PIERPAOLO SILERI: UN MEDICO PER LA POLITICA SANITARIA DEL DOPO COVID

Il racconto dell’uomo, delle idee e del lavoro di un chirurgo che con la sua azione politica vuole rendere il sistema salute più sostenibile

APPROFONDIMENTO
Luca Telese
PIERPAOLO SILERI: UN MEDICO PER LA POLITICA SANITARIA DEL DOPO COVID

Il racconto dell’uomo, delle idee e del lavoro di un chirurgo che con la sua azione politica vuole rendere il sistema salute più sostenibile

Pierpaolo Sileri, due volte sottosegretario alla Sanità, sia con il governo Conte che con il governo Draghi. Durante la crisi si è ammalato di Covid, è guarito, non si è mai sottratto alle polemiche decisive, ad esempio quella sui tamponi o nel giudizio (impietoso) sulle burocrazie ministeriali. In questa intervista, parlando della prospettiva, traccia le sue direttive per il dopo-Covid.

PIERPAOLO SILERI

Onorevole Sileri, proviamo a immaginare come sarà la sanità del dopovirus?

La Pandemia è stata per noi una grande e terribile sfida, ma anche una grande lezione.

In che senso?

Quando usciremo dalla Pandemia avremo un periodo di convivenza con il Covid. Ma avendo domato la tigre, anche grazie ai vaccini, potremo dedicarci subito a tutto quello che abbiamo trascurato in questi mesi.

Ad esempio?

È una lista lunghissima. In primo luogo, a tutti gli interventi chirurgici che siamo stati costretti a posticipare, a rimandare, a sospendere.

Le cosiddette “altre patologie”.

La mammella, il colon… tutti i reparti sono stati requisiti per via dell’emergenza. La prima cosa da fare sarà smaltire gli arretrati.

Quanti Interventi sono saltati, in questo lungo anno?

È un numero molto difficile da valutare. Abbiamo delle stime incedibili.

Ovvero?

Mancano all’appello come minimo due milioni di interventi chirurgici. Perché non ci sono solo quelli sospesi. Ma anche quelli che per ora nemmeno si programmano.

Addirittura?

Faccio un esempio. La chirurgia dell’obesità è di fatto scomparsa. Ma ci sono anche altre operazioni – come Il tumore della testa del pancreas, o le protesi d’anca non traumatiche. O le ernie inguinali non gravi… intere categorie che sono state sospese causa Pandemia.

E quando avremo smaltito gli arretrati?

Potremo finalmente progettare il futuro, portandoci dentro tutto quello – di nuovo e importante – che abbiamo imparato in questi mesi.

Servita una grande riforma.

Bisognerà aggiornare le nostre mappe, e anche le leggi: il Dm70 di Balduzzi, che pure fu un ottimo testo, ha ormai otto anni. Ma dal punto di vista delle innovazioni e dei fabbisogni è come se da allora fosse passato un secolo.

Perché?

Quello era un testo eccezionale nell’individuare gli standard di qualità di quella stagione. Ma quanto è cambiato il mondo da allora? E soprattutto: quanto deve cambiare? Ecco, di questo voglio parlare oggi.

Per un medico ritrovarsi al governo durante la Pandemia è stato due volte importante.

Una esperienza indescrivibile, ovviamente. Sono romano, mi sono laureato in medicina. Sono arrivato dalla società civile nella stanza di bottoni. E poi è esplosa la guerra.

Cosa faceva suo padre?

Era un impiegato, e lavorava in Senato. Purtroppo, è morto giovanissimo, uno dei dolori della mia vita è non aver potuto avere con lui il rapporto che avrei sognato.

Quanti anni aveva quando se ne andato?

Solo 45 anni, quando se lo è porterò via un tumore cerebrale.

Lei già studiava medicina.

Mi ha fatto soffrire doppiamente, da studente, avere tutti gli strumenti scientifici per poter capire le diagnosi, sapere per primo che non avrebbe avuto scampo. Doverlo spiegare io a mia madre.

Un decorso fulminante.

È sopravvissuto solo un anno e mezzo.

Perché aveva scelto di fare il medico?

Sono nato nel 1972. Mia madre conserva religiosamente il classico tema vocazionale delle elementari.

E da bambino già si immaginava con il camice indosso?

A dire il vero no: scrivevo che avrei fatto il pompiere per il draghetto Grisù, o lo scienziato.

Nessuno di quei due pronostici si è avverato.

Dice? Secondo me si sono avverati entrambi.

Perché lo dice?

Alla fine, quando ho scelto di fare il chirurgo ho unito le due cose: il medico, per come lo vedo io è in parte un pompiere, che spegne incendi. E in parte è uno scienziato, che studia soluzioni e usa la ricerca e l’esperienza per allargare il suo campo di intervento.

Aveva mai fatto politica prima dell’elezione con il M5S?

Mai. Devo dire che ho fatto il Boyscout, imparando moltissimo. Ci sono tanti pregiudizi, tanti luoghi comuni, per me è stata una palestra importante.

A chi ha dato il primo voto della sua vita?

Ad Alleanza Nazionale. Avevo 18 anni. Poco dopo le politiche ci furono le famose amministrative di Roma del duello tra Fini-Rutelli. Ma io al primo turno votai socialista, mi piaceva Carraro. Non sono mai stato un elettore ideologico.

E poi?

Ho votato a sinistra, per il vecchio Pds. Ero in cerca di qualcosa che non trovavo. Ed infatti sono rimasto così deluso che per anni non ho votato più.

Fino a quando?

Sono ritornato alle urne solo per votare Virginia Raggi.

Hanno scritto che lei avrebbe potuto essere un candidato di sintesi a Roma fra M5S e Pd.

Io, lo giuro, sono molto soddisfatto di quello che sto facendo in questa Pandemia al ministero della salute.

Da medico ha lavorato molto all’estero. Cosa ha imparato?

Tutto quello che so.

Da dove iniziamo?

Dall’America. Ho studiato all’University of Illinois tre anni.

E poi in cosa si è specializzato?

Sono un chirurgo dell’apparato dirigente.

Quale è il suo cavallo di battaglia?

I tumori del colon. Non vorrei turbare lei e i lettori di STRADENUOVE con qualche suggestione un po’ splatter, ma il mio è uno dei campi della chirurgia dove negli ultimi anni abbiamo registrato il numero maggiore di progressi.

Mi spieghi senza preoccuparsi dei turbamenti. Mi interessa capire.

Oggi, per un intervento chirurgico allo stomaco, possiamo partire dall’ano e dalla vagina senza dover aprire. È un progresso incredibile. Puoi fare una Proctocolectomia Laparoscopica senza dover stravolgere il paziente. Abbiamo ridotto l’invasività la minimo. Per me è una bella lezione da applicare alla sanità.

In che senso?

Nel futuro la tecnologia ci consentirà sempre più frequentemente di ripetere questo percorso: il massimo dei risultati con il minimo trauma.

Dopo l’America dove è andato?

In Gran Bretagna. Ho lavorato ad Oxford, per due anni bellissimi, dal 2003 al 2005.

E poi?

Sono tornato in Italia.

C’è una cosa bella che le sarebbe piaciuto portare dagli Stati Uniti?

La più importante. L’America è davvero un paese unico per la capacità che dimostra nel premiare competenza e merito. Tutto il resto viene dopo.

Mi faccia un esempio.

Me stesso. Ero arrivato senza stipendio, zero.

E poi?

Iniziarono pagandomi il master. Da ottobre a luglio mi sono mantenuto con una carta di credito per studenti, dove mi avevano messo a disposizione un plafon di 7500 dollari. Potevo spendere ma sapevo che dovevo restituire: è una misura di grande civiltà. Perché queste cose non le facciamo anche in Italia?

E poi?

In quei mesi sopravvissi con le interviste telefoniche e grazie ai debiti d’onore che avevo fatto con l’associazione alunni.

E infine?

Sono stato arruolato in un progetto di ricerca. Appena ho iniziato a lavorare ho preso subito uno stipendio: è un modello fantastico.

E in Gran Bretagna cosa è accaduto?

La società e il mondo accademico sono più simili alla nostra. Mi sono sentito di nuovo a casa, di nuovo in Europa. Ma anche lì il merito è tutto: non conta nulla chi sei, il tuo cognome, il tuo protettore: conta solo quello che sai fare.

Per questo quando è tornato in Italia ha puntato il dito contro il sistema?

Voglio pensare che lo avrei fatto comunque. Però certo, aver visto come girava il mondo ha contribuito a darmi la forza per ribellarmi.

Il tema erano le selezioni pilotate.

Denunciai i concorsi truccati a Tor Vergata. Fu una decisione molto difficile, ma più passa il tempo più mi sembra giusta. Oggi sono contento di averlo fatto.

Ha corso il rischio di essere emarginato?

Di sicuro. Ma in questo percorso accidentato ho trovato sulla mia strada molti colleghi che condividevano la mia stessa indignazione.

Ed è da questa battaglia che è nato il suo rapporto con il M5S. Quello che lo ha portato a candidarsi.

Paola Taverna, un deputato di Leu e persino Giancarlo Giorgetti -fra gli altri – presentarono delle interrogazioni sul caso che avevo denunciato.

E perché scelse i Cinque stelle poi?

Sono loro che scelsero me. Ma la Taverna aveva preso quella vicenda molto sul serio, e fu su quello scandalo che nacque il nostro rapporto di amicizia: aveva il mio numero di telefono, ci telefonavano, parlammo a lungo di quello che sarebbe servito per riformare davvero il sistema.

E poi?

Un giorno, poco prima delle elezioni, mi trovavo a casa. Squilla il telefono e leggo sul display un numero che non ho in memoria. Per fortuna scelgo di rispondere.

E chi era?

La voce, su note familiari, mi dice: “Ciao sono Luigi. Vuoi portare la tua battaglia al Senato?”. Era Di Maio.

E non lo aveva mai sentito prima?

Mai. Vedo che oggi si fanno molte critiche al M5s, si fanno processi alla presunta incompetenza: ma insieme a me sono stati eletti molti professionisti con curriculum inattaccabili. Il movimento ha avuto un merito innegabile.

Quale merito secondo lei?

Quello di selezionare un personale politico non sulla base delle relazioni, ma dei curricula. Le pare poco in un paese come l’Italia?

Di fronte alla proposta della candidatura fatta da Di Maio lei ci ha pensato?

Scherza? È stata un terremoto. Pensi che io e mia moglie abbiamo dovuto anche rinviare il matrimonio.

A quando?

(Ride). Mi sono sposato solo da senatore.

È entrato in Parlamento e da lì subito al Governo, bruciando le tappe.

Sono senatore dal 2018. Appena eletto sono diventato Presidente della commissione sanità, con il secondo governo Conte, nell’agosto del 2019, sono diventato sottosegretario e poi viceministro. Nel governo Draghi sono stato confermato sottosegretario.

Nei primi mesi della Pandemia ha preso anche il Covid.

Facevo su e giù con Bergamo perché stavo lavorando al testo sulle autopsie. Ho imparato sulla mia pelle quanto non bisogna sottovalutare questo virus. E sono fortunato.

Adesso però si ritrova ogni giorno nel tritacarne della battaglia politica, come si sente?

Sa come è nato l’articolo 32 della Costituzione, quello che ha reso possibile il servizio medico nazionale?

No, me lo dica lei.

I padri Costituenti volevano limitarsi a trattare questi temi nelle premesse generali, e non negli articoli della Carta, che hanno un peso maggiore.

Quale era il motivo di questa impostazione?

All’epoca, in un paese che è era appena uscito da una guerra, pensavano che fosse un progetto troppo difficile da realizzare.

E invece che cosa accadde?

Ci fu un dibattito enorme, molto bello da rileggere oggi, e l’articolo fu fortemente voluto. Così fu inserito in Costituzione, perché medici di destra e di sinistra che si erano fatti la guerra e sparati fino a pochi mesi prima, si unirono in quella battaglia per un obiettivo comune.

Fu un punto importante.

Senza dubbio: fu proprio in virtù di quello strappo del 1948, infatti, che il 23 dicembre del 1978 da quell’importantissimo e avanzatissimo articolo della nostra Costituzione venne alla luce il servizio Sanitario Nazionale.

Le premesse nel passato che incidono nel futuro di un paese.

Ed è qui che ci ricongiungiamo al tema principale della nostra intervista. Tutto quello che Ho vissuto in James di mesi di Pandemia mi dice che se quello che ho raccontato non fosse accaduto, noi oggi non avremmo gli strumenti per contenere l’emergenza.

Bisognerà vedere se il nostro servizio sanitario nazionale uscirà rafforzato da questa prova.

Se tutti i malati hanno potuto essere assistiti – a parte i disagi – è perché ha già funzionato, e anche bene.

Sicuro? E cosa dobbiamo fare per combattere i disservizi e rendere più sostenibile l’intero sistema

Vorrei che tutti i cittadini si sentissero proprietari di un servizio e non clienti. In questi mesi è stato dimostrato che la medicina del territorio, e il carattere pubblico di questi interventi hanno funzionato, mentre tutti gli altri modelli fallivano, sia in Italia che fuori dall’Italia.

Lei diceva che già nella Pandemia ci sono delle indicazioni valide per il futuro.

Provi a immaginare quanti modelli nuovi stiamo sperimentando senza accorgercene.

Ad esempio?

Ne cito uno: la farmacia dei servizi. Oggi usiamo normalmente la farmacia per fare dei tamponi. Domani dovremo usarla il più possibile per evitare – quando non serve – di andare in ospedale. E vede che abbiamo imparato anche questo….

Cosa?

Che intasare gli ospedali non aiuta, anzi. A volta ti espone ad un rischio. Ma sulla farmacologia – e non solo – in tuo farmacista ne sa più del medico che non ti ha mai visto prima.

E cosa manca?

Le banche dati online, che rendono possibile delocalizzare i servizi.

Che altro immagina?

Tante case di comunità sparse nel territorio che fanno da primo filtro e possono fornire assistenza primaria.

Non è utopico?

Scherza? Esistono già: in Toscana, nel Lazio. E bisogna ampliare il budget di salute, che consente a queste strutture di diventare un riferimento socio-sanitario.

Crede alla possibilità delle associazioni di dare un contributo sociale al sistema sanitario? Si può realizzare questo intervento fuori dal circuito tradizionale degli ospedali?

Io ne sono convinto. Costa meno ed è più efficiente. Dobbiamo valorizzare la rete sociale, sapendo che questo non è uno spreco ma un risparmio enorme.

Mi faccia un esempio.

Le case-famiglia e le case di comunità, che sono già nate – per esempio – raggruppando tanti nuclei di malati di Alzheimer.

Lei dice che portano un risparmio?

La relazione è fondamentale. Ad esempio, per mantener la regolarità nell’assunzione dei farmaci. Lei lo sa che moltissime cadute degli anziani e dei malati, spesso sono causate dalle anomalie nelle terapie farmacologiche?

Vuole dire che questo ha un costo anche economico.

È un dato stimato. La non aderenza alla terapia ci costa tra i due e i cinque miliardi di euro l’anno. Senza contare l’enorme beneficio terapeutico che i pazienti hanno nel vivere insieme la terapia, assistiti da infermieri di territorio che hanno più facilità ad intervenire perché trovano tutti concentrati. È un circolo virtuoso.

E poi?

Il domicilio e il territorio diventano le parole chiave. Anche alcune chemioterapie possono essere gestite da casa. Perché devo far viaggiare un malato per chilometri se posso sottrarlo al rischio, consentendo che un operatore, o un familiare, si prendano cura di lui.

Perché non è stato mai fatto? L’ospedalocentrismo aveva delle motivazioni?

Le aveva, ma spesso non erano sanitarie: i finanziamenti, il potere sono diventati un fine. Mentre l’unico fine deve essere l’efficacia della cura, l’abbattimento della sua invasività e l’interesse del paziente.

Lei diceva che la farmacologia può essere delocalizzata con le farmacie.

Sono mesi che mi ci rompo la testa. Noi riusciamo a far arrivare un pacco con Amazon da un capo all’altro del mondo in 24 ore con un Ipad o un asciugacapelli, o un mobile. E perché non posiamo pensare di recapitare un pacco con una cura?

Perché siamo abituati ad andare in ospedale, e questo ci rassicura.

Non quando ci si arriva con troppa fatica. Non quando tutto questo non comporta maggiore tutela. Non è più sostenibile, ad esempio, che si debbano rifare da capo gli esami. O che degli anziani debbano peregrinare con dei plichi.

Quindi tutto deve finire online.

Ognuno di noi deve avere una nuvola con la sua storia sanitaria. E poi la gestisce dove è più opportuno che la gestisca.

Non possiamo chiudere senza parlare del caso AstraZeneca e la campagna vaccinale.

Volentieri. Dobbiamo ricordare a cura una volta che i casi avversi di cui si parla, trombosi con trombocitopenia e carenza di piastrine sono molto rari. Calcolandoli tutti parliamo di 184 casi su 35 milioni.

Non tutti mortali.

Per carità: solo 45 casi mortali. Parliamo Dunque di un caso a duecentomila. E di una età media di 47 anni. Se si vedono tutte le trombosi sono 134.

E tutti i casi mortali in assoluto di vaccinati con AstraZeneca.

Sono 28 su 35 milioni. Meno di un morto su un milione per trombosi del seno cavernoso.

Quindi senza un motivo statistico scientifico stiamo consigliando AstraZeneca ai più anziani?

Lo si è fatto per un motivo di cautela, visto che tra questi pochi casi le vittime tra i 18-50 anni sono la maggioranza. E che nessuno tra i più anziani vaccinati ha avuto reazioni avverse.

Ma come sostituiremo i trenta milioni di dosi che verranno a mancare,

Nei prossimi mesi arrivano 10 milioni in più di Moderna e 6.6 milioni di Pfeizer. Più 7 milioni di dosi di Johnson e Johnson.

E questo basta?

Abbiano vaccinato 3 milioni su 4 e mezzo di over ottantenni e il 12% dei settantenni. Possiamo usare serenamente tutte le dosi che abbiamo di AstraZeneca sui più anziani.

Bisognerà convincere quelli che in queste ore rifiutano. Come si fa?

(Sospiro). Con l’anamnesi e con la persuasione.

AstraZeneca è stato fatto a pezzi per guerre geopolitiche vaccinali?

Non ho le basi per provare che sia stato boicottato.
Quando si tratta di un vaccino no profit una campagna come quella a cui abbiamo assistito può sollevare dei dubbi. E lo Capisco. Ma credo che di fronte agli spaventati di queste ore ci sia un argomento molto forte e convincente.

Quale?

Abbiamo visto come le reazioni avverse mortali di 28 persone su 35 milioni di vaccinati.

Esatto.

Ebbene, a questo numero, quando si discute, bisognerebbe sempre accostare quello delle vittime del Covid: 1870 per milione. Io credo che la differenza si veda.