Project Cargo, da soli non si può (1)

L’Amministratore Delegato di MSC Sicilia, William Munzone, ci parla dell’attività di coordinamento tra le varie aziende per l’eolico offshore.

AMBIENTE
Emma Meo
Project Cargo, da soli non si può (1)

L’Amministratore Delegato di MSC Sicilia, William Munzone, ci parla dell’attività di coordinamento tra le varie aziende per l’eolico offshore.

Come redazione, Stradenuove si è recata a Catania per partecipare ad ECOMED 2024, la fiera con focus sul Mediterraneo, a cui prende parte anche un’aggregazione di aziende, italiane e straniere, che si stanno coordinando per la riuscita del Project Cargo.

Abbiamo parlato con William Munzone, l’Amministratore Delegato di MSC Sicilia, ovvero l’agenzia marittima nata nel 2002 che si occupa di tutte le fasi della logistica e del trasporto di passeggeri e merci, con una particolare attenzione al trasferimento delle turbine eoliche.

William Munzone, l’Amministratore Delegato di MSC Sicilia. Project Cargo
William Munzone, l’Amministratore Delegato di MSC Sicilia
La realizzazione dell’offshore, ad oggi in costruzione, potrebbe cambiare il concetto stesso di produzione di energia, per una diminuzione e progressiva sostituzione dei combustibili fossili. Gli impianti di cui stiamo parlando sono, però, dei giganti ed il loro trasporto necessita della sinergia tra le aziende ed un impegno maggiore, conferma?

“I progetti offshore, rispetto a quelli sulla terra ferma, sono più impegnativi perché devono essere installati in mare aperto. Innanzitutto, dobbiamo fare un distinguo importante tra gli impianti bottom fixed – ovvero quelli che hanno strutture di base ancorate al fondale marino – e gli impianti eolici che utilizzano il sistema dei floater, sui quali ci stiamo concentrando, dato che i fondali del Mediterraneo non permetterebbero la costruzione di parchi eolici del primo tipo. Detto questo, se ne parla tanto e le più grosse aziende, con fondi, stanno cominciando ad investire nella produzione degli offshore.”

Il distinguo che lei ha fatto ha una valenza anche ambientale: un impianto galleggiante protegge la fauna marina poiché il mare sottostante diventa un nido nel quale non si potrà pescare, giusto?

“Allo stato attuale, sono state fatte tante ricerche – come la conferenza da parte di AERO ad ECOMED – dove si è affermato che gli impianti non dovrebbero creare scompensi alla fauna marina, anzi si dovrebbero creare delle vere e proprie riserve naturali. Dico “dovrebbero” perché mi occupo di logistica, non di ambiente, quindi, vi riporto quello che è stato detto in questi giorni. Chiaramente è una scommessa green molto forte, poiché si produrrà energia pulita e si ricreerà la fauna marina.

Oltre alla creazione vera e propria del parco eolico offshore, quali sono le altre sfide tecnologiche da affrontare?

“Il tema fondamentale è quello di costruire la filiera della logistica che, per impianti così grandi, ha bisogno di essere pianificato, programmato e coordinato con le autorità. Ad oggi, creare la filiera dell’offshore significa sicuramente creare un progetto sistemico di inter-modalismo di Project Cargo: nella buona sostanza abbiamo bisogno di grandi aree per produrre i floater, per lo stoccaggio degli impianti, di navi adatte al trasporto degli stessi – non quelle classiche ma semi-sommergibili dalle caratteristiche non comuni -, di attrezzature per il sollevamento di quasi settemila tonnellate ed è in questo che si inquadra l’accordo con Sarens, una delle aziende più grandi ed importanti al mondo, ma anche di rimorchiatori potenti in grado di trasportante quattro, cinquemila tonnellate. C’è anche il tema degli ancoraggi a mare, operazioni che dipendono dal fondale marino e che devono essere espletate da aziende che lo sanno fare bene.

Siamo abbastanza avanti nella costruzione della filiera, ma il problema è riuscire a creare le giuste condizioni nelle aree portuali, trovare gli spazi di 400, 600 mila metri quadri con portanze non inferiori alle 25, 30 tonnellate per metro quadro.”

In Italia è stato individuato il porto di Augusta come possibile candidato, basterà o ne saranno necessari altri?

“In Italia questi tipi di spazi non ci sono, dipende dall’area e dalla possibilità di creare condizioni di portanza. I porti che possono realizzare le operazioni che ho elencato prima sono pochissimi e la loro posizione deve essere strategica, dato che il trasporto del floater non dovrà prevedere distanze troppo lunghe, è molto complesso. In Italia manca un programma importante di investimenti sui porti. Il Governo ha individuato in Taranto ed Augusta due porti cardine per la filiera, assieme ad altri porti di supporto per la manutenzione, ma rimane da capire chi sarà a metterci i fondi: se lo Stato farà da finanziatore con l’effetto leverage o con i fondi del PNRR. La logistica a terra, insomma, è ancora da comprendere.”

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