OCEANI, ULTIMA FRONTIERA

Un viaggio fotografico nel profondo dei mari per riflettere su surriscaldamento globale, overfishing, mutamento dell’habitat marino.

APPROFONDIMENTO
Francesca Franceschi
OCEANI, ULTIMA FRONTIERA

Un viaggio fotografico nel profondo dei mari per riflettere su surriscaldamento globale, overfishing, mutamento dell’habitat marino.

Oceani, ultima frontiera”. È il titolo della mostra – adesso in esposizione e visitabile fino al prossimo 4 settembre – allestita a Pisa all’interno di Palazzo Blu . Per il ciclo Explore e realizzata in collaborazione con il National Geographic, “Oceani, ultima frontiera” è curata da Marco Cattaneo con il contributo della Fondazione Pisa ed il patrocinio della Regione Toscana e del Comune di Pisa. Un tema quanto mai attuale capace di abbracciare e scatenare urgenti riflessioni dal momento che va a coinvolgere anche aspetti delicati quali il surriscaldamento globale, l’overfishing e l’emergenza che sta vivendo il nostro pianeta.

Le profondità oceaniche ed il fondo marino del resto sono rimasti in gran parte sconosciuti fino ai tempi recenti e sono, come lo spazio, una frontiera che ancora deve essere esplorata.  Ecco che le straordinarie fotografie del National Geographic consentono di esplorare una frontiera, forse l’ultima ancora esistente sul nostro pianeta, e le profondità marine portandoci a stretto contatto con le straordinarie creature che le abitano. Un vero e proprio viaggio capace di mostrare ai visitatori l’infinita varietà delle forme di vita che il mare ospita, dal plancton ai più grandi mammiferi esistenti, e le risorse che fornisce.

Eppure, degli oceani conosciamo ancora troppo poco. Li abbiamo solcati in lungo e in largo, nell’epoca della navigazione, ma le loro profondità ci nascondono ancora molti segreti. Oceani, ultima frontiera è una mostra fotografica dedicata all’esplorazione dei mari, dai pionieri come Jacques-Yves Cousteau e Sylvia Earle, storica explorer di National Geographic e tra le prime donne a dedicarsi all’oceanografia, fino alle imprese più moderne, come il ritrovamento del Titanic.

Durante questa visita incontreremo le specie più affascinanti degli abissi, dai giganteschi mammiferi marini ai predatori più feroci, ma anche tappeti di alghe dove i pesci vanno a riprodursi e a nutrirsi, e le distese colorate delle barriere coralline. Da qualche decennio a questa parte, tuttavia, anche gli oceani stanno soffrendo per l’impatto delle attività umane. Alcune sale sono proprio dedicate a tre delle principali criticità del mondo marino: il cambiamento climatico, il riscaldamento delle acque e il mutamento dell’acidità, aspetti che stanno mettendo a rischio non solo la fauna marina. Poi c’è il triste fenomeno dell’overfishing che negli ultimi decenni ha messo in pericolo alcune delle specie più importanti degli ecosistemi marini, come per esempio il tonno rosso, e ha fatto registrare una diminuzione perfino del 75% delle popolazioni ittiche. Infine, lei, la plastica. L’ultima minaccia che, a tutte le latitudini, è una deriva per la fauna, dalle tartarughe agli uccelli marini, e la flora marina.

Tanti gli aspetti di riflessione che, grazie a immediate ed esplicite fotografie, tradurranno visivamente le principali odierne minacce di Madre Terra.  Non mancano certamente i messaggi di speranza che arrivano dalle immagini satellitari e che permettono di monitorare la salute degli oceani. Non si può abbandonare la mostra prima di aver dato un’occhiata al progetto “Pristine Seas” di National Geographic che sta dando un contributo decisivo al monitoraggio delle aree più incontaminate del pianeta, stimolando i governi a proteggerle e contribuendo concretamente con le sue missioni alla campagna 30X30, che mira a proteggere il 30% della superficie degli oceani entro il 2030. Ultima tappa obbligatoria deve necessariamente essere la mostra “Connessioni” che guiderà i visitatori alla scoperta del Mar Mediterraneo e di chi lo attraversa per cercare la salvezza.

Una riflessione, dunque, a 360° tenendo sempre ben presente che il mare non è una sorgente inesauribile di risorse e che il suo equilibrio è alterato dallo sfruttamento eccessivo, come lo è la sua fondamentale funzione nella regolazione del clima, anch’essa minacciata dal riscaldamento globale che tutti noi provochiamo.