PER NEWTON UN’IDEA, UNA GUIDA PER NOI...LA MELA

Un frutto che troviamo in tutto il mondo. Simbolo di amore, di fertilità e di peccato. Il nostro viaggio inizia da Roccasparvera.

TURISMO
Sara Stefanini
PER NEWTON UN’IDEA, UNA GUIDA PER NOI...LA MELA

Un frutto che troviamo in tutto il mondo. Simbolo di amore, di fertilità e di peccato. Il nostro viaggio inizia da Roccasparvera.

La stagione autunnale porta con sé un prezioso dono, la mela, protagonista di proverbi e detti popolari, simbolo di amore, di fertilità e di peccato.

La mela

La sua distribuzione geografica non conosce confini, poiché la ritroviamo praticamente in tutto il mondo, quasi ad essere un simbolo di unione tra i popoli. Ne esistono migliaia di varietà (circa 7000), diverse per colori e sapore, sinonimo di coriacea e intramontabile rinascita, come ben espresso da Lutero e poi ripreso anche da Martin Luther King Anche se sapessi che la fine del mondo è domani, io andrei ancora a piantare un albero di mele”.

Poco importa se in realtà tecnicamente parlando il vero frutto, che racchiude i semi, sia il torsolo e che della mela si consumi, di fatto, il ricettacolo floreale, carnoso e ricco di contenuti nutritivi, perché la mela è sinonimo di benessere e rumore inconfondibile quando la mangiamo cruda, e di conforto e ricordi quando è cotta, poiché la mente va subito alla torta di mele preparata dalla mamma e ai racconti dei nonni che vivevano in campagna, che le cuocevano all’interno del forno dopo aver tolto dalla teglia il pane, per poi adagiarle in assi di legno, pronte per accompagnare i pasti del giorno e a inondare le case del loro profumo.

La mela Sarvai d’la Roca

Il nostro viaggio, quindi, inizia da Roccasparvera, nella Valle Stura in Piemonte, dove si coltiva, in pochissime piante purtroppo, la mela Sarvai d’la Roca, di pezzatura media, dalla forma rotonda e leggermente appiattita ai poli, di colore giallo e con alcune sfumature rosse. Questa mela si presta in modo ottimale alle cotture in forno e per le frittelle, protagoniste delle fiere d’inverno che si tengono in Valle Stura e nel Borgo di San Dalmazio. Roccasparvera, Comune di meno di 800 abitanti, in epoca medievale era probabilmente circondato dalle mura, della cui esistenza resta l’antica porta fortificata in pietra e mattoni, Porta Bourèla.

Percorrendo una stradina in forte pendenza, si giunge nella piazzetta principale di questo paese, le cui case sono arroccate ad un grande masso, sul quale un tempo sorgeva l’antico castello, di cui restano oggi solo pochi ruderi.

Nella piazzetta principale troviamo il Municipio, la Chiesa parrocchiale di S. Antonio, risalente al XV secolo, e una fontana in pietra della metà del Settecento. La chiesa ha un aspetto tardo barocco e la facciata è decorata da affreschi che raffigurano la Madonna Assunta e due nicchie con Sant’Antonio Abate, a cui gli abitanti della zona sono molto devoti, e Santa Maria Maddalena, anch’essa molto amata in Valle Stura.

L’interno è ad aula, con quattro cappelle laterali decorate da altari in stucco e tele di fattura per lo più settecentesca, epoca a cui appartengono anche il grande altar maggiore, il pulpito ligneo e l’organo, opera di Giovanni Battista Bima di Saluzzo (1794). La cucina di queste zone è quella tipica delle località di montagna, ovvero a base di prodotti semplici ma ricca di sapori, come i bodi e aioli (patate con salsa all’aglio), la oula al fourn (zuppa di verdure cotta al forno), le sebos abaouso (cipolle al forno con carne, formaggio, uova e verdure) e l’agnello sambucano, razza tipica della Valle Stura.

La mela Verdone

Proseguiamo il nostro viaggio dirigendoci verso il piacentino, dove ci accompagna la mela Verdone, anch’essa adatta alla cottura, che Ferruccio Zago nel 1909, direttore della Cattedra ambulante di Piacenza e illustre pomologo italiano, sulle colonne de «L’Italia agricola» del 30 gennaio 1909, descrive così “Fra le molte varietà di mele che vengono comunemente coltivate nella provincia di Piacenza, una merita di essere in modo speciale segnalata pei sui pregi di bontà e lunga serbevolezza; la mela cosidetta Verdone”.

Questa mela si presenta di un bellissimo colore verde acceso al momento della raccolta, ha una forma conica, con una polpa soda e bianca.

Durante la conservazione il frutto cambia sia l’aspetto, assumendo note gialle, che al gusto: l’iniziale acidità con sentori di cedro lascia il posto a un gusto più dolce e delicato, trasformandola in tutt’altra mela. Mela tardiva, viene raccolta manualmente a fine ottobre, per essere solitamente consumata cotta, se appena colta, oppure fresca nei mesi invernali.

Già nel 1813 si coltivava nelle colline piacentine, nella parte alta delle vallate del Tidone, dell’Arda, della Nure e della Trebbia, tutte caratterizzate da numerosi castelli e ritrovamenti archeologici. La val Nure è la meta perfetta se si ama il trekking, ma numerosi sono anche altri punti di interesse, come il Castello di Grazzano Visconti, che oltre alle lussuose stanze ospita un bellissimo parco con alberi secolari e il Santuario della Madonna delle Rose a San Damiano, dove leggenda narra che vi sia apparsa la Madonna.

La Val Trebbia fu definita da Hemingway come La valle più bella del mondo ed oltre all’incantevole paesaggio, che tanto incantò lo scrittore, vale la visita ai tanti piccoli borghi che caratterizzano la zona, come Bobbio, dove si trova uno dei centri monastici tra i più importanti in Europa, o Brugnello, minuscolo borgo abitato da sole 11 persone, soprannominato il Gran Canyon dei Colli Piacentini, per la sua vista magnifica.

Come non passare

Come non passare anche dalla Val Tidone, con i suoi paesaggi da cartolina, in cui la fanno da padrone i numerosi vigneti, ma non solo, poiché nella piccola frazione di Pianello Val Tidone troviamo campi di lavanda che in estate tingono di viola le colline. Infine, la Val d’Arda, che non è solo natura e paesaggi, ma anche castelli – considerati i più belli di tutta la provincia – con le sue imponenti torri da cui è possibile dominare l’intera vallata.

In qualsiasi Valle ci troveremo potremo gustare i piatti tipici della zona, come i pisarei e faśö, gnocchetti di farina, pangrattato ed acqua, con fagioli borlotti, con sugo e pancetta piacentina, i tortelli, gli anolini, lo stracotto o la trippa alla piacentina, finendo con la torta spisigona, composta da farina, uova e zucchero.

La sua particolarità è quella di essere creata unendo piccole porzioni di impasto tra loro, da qui il nome spisigä” che in dialetto piacentino significa “pizzicare”.

Queste prime tappe nel nord dell’Italia terminano qui, ci fermiamo un attimo immersi nei verdi paesaggi, gustando una fetta di torta di mele, ricordo delle domeniche passate con la mia nonna Dina.

Alla prossima puntata.