PESTICIDI SILENZIOSI

Pesticidi, agricoltura, ambiente e salute, le proposte del Wwf Italia per evitare di danneggiare ed essere danneggiati.

AMBIENTE
Alessio Mariani
PESTICIDI SILENZIOSI

Pesticidi, agricoltura, ambiente e salute, le proposte del Wwf Italia per evitare di danneggiare ed essere danneggiati.

Pesticidi: una pandemia silenziosa è l’ultimo report, pubblicato da Wwf  Italia, sul tema dei fitofarmaci, attraverso agricoltura, ambiente e salute umana.
L’agricoltura moderna impiega infatti i pesticidi, o fitofarmaci, per liberare i campi da quanto è in grado di rovinare le specie coltivate. Per limitarsi alle tipologie più comuni: gli insetticidi contrastano gli insetti, i fungicidi preservano dai funghi, i diserbanti colpiscono le erbe indesiderate, gli anticrittogamici osteggiano muffe, alghe e batteri.
L’Unione Europea ha approvato circa 450 principi attivi, da miscelare: con gli emulsionanti perché si sciolgano bene nell’acqua, con gli additivi perché mantengano l’efficacia nel tempo, con i coadiuvanti perché penetrino meglio nell’essere da eliminare. Pertanto, le sostanze da produrre, vendere e irrorare si caratterizzano per complessità chimica ed adattabilità a molte esigenze; allettano gli agricoltori e soprattutto l’agroindustria.

Così, se l’Unione Europea va annoverata tra le regioni del mondo che hanno saputo darsi la regolamentazione più approfondita in materia e contenere un incremento d’impiego che a livello globale ha registrato un +50% dal 1990 al 2019; essa è anche riuscita a mantenere le “buone” posizioni già raggiunte in passato. Ad esempio, l’Italia è il sesto paese al mondo, ad impiegare più pesticidi: 114.000 tonnellate annue, suddivise tra oltre 400 sostanze. Una posizione poco invidiabile, sproporzionata rispetto alle dimensioni del territorio.
Meglio scendere qualche gradino? La risposta è affermativa. I pesticidi sono sostanze pericolose. Nella sola Europa, i pesticidi causano 1.600.000 casi di avvelenamento acuto tra gli agricoltori. Mentre nel mondo si verificano circa 11.000 incidenti mortali, soprattutto nei paesi poveri, meno attenti alla sicurezza sul lavoro. Ed in Italia, le patologie correlate ricorrono in maniera statisticamente rilevante tra le cause di mortalità degli agricoltori, donne in particolare.

Tuttavia, il contatto con le sostanze pericolose non avviene esclusivamente nei campi. Le problematiche dell’inquinamento delle acque (anche potabili, con livelli di pesticidi nelle urine conseguenti) e della permanenza nei terreni, sono note. Ma perfino l’atmosfera è contaminata. Al momento dell’irrorazione, il vento può disperdere una grande quantità di prodotto chimico. Alcuni pesticidi utilizzati in Africa settentrionale, volano fino al Nord America e ai Caraibi, legandosi al pulviscolo atmosferico. Mentre, nelle aree rurali dell’Unione Europea, residui di pesticidi si mischiano alla polvere delle camere da letto.
Un altro veicolo fondamentale sono gli alimenti. Nel 2019, l’Efsa (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha pubblicato uno studio rivelatore. Di 90.000 campioni: il 45% conteneva residui, il 2% superava i limiti di legge. Perfino alcune sostanze del tutto proibite non hanno mancato di presentarsi. L’Italia si è distinta per 2500 campioni di origine vegetale: nessun residuo nel 64% dei casi. Un risultato positivo.

Ma, oltre i residui minimi consentiti, è opportuno osservare i fenomeni del bioaccumulo e della biomagnificazione. Gli esseri viventi possono accumulare –  nel proprio corpo –  le sostanze con le quali entrano in contatto alimentandosi, e superare le concentrazioni del cibo.
Un caso esemplare è quello del Clear Lake (California), raccontato da Rachel Carson (1907-1964) nella sua epocale Primavera Silenziosa che il Wwf omaggia nel titolo di questo nuovo report.

Un piccolo insetto, il Chaoborus astictopus, simile alle zanzare ma incapace di pungere, disturbava gli uomini con la sua affollata presenza. Pur nell’euforia chimica del 1949, l’intervento fu preparato con perizia e buona fede: il poco tossico Ddd e diluizioni che non immisero mai più di 0.02ppm (parti di pesticida per milione di parti d’acqua lacustre). Ciò nonostante gli svassi, ammirati per i loro nidi galleggianti e l’abitudine di nuotare, tenendo i piccoli sotto le ali, iniziarono a morire. Il Ddd si concentrava nel grasso degli uccelli per 1600ppm. Allora, furono disposte altre analisi: 5ppm gli organismi del plancton, 40-300ppm i pesci erbivori e così via, risalendo la catena alimentare fino agli uccelli.
A quasi due anni dall’ultimo trattamento, gli studiosi rimasero sconcertati: nessuna contaminazione nell’acqua, 5.3ppm negli organismi planctonici. Il veleno si era trasferito nella vita. Nel 1960, le coppie di svassi erano scese dalle oltre mille di un tempo ad una trentina, nessuna delle quali riuscì a riprodursi con successo.
Poco importa quanto la concentrazione iniziale sia bassa. L’inquinamento delle acque è infido.

Compreso l’inquinamento dei mari. La concentrazione di numerose sostanze nocive nei tessuti dei pesci, allevati o pescati a fini alimentari, rappresenta un problema inquietante, aggravato dall’incognita delle microplastiche.

L’ambiente in cui viviamo è profondamente contaminato. Uno studio promosso dalle Nazioni Unite addebita nove milioni di morti premature ogni anno, all’inquinamento causato da pesticidi, plastica e rifiuti elettronici. Un’indagine del 2016, condotta nel territorio dell’Unione Europea, stima il legame tra i pesticidi della tipologia degli organofosfati (da sola) e i relativi costi sanitari: in 146 miliardi di euro annui.
Eppure, almeno in quest’Epoca Moderna, fare a meno dei pesticidi non pare possibile. Tanto il controllo chimico è intrinseco ai nostri modelli di agricoltura e produzione alimentare. La scelta di permettere residui minimi negli alimenti è obbligata.
Ciò nonostante è saggio iniziare a rivedere il modello alla radice, diminuendo l’impiego complessivo di prodotti fitosanitari; le strategie europee Farm to Fork e Biodiversità 2030 propongono di dimezzare l’uso delle sostanze e coltivare un quarto delle terre secondo i criteri dell’agricoltura biologica, entro il primo trentennio di secolo. Un proposito elevato ma non irrealizzabile.
In Italia oltre 80.000 aziende biologiche si estendono sul 15.8% della superficie agricola, pressoché il doppio della media europea, avvicinando già uno degli obiettivi. Nell’Unione, il fatturato delle produzioni biologiche si approssima ai 45 miliardi di euro.

Il cambiamento complessivo avrebbe comunque grande portata. Condividendo la direzione del ritorno verso abitudini alimentari sane: più verdura, cerali integrali, legumi, frutta e meno carne zuccheri, cibi lavorati e raffinati; nonché di un’agricoltura alleggerita in termini di emissioni climalteranti e amica della biodiversità.
Così, il Wwf Italia raccomanda che la prossima direttiva europea, assieme ai diversi Pan (piano di azione nazionale), dia seguito effettivo e vincolante ai documenti strategici. L’associazione avanza altresì alcune proposte. Queste le principali.

Per la direttiva europea:

  • Valutazione dei Pan nazionali da parte di una commissione formata da esperti indipendenti e rappresentanti delle associazioni di tutela dell’ambiente e della società civile.
  • Divieto di tecniche quali l’irrorazione aerea o a calendario, della concia delle sementi.
  • Evitare i trattamenti fitosanitari in aree troppo vicine a scuole, case, corsi d’acqua.
  • Escludere l’ingegneria genetica delle ricerche sovvenzionabili al fine di ridurre l’uso dei pesticidi.
  • Assicurare il rispetto delle norme sulla sicurezza alimentare umana e dei mangimi.
  • Realizzare strutture che tutelino gli ambienti naturali dalle dispersioni accidentali.
  • Adeguata pubblicità di dati e statistiche, riguardanti l’impiego dei pesticidi.
  • Elaborazione di nuovi indicatori utili a monitorare obiettivi e fattori di rischio, miglioramento di quelli in uso.
  • Non rinnovare l’autorizzazione all’impiego del diserbante Glifosato in scadenza per il dicembre 2022 ed anzi proibire del tutto il diserbo chimico.

Per il Pan italiano:

  • Mantenere il primato del biologico europeo. Con un obiettivo più ambizioso di quello comune, riservando il 40% della superficie agricola all’agricoltura biologica.
  • Limitare l’uso delle sostanze chimiche nelle aree protette e nei siti di rete Natura 2000.
  • Modificare l’Iva dei prodotti biologici per diminuirne il costo e promuovere un consumo sano.
  • Cancellare i sussidi legati all’impiego di prodotti fitosanitari e fertilizzanti chimici.
  • Finanziare un apposito fondo al fine di favorire l’alimentazione biologica per donne incinta e bambini fino a tre anni.

Le proposte sono interessanti. Siano accolte o no, un legame antico rimarrà stretto: tra agricoltura, ambiente, salute umana.