PECORARO SCANIO: “TRANSIZIONE ECOLOGICA INUTILE SENZA TUTELA TERRITORIO E MARI”

I cambiamenti climatici devono diventare tema prioritario della politica. Un confronto con il presidente della Fondazione Univerde

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Alessio Ramaccioni
PECORARO SCANIO: “TRANSIZIONE ECOLOGICA INUTILE SENZA TUTELA TERRITORIO E MARI”

I cambiamenti climatici devono diventare tema prioritario della politica. Un confronto con il presidente della Fondazione Univerde

Avvocato, ex ministro dell’Ambiente, poi delle politiche agricole e forestali, presidente della Fondazione Univerde, Alfonso Pecoraro Scanio ha dedicato buona parte della sua vita all’ecologia e alla tutela dell’ambiente. In una fase storica in cui i cambiamenti climatici stanno diventando tema emergenziale, e d’altra parte a breve sarà possibile investire tanto in “transizione ecologica”, abbiamo voluto chiedergli una sua valutazione in merito.

In una fase storica caratterizzata da una sempre più evidente emergenza ambientale. Lei, nel corso della sua vita e della sua attività politico-istituzionale, si è occupato per lungo tempo di ambiente e sostenibilità con il partito dei Verdi. Quanto manca oggi, nello scenario politico italiano, un soggetto che ponga al centro della sua agenda l'ecologia?

“Ogni epoca ha i suoi momenti. Fondammo i Verdi all’inizio degli anni ’80, in un momento in cui era necessario diffondere alcuni messaggi: non solo quello relativo al cambiamento climatico, ma anche la consapevolezza del limite dello sviluppo. Bisognava iniziare a far capire che non esiste uno sviluppo illimitato e mettere in evidenza la qualità del nostro rapporto con la natura, con il territorio. Oggi non serve rifondare o rimettere in moto i partiti verdi del passato”.

“Oggi serve un grande partito mondiale del clima. La priorità non è solo quella di essere ecologisti: oggi abbiamo vinto la nostra battaglia nell’aver diffuso una cultura per cui tutti pensano che le auto elettriche siano il futuro, che sia necessario ricorrere il prima possibile alle rinnovabili… La prima fase della nostra battaglia culturale è vinta: oggi bisogna fare di più. Serve un soggetto che parli di un nuovo modello economico, sociale ed anche culturale. Oggi serve una rete mondiale che faccia capire che il cambiamento climatico rischia di essere catastrofico; ed effettivamente, rispetto alle previsioni che si facevano tra il 2007 ed il 2008, quando ero ministro – penso alla conferenza di Nairobi, in cui per la prima volta si certificava la causa antropica e quindi umana del surriscaldamento del pianeta – la situazione è peggiore. Il Canada con temperature a 50 gradi e decine di morti, la Germania colpita da un’alluvione a luglio, in un periodo assolutamente insolito. Che mi ha ricordato quello che avvenne lo scorso anno a Palermo. Il clima è già cambiato, e quindi noi da una parte dobbiamo adattarci ai cambiamenti, cambiando abitudini, regole e leggi; dall’altra, dobbiamo abbandonare definitivamente i combustibili fossili e non entro il 2050. Già nel 2030 dobbiamo arrivare ad una inversione sostanziale di tendenza: siamo pieni di accordi in cui si parla di uscire dal combustibile fossile, ma poi di fatto abbiamo visto anche con il Pnrr (Piano Nazionale di Resistenza e Resilienza) e che si cerca di infilare i fossili attraverso i gas o attraverso la proroga di una serie di scadenze”.

Partendo dall'Italia ed allargando lo sguardo all'Europa ed a tutto il mondo, lei ritiene che attualmente l'urgenza di un intervento rapido e risolutivo sia chiara a chi governa? Ad esempio, l'impressione è che l'Unione Europea abbia una consapevolezza più definita del problema rispetto, ad esempio, alla classe dirigente italiana...

“L’Unione Europea sicuramente ha varato negli ultimi anni delle normative molto avanzate. Iniziò proprio quando io ero ministro dell’Ambiente, quando approvò il piano “20-20-20”: fu quello il primo piano strategico che puntava al 2020 con degli obiettivi specifici. Il problema dell’Italia è che noi, in teoria, abbiamo in Parlamento dei partiti attenti al tema ambientale: il Movimento 5 Stelle è un partito fortemente ecologista, come Liberi e Uguali. Il Partito Democratico ha un programma parzialmente ecologista: ci sarebbero dunque degli schieramenti politici che hanno questi obiettivi. Il tema come al solito è trasformare l’enunciazione in determinazioni concrete. Il governo Draghi ha esordito dichiarandosi un governo ambientalista, europeista ed atlantista: però poi il Ministero della Transizione Ecologica già dal nome ha abolito la tutela del territorio e del mare. Questa è una cosa assurda: la transizione ecologica non ha senso se prima non vengono tutelati il territorio ed il mare, i laghi, i fiumi, le montagne”.

“Non si può aspettare che si estingua qualche specie per poi clonarla in laboratorio e considerare quella una transizione ecologica. Al primo posto ci deve essere la tutela e la difesa della migliore tecnologia esistente al mondo, che è quella della natura. Poi c’è la transizione ecologica, che è una fase a cui aggiungo tecnologia. Quindi il primo errore di questo governo è aver trasformato il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare in un ministero esclusivamente dedicato alla transizione ecologica. Che ovviamente si deve fare lo stesso, ma che così appare depotenziata rispetto all’obiettivo. Lo reputo un grande errore. Poi certo è indispensabile puntare sulle rinnovabili, quelle vere. Sull’economia circolare. Sulla mobilità sostenibile. Dobbiamo fare educazione ambientale e transizione culturale. Queste sono le cose da fare. Il governo attuale ha delle enunciazioni molto ambientaliste e delle pratiche molto lontane da quelle enunciazioni”.

Ritiene che, al netto delle posizioni di governi ed istituzioni sovranazionali, e dell'evidente scelta di mettere il più delle volte in primo piano l'economia rispetto alla tutela dell'ambiente, si sia ancora in tempo per evitare la catastrofe ambientale che per molti scienziati ormai è quasi ineluttabile? Pensiamo ad esempio alle politiche energetiche degli Stati Uniti almeno fino a qualche mese fa, o alle potenze industriali emergenti ed in fortissimo sviluppo come Cina, India e Brasile.

“Io penso che alcuni settori dell’economia e della finanza siano più avanzati sul tema rispetto alla politica, che è sempre molto concentrata sulle scadenze elettorali più vicine e dunque esprime visioni a breve termine. Per questo l’unione europea esprime politiche più avanzate sul tema: è meo vincolata alla scadenza, al voto locale, al consenso da confermare di continuo. Al contrario, il mondo economico e finanziario fa piani, progetti e previsioni a venti, trenta anni. Ed il rischio di estinzione del genere umano, paventata da molti scienziati, è certamente il rischio di estinzione dei consumatori, dei cittadini, degli investitori”.

“E dunque per motivazioni meramente economiche, anche se dovrebbero esserci anche quelle etiche, la situazione sta cambiando. Stanno cessando ad esempio gli investimenti sulle centrali a carbone, sul petrolio… c’è da incentivare, paradossalmente, quella parte del mondo economico e finanziario che ha capito che la fine, il collasso del pianeta corrisponde inesorabilmente alla fine di ogni sistema economico e finanziario. Oggi bisogna fare in modo che la politica si svegli, e che sostenga le rinnovabili in maniera intelligente e sostenibile: impianti solari non sui terreni agricoli, eolico non a danno di paesaggi naturali ed artistici, ma ovunque sia possibile solare, eolico ed altre rinnovabili vanno sostenute ed incentivate”.

Se dipendesse da lei, i soldi del Recovery Plan in cosa andrebbero investiti, in tema di sostenibilità ambientale e riconversione?

“Riparto dal concetto di prima: io sono un grande sostenitore della transizione ecologica, l’ho avviata io nel 2007, quando obbligai il ministero dell’Industria a fare il conto energia con cui è partito il solare in Italia. Quella fu una transizione ecologica: prendemmo delle risorse che erano state distolte ed indirizzate in maniera poco chiara verso il fossile, e le destinammo alle rinnovabili. Fu un lavoro fatto in collaborazione con il settore energia del ministero dell’industria: quella era transizione ecologica, ripeto. Che però non può essere avviata a scapito della tutela del territorio: e quindi i soldi del Pnrr andrebbero innanzitutto investiti in diecimila cantieri che mettano in sicurezza le aree del paese colpite da dissesto idrogeologico. I cambiamenti climatici, altrimenti, rischiano di causare centinaia di morti e di fenomeni naturali calamitosi”.

“Questo è un grande investimento, una priorità: mettere in sicurezza il territorio nazionale. Ripopolare gli Appennini, ad esempio, è un altro investimento in questo senso: aiutare le persone che vogliono restare in quelle aree con lo smart working è un intervento a tutela del territorio, e lo si fa digitalizzando seriamente tutta la parte interna del paese. Investimento in base a scelte strategiche. Secondo tema: le città, grandi e medie. Mobilità sostenibile, con investimenti massicci di rinnovamento su tutto il parco-mezzi pubblico. Ognuno deve avere un servizio di trasporti di prossimità a 3/400 metri da casa al massimo. Questo serve”.

Dopo il suo impegno “istituzionale”, oggi si dedica all'ambiente ed alla sostenibilità attraverso la fondazione Univerde, di cui è presidente. Di cosa vi occupate in particolare?

“La Fondazione nasce dopo la fine delle mie attività parlamentari e ministeriali per diffondere la cultura ecologista. Avere la capacità di promuovere “best practices”, fare attivismo civico e formazione per quella che possa essere una classe dirigente del domani. Oltre a questa attività presiedo il comitato scientifico di fondazione Campagna Amica di Coldiretti, ed insegno Turismo Sostenibile all’Università di Milano Bicocca, a TorVergata a Roma ed alla Federico II di Napoli. Questi sono gli ambiti di cui mi occupo.”

“Con la Fondazione Univerde, oltre a produrre studi ed analisi (ogni anno tre report su Turismo Sostenibile, Agricoltura Sostenibile ed Energie Rinnovabili) portiamo avanti delle campagne: quella per salvare l’Isola di Budelli, e ci siamo riusciti, la campagna per far riconoscere l’arte della pizza di Napoli come patrimonio Unesco, anche quella andata a buon fine con due milioni di firme raccolte in cento paesi del mondo. Ora stiamo lavorando al progetto “Opera 2030”, una piattaforma che presto diventerà anche web magazine: l’obiettivo è quello di promuovere un utilizzo etico ed ecologico della rete”.

A proposito di formazione: l'attuale classe dirigente in Italia, secondo lei, è correttamente formata per gestire le emergenze ambientali che stiamo vivendo, e una transizione rapida verso pratiche sostenibili?

“Noi abbiamo grandi problemi: sul fronte della formazione che servirebbe, sul fronte della competenza e su quello dell’esperienza. Una formazione pratica, che manca alla classe dirigente: non solo quella politica, anche in altri settori. E spesso assistiamo a una improvvisazione che preoccupa. D’altra parte, abbiamo tanti giovani che fanno cose eccezionali: ne conosco molti, under 30, che riescono ad utilizzare al meglio le risorse offerte dalle innovazioni disponibili. È necessario quindi intensificare e migliorare la formazione, ma anche e soprattutto monitorare e certificare. Oggi, specialmente nel settore dell’ecologia, all’interno del quale tutti si dichiarano in grado di fare tutto, la differenza è se tu misuri i risultati delle cose che vengono annunciate e se certifichi in modo efficace la qualità delle cose che vengono fatte”.

“Mi auguro che presto, anche rispetto alla classe dirigente, sia possibile avere dei sistemi che permettano di verificare, monitorare e certificare. Un esempio? Una proposta che tra l’altro ho presentato è stata quella di affidare gli appalti pubblici a ditte che consentano a dei droni di monitorare lo stato dei lavori a loro affidate. In modo che la collettività, i cittadini possano verificare il progredire della costruzione di quel ponte, di quel parco… Perché aspettare le inchieste giornalistiche per scoprire che le grandi opere dopo anni sono ferme?”.