

E’ il caso di NexChem che ha appena messo a punto una tecnologia in grado di riciclare chimicamente il Pet e il Poliestere contenuto nei tessuti. L’impianto dimostrativo, unico in Italia, tra i pochi in Europa, si trova a Chieti, è cofinanziato dall’Europa con il programma Horizon 2020. Il processo di riciclo mesdo in atto dalla NexChem permette di avere un prodotto di qualità dalle caratteristiche simili alla materia originale, ma soprattutto il riciclo può essere ripetuto molte volte, consentendo una reazione di scissione del poliestere nei suoi componenti base purificati e riciclati. Può essere quindi l’avvio di una circolarità della materia anche nel settore tessile. Forse siamo sulla strada giusta per “agghindarci a piacere” indossare spesso vestiti nuovi, senza sentire sulle spalle la responsabilità di uccidere il pianeta.