PLASTICA, L’INQUINAMENTO CHE INGOIAMO

Quella monouso inquina mari e oceani, i suoi residui danneggiano l’intero ecosistema ed è incognita per la nostra salute. Nel nostro corpo ne ingeriamo una quantità pari a una carta di credito a settimana

AMBIENTE
Giulia Modesti
PLASTICA, L’INQUINAMENTO CHE INGOIAMO

Quella monouso inquina mari e oceani, i suoi residui danneggiano l’intero ecosistema ed è incognita per la nostra salute. Nel nostro corpo ne ingeriamo una quantità pari a una carta di credito a settimana

La plastica da risorsa insostituibile nel secondo dopoguerra, è diventata oggi un serio problema per l’ambiente e per la salute. Molte delle plastiche che usiamo quotidianamente nelle nostre case, quando non vengono inserite nella filiera del riciclaggio, finiscono per inquinare mari e oceani. L’aumento dell’inquinamento dovuto ai residui plastici sta danneggiando l’intero ecosistema, ma la cosa non sembra preoccuparci molto. Secondo le stime Onu, gli oceani contengono qualcosa come 51 mila miliardi di particelle di plastica: un enorme pericolo per l’ecosistema marino e un’incognita sulla nostra salute, visto che finiscono anche nel nostro corpo. Lo hanno dimostrato i ricercatori dell’Università di Newcastle, in Australia, in un recente studio scientifico che ha rivelato che ogni settimana ci mangiamo un’intera carta di credito.

Una metafora alquanto “indigesta” per farci capire a cosa corrispondono i cinque grammi di microplastiche ingeriti a cadenza settimanale da ogni abitante del pianeta. E non è certo un caso che l’inquinamento da plastica stia diventando una delle principali emergenze ambientali mondiali, con oltre otto milioni di tonnellate di polimeri di vario tipo che ogni anno finiscono in mare, distruggendo l’ecosistema marino per poi finire nel nostro corpo. E in parte restarci, come ha rivelato uno studio dell’American Chemical Society , che ha trovato microplastiche nei tessuti umani e in organi come fegato, milza, reni e polmoni.

Ma cosa sono tecnicamente le microplastiche? Sono frammenti di dimensioni inferiori ai 5 millimetri di diametro; quando il diametro scende a meno di 0,001 millimetri si tratta di nanoplastiche. E come fanno a disperdersi nel mare? Con la degradazione di sacchetti e bottigliette, certo, ma anche per esempio con il lavaggio di capi sintetici o l’abrasione di pneumatici. Secondo una stima delle Nazioni Unite, negli oceani ci sono qualcosa come 51mila miliardi di particelle di microplastica, 500 volte le stelle della nostra galassia.

A fronte di questi numeri non è difficile capire come fanno queste “materie plastiche” ad arrivare alla nostra bocca attraverso la catena alimentare. E non lo fanno solo attraverso il pesce che mangiamo: le microplastiche sono presenti in prodotti apparentemente insospettabili come acqua del rubinetto, pane, zucchero, miele, birra e perché viaggiano anche in aria oltre che in acqua. Persino frutta e verdura le contengono, come ha dimostrato un’analisi dell’Università di Catania condotta su vegetali edibili come patate, carote, lattuga, broccoli, mele e pere: la contaminazione media è pari a 223mila particelle per grammo nella frutta e quasi 98mila nella verdura.

 

Questo significa che l’impatto sulla nostra salute non è certo trascurabile come peraltro confermato da uno studio dell’American Chemical Society  che ha evidenziato come il nostro corpo sia pieno di microplastiche, a partire dagli organi che più si prestano a trattenerle e filtrarle: fegato, milza, reni e polmoni. In particolare, è stato trovato quasi dappertutto bisfenolo A, ma anche polietilene, polietilene tereftalato e policarbonato polimeri che compongono le materie plastiche. Tuttavia, gli effetti sulla nostra salute sono ancora sconosciuti anche se gli esperti ricordano però che la plastica contiene additivi come stabilizzatori, materiali infiammabili e altre sostanze chimiche tossiche in grado di rappresentare un potenziale pericolo sia per gli animali che per gli esseri umani. Ma è possibile combattere contro il costante assedio della plastica? Indubbiamente l’Unione europea in merito si sta comportando molto meglio di altri Paesi, con un inquinamento da micropolimeri inferiore per esempio a quello di Stati Uniti o India come ha sottolineato la ricerca della Newcastle University.

Anche se c’è ancora da fare tantissimo, visto che dei 25 milioni di tonnellate di rifiuti plastici prodotti ogni anno dal Vecchio continente ne viene riciclato meno del 30%. Anche perché la produzione e lo smaltimento di plastica, a livello mondiale, ha un impatto ambientale stimato in 400 milioni di tonnellate di CO2 l’anno. E una delle ragioni dello scarso utilizzo della plastica riciclata va rintracciata nelle apprensioni di numerosi marchi e fabbricanti, i quali temono che la plastica riciclata non possa rispondere alla loro esigenza di disporre di volumi elevati di materiale affidabile con specifiche di qualità costanti. A seguito della Strategia europea per la plastica in un’economia circolare dal 2018 l’UE punta a raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, si cerca perciò di risolvere il problema promuovendo un approccio sostenibile nella produzione e nell’uso quotidiano della plastica. La Commissione europea si è posta peraltro l’obiettivo di arrivare a riciclare entro il 2025 almeno il 55% di tutti gli imballaggi di plastica nell’UE. Come per esempio a è accaduto con le vecchie buste usa e getta della spesa, che sono state sostituite da quelle in plastica biodegradabile e compostabile.

Ma per aumentare il riciclaggio di alta qualità è necessario affrontare in modo molto più sistematico i problemi connessi alla progettazione e sostenere anche, come si prefigge la Strategia UE, finanziariamente il riciclo di plastica e a dotare i grandi porti di infrastrutture per gestire i rifiuti prodotti dalle navi. E seppure sono utili le campagne per ridurre l’uso della plastica monouso c’è ancora bisogno di tanto lavoro per stimolare gli investimenti in moderne tecnologie di riciclaggio, in nuovi materiali più adatti al riciclaggio e in soluzioni per arginare i rifiuti marini. Le opportunità e le sfide connesse alla plastica hanno una portata sempre più mondiale e solo una corretta gestione contribuirà in misura significativa a evitare di farci ingoiare sostanze nocive e a garantire a tutti un ambiente più pulito e più sicuro.