ORTI URBANI, DA AGRICOLTURA DI NECESSITÁ A ESPERIMENTO SOCIALE

Un fenomeno che prende sempre più piede. Sono gli spazi verdi più o meno grandi di proprietà comunale la cui gestione e coltivazione è affidata per un periodo di tempo definito ai cittadini.

AMBIENTE
Valentino De Luca
ORTI URBANI, DA AGRICOLTURA DI NECESSITÁ A ESPERIMENTO SOCIALE

Un fenomeno che prende sempre più piede. Sono gli spazi verdi più o meno grandi di proprietà comunale la cui gestione e coltivazione è affidata per un periodo di tempo definito ai cittadini.

Mezzo di sostentamento per la classe operaia che per prima sperimentava i ritmi brutali dell’industrializzazione e l’inurbamento forzato, simbolo di amor patrio per nazioni stremate dalle durezze imposte dalla guerra, esperimento di nuova socialità e infine risposta in chiave “healthy” e sostenibile per coltivatori non professionisti ai meccanismi imposti dalla Grande Distribuzione Organizzata, i supermercati dove spesso andiamo a fare la spesa.

Gli orti urbani ciclicamente tornano a far parlare di loro, con i cittadini armati di buona volontà e qualche attrezzo del mestiere, che iniziano a coltivare spazi verdi incolti assegnati dai Comuni per la produzione di fiori, frutta e verdura che verranno poi distribuiti agli assegnatari. Negli ultimi anni si è assistito ad un vero e proprio boom di richieste e diversi comuni, anche grandi realtà urbane come Roma e Milano, hanno dovuto portare nelle proprie aule consiliari le richieste di quella parte di cittadinanza attiva che desidera un’alternativa a km 0 rispetto ai soliti prodotti da supermercato.

Ma questo rinnovato interesse verso l’agricoltura sostenibile ed un’attenzione alla filiera corta è specchio di una moda passeggera o risponde a domande precise che la scienza e l’etica ci pongono in maniera non più eludibile?

Il dubbio era sorto con la notizia dell’orto piantato da Michelle Obama alla Casa Bianca.
In quell’occasione non mancarono i detrattori che, accusando l’ex first lady di ricerca di visibilità, bollarono tutta l’operazione come velleità radical chic priva di qualsiasi fondamento.
Ma sbagliavano.
Con il costante aumento della popolazione mondiale e il forzato inurbamento di grandi masse di persone, le
multinazionali del food hanno imposto negli ultimi decenni la loro visione del Mercato alimentare, colpendo la biodiversità, aumentando a dismisura i terreni destinati alle monoculture, facendo largo impiego di pesticidi e anticrittogamici, allungando la filiera a dismisura affinché avessimo a disposizione sulle nostre tavole frutta e verdura a volontà indipendentemente dal periodo dell’anno.

“Gli orti urbani sono nati perché gli abitanti della città hanno iniziato a sospettare che dietro i cicli di produzione alimentare vi fosse qualcosa da approfondire: la qualità dei cibi offerti nei circuiti commerciali, e la provenienza, ad esempio. Gli orti urbani sono un elemento di consapevolezza del cittadino che parte dalla propria salute” – così il paesaggista e storico Franco Panzini in una recente intervista per presentare il suo libro “Coltivare la città – storia sociale degli Orti Urbani nel XX secolo”.

Ma oltre alle esigenze pratiche legate a scelte di vita consapevoli, quello degli orti urbani si conferma un fenomeno di socialità ed aggregazione, capace di cementare i rapporti all’interno del proprio quartiere verso la creazione di vere e proprie comunità.
Non è raro trovare esempi di orti urbani declinati verso il reinserimento e la socialità dei soggetti maggiormente sensibili oppure al fine di
creare una nuova consapevolezza nelle fasce più giovani di popolazione attraverso gli orti didattici che spingono i ragazzi verso la conoscenza dell’ambiente e l’attività fisica all’aperto.

In epoca di Covid poi non è secondario anche l’apporto economico dato dal modello degli orti urbani, i quali in un primo momento durante il lockdown del 2020 erano stati esclusi tra le eccezioni per poter uscire di casa, rischiando così di vanificare mesi e mesi di lavoro da parte dei volontari.
In seguito alle proteste, anche il legislatore si è ravveduto ed ha consentito ai diretti interessati di continuare la cura verso il proprio orto. Come certificato anche da SustUrbanFood, progetto finanziato dall’Unione Europea, bastano infatti tra i 10 e i 20 mq di terreno per produrre verdura sufficiente al sostentamento di una persona per un anno intero.

Coltivare un orto urbano vuol dire dunque riappropriarsi della propria città, sentirsi parte di una comunità, sposare una concezione etica e sostenibile dell’alimentazione, avere a cuore l’ambiente in cui si vive con un occhio al portafoglio. In un periodo storico in cui, a causa della pandemia, ci siamo ritrovati isolati, smarriti e bombardati di inviti a rifornirci presso il supermercato a noi più vicino, riscoprire l’alternativa possibile verso un’esistenza collettiva e consapevole è anche un modo per tirare fuori il meglio dal peggio che abbiamo vissuto.