RAGNI GRANCHIO, SENTINELLE DELLA BIODIVERSITÀ

Le ricerche condotte dall’Università di Pisa evidenziano il ruolo fondamentale di questi araneidi come indicatori e custodi della biodiversità vegetale.

AMBIENTE
Francesca Franceschi
RAGNI GRANCHIO, SENTINELLE DELLA BIODIVERSITÀ

Le ricerche condotte dall’Università di Pisa evidenziano il ruolo fondamentale di questi araneidi come indicatori e custodi della biodiversità vegetale.

Si cibano degli insetti impollinatori, ma a differenza dei loro simili non tessono le tele, piuttosto si mimetizzano sui fiori prendendone il colore per sorprendere e catturare le prede con chele grandi e robuste. Sono i “ragni granchio”, piccoli araneidi che come rivela uno studio dell’Università di Pisa pubblicato sulla rivista “Ecological Indicators”, hanno un ruolo fondamentale come indicatori e custodi della biodiversità vegetale.

Molti organismi, appartenenti sia al regno vegetale che animale, sono spesso privi di una nota importanza nei vari ecosistemi sia naturali che antropizzati – spiega Stefano Benvenuti, docente dell’Ateneo pisano e autore dello studio –  i ragni granchio ne sono un chiaro esempio dal momento che essi sfuggono spesso alla vista degli osservatori risultando così trascurati nella valutazione della biodiversità di un determinato ecosistema”.
La presenza di questi predatori è dunque un indice della complessità di un ecosistema e la loro specifica funzione sembra quella di contenere la prolificità delle specie di fiori dominanti. La loro predazione degli impollinatori che visitano i fiori limita infatti il trasferimento del polline e la relativa formazione di seme lasciando così “spazi ecologici” alle specie meno abbondanti.

Ma come può essere arrestata la perdita di biodiversità e cosa si può fare concretamente? Per provare a rispondere occorre però fare un passo indietro.

Nel 2003, in occasione della Sesta Conferenza Internazionale delle Nazioni che hanno firmato la Convenzione sulla Diversità Biologica, 123 governi hanno assunto l’impegno politico di ridurre significativamente la perdita di biodiversità, sia a livello locale sia nazionale sia regionale. Gli strumenti, così come riporta l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) che possono essere adottati per combattere la perdita di biodiversità sono di tipo sia indiretto che diretto.

Gli interventi indiretti sono quelli che hanno l’obiettivo di ridurre le influenze negative esercitate dai fattori di perdita della biodiversità. Rientrano in questa categoria il controllo delle emissioni di sostanze inquinanti o la tutela della qualità delle acque, ma anche in generale la diminuzione dei consumi e degli sprechi, la ricerca di fonti energetiche “alternative” ed ecologiche, la limitazione nella produzione e nell’uso di materiali sintetici (es. la plastica) che non riescono ad essere smaltiti dall’ambiente.

Gli interventi diretti sono invece quelli con cui si cerca di conservare direttamente le specie e gli ecosistemi. L’esempio forse più significativo di questo tipo di interventi è la creazione di aree naturali protette, il cui scopo principale è quello di preservare paesaggi, formazioni geologiche, flora, fauna, ambienti marini, ma soprattutto di sperimentare e promuovere modi diversi e più sostenibili di utilizzare le risorse naturali.

Ecco che, rientrando in questo secondo ambito, teatro della sperimentazione a cura dell’ateneo pisano sono state le cosiddette “wildflower strips”, strisce di fiori ai margini delle colture allestite al Centro di Ricerche Agro-Ambientali “Enrico Avanzi dell’Università di Pisa. Seguendo le suggestioni del famoso scienziato James Lovelock sull’autoregolazione dell’intera biosfera, è emerso che anche questi micro-ecosistemi funzionano con la stessa logica di Gaia secondo la quale tutta la biodiversità ha un ruolo cruciale nel mantenere l’equilibrio degli ecosistemi. La creazione di queste “wildflower strips” ha così portato alla formazione di una piramide alimentare, costituita dai fiori selvatici alla base (produttori), dagli impollinatori al centro (consumatori) e dai ragni granchio all’apice (predatori).

Dal momento che gli agroecosistemi sono notoriamente carenti di biodiversità – conclude Benvenuti – i ragni granchio sono quindi un valido indicatore della complessità biologica di un determinato ambiente, assumendo inoltre il ruolo ecologico di “custodi” della biodiversità. In pratica ogni organismo, anche se apparentemente insignificante, può avere un ruolo cruciale nel mantenimento della biodiversità e dell’equilibrio dinamico degli ecosistemi”.

Del resto, doveroso ribadirlo, la Convenzione sulla Diversità Biologica (conosciuta a livello internazionale con il termine Convention on Biological Diversity, il cui acronimo è CBD), è un trattato internazionale, elaborato durante la Conferenza delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro nel 1992, al quale fino ad oggi hanno aderito 193 Paesi. (https://www.isprambiente.gov.it/it)

La CBD si propone di tutelare la diversità biologica in quanto gli stati firmatari si sono impegnati a raggiungere 3 obiettivi primari:

  • conservare la diversità biologica;
  • favorire un uso sostenibile delle sue componenti;
  • distribuire in modo giusto ed equo i benefici economici che derivano dall’utilizzo di queste risorse genetiche siano distribuiti.

In particolare, in sede di conferenza, era stato preso l’impegno di ridurre in modo significativo il tasso di perdita della biodiversità (sia animale che vegetale), in modo da contribuire alla riduzione della povertà sulla Terra, che è collegata, tra l’altro, anche alla biodiversità. Sebbene l’obiettivo ad oggi non sia stato ancora raggiunto, la sperimentazione dell’Università di Pisa offre una speranza concreta e un significativo passo avanti in questa direzione.